lunedì 30 novembre 2015

Recensione: "Mare al mattino" di Margaret Mazzantini

Titolo: Mare al mattino
Autrice: Margaret Mazzantini
Pagine: 127
Prezzo di copertina: 12 euro
Editore: Einaudi

Sinossi:
"Pensava soltanto a quello. Riportare la sua vita a quel punto. Nel punto dove si era interrotta. Si trattava di unire due lembi di terra, due lembi di tempo. In mezzo c'era il mare. Si metteva i fichi aperti sugli occhi per ricordarsi quel sapore di dolce e di grumi. Vedeva rosso attraverso quei semi. Cercava il cuore del suo mondo lasciato". Farid e Jamila fuggono da una guerra che corre più veloce di loro. Angelina insegna a Vito che ogni patria può essere terra di tempesta, lei che è stata araba fino a undici anni. Sono due figli, due madri, due mondi. A guardarlo dalla riva, il mare che li divide è un tappeto volante, oppure una lastra di cristallo che si richiude sopra le cose. Ma sulla terra resta l'impronta di ogni passaggio, partenza o ritorno che la scrittura, come argilla fresca, conserva e restituisce. Un romanzo di promesse e di abbandoni, forte e luminoso come una favola.



Scorgere Splendore in mezzo ad un mucchio di libri scontati e sentire nostalgia della scrittura della Mazzantini, di quel senso di pienezza provato dopo Venuto al mondo. E ricordare che, in mezzo al mucchio dei tuoi libri, a casa, deve esserci, non letto, Mare al Mattino. Il momento è appropriato:  brevi storie da consumare - e da cui lasciarsi consumare - in tempi che lo sono altrettanto . La memoria però è corta: il senso di tristezza, non era messo in conto.
Un titolo consono, come si conviene a libri di un certo calibro; l'onda della copertina è una metafora perfetta della brevità della vita che scorre, agile come la gazzella amica di Farid, della speranza, del viaggio, del rancore che lascia addosso la risacca dopo aver rovinato i castelli e le scritte di sabbia sulla spiaggia.
Il mare visto da una parte e dall'altra come un'immensa distesa di morte, un'accusa diretta,dura contro quel colonialismo di cui l'Occidente sta pagando le conseguenze. 
La verità vera è in mens Dei, non sarà dato conoscerla a nessuno in questa vita. Così ci si deve accontentare della versione filtrata e rimaneggiata, a volte "liberamente ispirata" e pure occultata.
Margaret Mazzantini in cento pagine cerca di porre rimedio, gettando luce su quella terra apparentemente oscura e lontana eppure vicinissima, che è la Libia. Ce la racconta tramite Angelina, nata da italiani figli di quelle imprese coloniali Mussoliniani immaginate come avvento di una nuova grandezza italiana, tramite Vito, adolescente inquieto in riva al mare e Jamila che su quel mare ha rischiato tutto e perso.
Un reminder assolutamente non amichevole, fulmine sinistro in un finale aleggiante di perdita e amarezza. Nessuna gioia,solo un macabro trofeo che sporca i vivi. La memoria è calce sui marciapiedi di sangue.




Margaret Mazzantini è nata a Dublino. Ha scritto Il catino di zinco, Manola, Zorro, Non ti muovere (premio Strega 2002, premio Grinzane Cavour 2002), Venuto al mondo (premio Campiello 2009), Nessuno si salva da solo e Mare al mattino. Vive a Roma con la sua famiglia.

sabato 28 novembre 2015

Recensione: "L'amore non è mai una cosa semplice" di Anna Premoli

Titolo: L'amore non è mai una cosa semplice
Autrice: Anna Premoli
Pagine: 314
Prezzo di copertina: 9,90 euro
Prezzo ebook: 4,99 euro
Editore: Newton Compton

Sinossi:
E se per ottenere un buon voto all'università dovessi fare amicizia con qualcuno che proprio non ti piace? Lavinia pensava che nella vita avrebbe insegnato e invece, dopo la maturità, si è lasciata convincere dai genitori a iscriversi a Economia. E ormai al suo quinto anno alla Bocconi, quando si trova coinvolta in un insolito progetto: uno scambio con degli ingegneri informatici del Politecnico. Lo scopo? Creare una squadra con uno studente mai visto prima, proprio come potrebbe capitare in un ambiente di lavoro. Peccato che Lavinia non abbia alcun interesse per il progetto. E che, per sua sfortuna, si trovi a far coppia con un certo Sebastiano, ancor meno intenzionato di lei a partecipare all'iniziativa. E così, quando la fase operativa ha inizio e le sue amiche cominciano a lavorare in tandem, Lavinia è sola. Ma come si permette quel tipo assurdo - a detta di tutti un fuoriclasse dell'informatica - di piantarla in asso, per giunta senza spiegazioni? Lavinia non ha scelta: non lo sopporta proprio, ma se vuole ottenere i suoi crediti all'esame, dovrà inventarsi un modo per convincerlo a collaborare... Ma quale?



Con la scrittura di Anna Premoli ho un rapporto strano. Tutto è cominciato quando la mia compagna di banco del liceo mi disse che aveva preso al supermercato un libro nuovo e lo aveva trovato carino, destando curiosità. Sono venuta poi a scoprire che era il caso editoriale dell'anno, amato alla follia e stroncato senza pietà. Allora, essendo in astinenza da chick - lit, decisi di farmelo prestare - perché sì, pur essendo una lettrice/accumulatrice semi compulsiva, non mi faccio problemi a prendere in prestito libri e prestare i miei alla volta, un libro è sempre un libro, in fondo -.
Stile da fanfiction e trama banalotta, capivo le insofferenze dei lettori radical chic ma anche le lodi delle lettrici in cerca di qualcosa di leggero. Io stavo in mezzo. Lo sono sempre stata, anche con i successivi che, non mi vergogno d'ammetterlo, ho letto tutti, un po' per quella curiosità che mi aveva spinta a dare un'occhiata a Ti prego lasciati odiare  - titolo che avrei snobbato senza rimorsi in libreria, per vari motivi - un po' perché sembrano arrivare tra gli scaffali al momento opportuno ovvero quando è necessaria una lettura d'evasione senza pretese. Non tutte le ciambelle escono col buco, nemmeno se utilizzi lo stampino e gli stessi ingredienti miscelati insieme non più tanto; alcune riescono meglio di altre e questa qui, nuova, molto simile ad un panettone in anticipo non impastato bene, avrebbe dovuto cuocere un altro poco di tempo.
Lavinia e Sebastiano sono, forse, tra i protagonisti più stereotipati della storia del genere che ha reso famosa la britannica Kinsella. 
Lavinia è la classica protagonista insicura e timida, Sebastiano il nerd tipo. Tra alti e bassi con lunghissimi voli pindarici in mezzo, i due riescono ad interagire dando vita a quella che dovrebbe essere, con le migliori intenzioni, un'appassionante storia d'amore; sempre con le migliori intenzioni, Lav o Vinny, a seconda dei contesti, dovrebbe superare in un baleno una crisi tardoadolescenziale/ esistenziale che sarebbe anche potuta essere interessante, come spunto, se non fosse stata liquidata in fretta per lasciar spazio a tutto il resto di roba bollente in pentola.
In compenso, si prospetta un altro crossover, con presupposti quantomeno passabili e l'autrice, molto simpatica, disponibile  e che, nonostante il relativo successo ottenuto, riesce a prendersi non troppo sul serio, tornerà presto con un'altra love story ai piani alti della Milano bene, al momento opportuno, magari.





Anna Premoli è nata nel 1980 in Croazia, vive a Milano dove si è laureata in Economia dei mercati finanziari, presso la Bocconi. Ha lavorato alla J.P. Morgan e, dal 2004, al Private Banking di una banca privata. La matematica è sempre stata il suo forte, la scrittura invece è arrivata per caso, come “metodo antistress” durante la prima gravidanza.

mercoledì 25 novembre 2015

Recensione: "Alfredo"di Valentina D'Urbano

Titolo: Alfredo
Autrice: Valentina D'Urbano
Pagine: 236
Prezzo di copertina: 10 euro
Editore: TEA

Sinossi:
Alla Fortezza – il quartiere senza identità, con l'asfalto riarso dal sole e spaccato dal gelo, e i palazzi dall'intonaco ruvido e sbrecciato – tutti li chiamano «i gemelli». Perché da sempre Beatrice e Alfredo sono inseparabili, come fratelli appunto. O forse qualcosa di più? La loro storia, struggente e tragica, diventerà quasi una leggenda nel quartiere. Ma a narrarla finora è stata soltanto Bea, la metà più forte dei «gemelli», la ragazza cui bastava sentire l'odore di Alfredo sulla maglietta verde che lei stessa gli aveva regalato per sapere che lui ci sarebbe sempre stato. La giovane donna che ha lottato fino alla fine per sentire il rumore, inconfondibile, dei suoi passi. Questa invece è la storia della metà più debole dei «gemelli» e a raccontare l'arrivo alla Fortezza è Alfredo, in prima persona, con la sua voce, le sue fragilità, i suoi piccoli e grandi sogni così difficili da realizzare e così facili da infrangere. Fino all'incontro che gli cambierà la vita: quello con Beatrice.


Dalla torrida estate in cui, in cerca di una lettura random alternativa, avevo pescato a caso Il rumore del tuoi passi, alla Fortezza ci sono tornata più volte. In compagnia dei fratelli Smeraldo, poi di nuovo insieme ad Alfredo, la cui memoria era diventata leggenda nelle parole di tanti. Della prima scorribanda a casa di Bea e Alfredo ho ricordi confusi: un rapporto viscerale tra i due che tutti si ostinavano a considerare fratelli ma che, sotto sotto, tutti sapevano essere altro, la franchezza spietata di una protagonista antipatica come poche ma a cui, pian piano, impari a voler bene. Quella Beatrice che della musa di Dante porta solo il nome, mancando di grazia e leggiadria, impegnata a nascondere - mica tanto - una natura prepotente ed appassionata, non mi ha mai convinta del tutto; meglio Alfredo, più silenzioso, sagace sotto quell'espressione mezza assente dovuta all'indole sì ma principalmente alla droga che gli scorre nelle vene. In una serata ventosa con non molte prospettive di interesse, me lo sono immaginata seduto all'Anfiteatro, con una cicca tra le dita, a raccontare la sua versione dei fatti. E' un bravo narratore, Alfredo: sensibile ma obiettivo quanto basta, sagace con qualche ritardo eppure è, esattamente come pensavo, più affabile di Bea. Il racconto della sua vita fila via veloce quanto una sigaretta e arrivando alle ultime battute, forse perché sai già come andrà a finire oppure perché non riesci a credere possibile che tutto stia per andarsene, di nuovo, hai già un po' di nostalgia eppure rimane la piacevolezza disarmante della buona compagnia, di essere finalmente a conoscenza di entrambi i lati della medaglia. E Valentina D'Urbano, maturata nello stile e anche anagraficamente - pare abbia raggiunto i trenta ma chissene, lo sanno tutti che l'età di carta non conta nulla - dà nuovamente prova d'essere come il vino novello che, invecchiando, acquista maggiore sapore e, soprattutto, valore.



Valentina D’Urbano  scrittrice e illustratrice, vive e lavora a Roma.

lunedì 23 novembre 2015

Recensione: "Ti prendo e ti porto via" di Niccolò Ammaniti

Titolo: Ti prendo e ti porto via
Autore: Niccolò Ammaniti
Pagine: 451
Prezzo di copertina: 9,50 euro
Editore: Mondadori

Sinossi:
A Ischiano Scalo il mare c'è ma non si vede. In questa periferica maremma di paludi e zanzare, di bar e casette affacciate sul nulla di una strada provinciale si svolgono due storie d'amore. Pietro e Gloria sono due ragazzini. Lei è figlia di un direttore di banca, è sveglia, bella e sicura di sé. Lui è figlio di un pastore psicopatico, è introverso, sognatore, e la vittima preferita dei bulli del paese. Graziano Biglia è tornato a Ischiano, con la sua fama di chitarrista sciupafemmine e il cuore spezzato da una cubista. Qui conosce la professoressa Flora Palmieri, una donna sola e misteriosa che ha rinunciato alla propria vita per prendersi cura della madre. E tra i due, in apparenza lontani come i pianeti di due galassie, nasce un'attrazione. Una folla di creature strambe e grottesche si muove attorno ai protagonisti, come nella scia di un vento elettrico e vorticoso.


Accade, sempre per caso e abbastanza in sordina, che si cominci a parlare di un certo autore in posti noti e meno noti dove ti trovi ad essere. Comincia così, ormai lo so perché succede spesso, e dopo viene il bisogno di colmare la propria ignoranza in materia. Niccolò Ammaniti è uno di quegli autori che conosco più per parente di che per la propria professione di scrittore; colpa forse, di Io non ho paura visto con la comitiva sbagliata al momento sbagliato, mai terminato, credevo non facesse per me. Con l'uscita di Anna che forse mi piacerebbe perché ambientato nella mia Sicilia eppure al momento non vale il proprio prezzo, ho cominciato a riconsiderare l'idea di dare una lettura a qualcosa di suo dando inizio a consultazioni e ricerche che hanno portato tra le mie mani Ti prendo e ti porto via, una garanzia di riscatto a detta di tutti. Ebbene, se c'è un merito da riconoscere a questo piccolo mattoncino esteticamente assonante con la crudezza dello stile narrativo della vicenda, è che davvero ti prende e ti porta via, nel senso che non lo molli più perché il bisogno di conoscere il destino dei personaggi è fortissimo, quasi al limite della dipendenza - ergo non leggetelo nelle pause tra le lezioni perché potreste trovarvi a lezione terminata senza uno straccio di appunto benedicendo il giorno in cui hai portato il registratore in borsa -. La scurrilità necessaria, secondo l'autore, a descrivere la situazione di Graziano, playboy fallito figliol prodigo, era prevedibile così come una descrizione psicologica dettagliata ma ciò che invece lascia perplessi è una stereotipizzazione di fondo - il ragazzino sensibile vittima perfetta dei bulletti di turno, povero, con una famiglia pessima alle spalle e la ragazza ricca e piena di possibilità, il latin lover impenitente e la maestrina santarellina, ma che davvero? - sommata ad un'atmosfera tragica aleggiante sin dall'inizio, una sorta di destino avverso contro cui non si può far nulla. Ecco, questo non me lo aspettavo. La descrizione superficiale del paesino di provincia tanto banale e marcio quanto incontaminato lo era quello Verghiano, da cui doveva essere allontanato chi tentava la scalata a più alte vette, colpevole  in fondo di una colpa non propria, vittima della società che segna il destino di Pietro come quello di Ntoni. E' vero, nelle ultime battute i più ottimisti scorgeranno una flebile promessa di riscatto, di una speranza per un futuro migliore, eppure non è sufficiente a perdonare un rovescio di fortuna apparentemente inspiegabile, immeritato, assolutamente vano.


Risultati immagini per niccolò ammanitiNiccolò Ammaniti è nato a Roma. Ha pubblicato da Mondadori Nel nome del figlio(1995), Fango (1996), Ti prendo e ti porto via (1999) e Come Dio Comanda (Premio Strega 2007, è stato portato sul grande schermo da Gabriele Salvatores). Presso Einaudi sono usciti un suo racconto nell'antologia Gioventú cannibale (1996), i romanzi Branchie (1997), Io non ho paura (2001, 2011 e 2014), Che la festa cominci (2009, 2011, 2015), Io e te (2010), la raccolta di racconti Il momento è delicato (2012) e la raccolta di storie a fumetti Fa un po' male (2004), sceneggiata da Daniele Brolli e disegnata da Davide Fabbri. Per Einaudi Stile Libero ha curato l'antologia Figuracce (2014). Nel 2014, Stile Libero ha ripubblicato Ti prendo e ti porto via e Fango e, nel 2015 , Come Dio Comanda
Il suo ultimo romanzo è Anna (Stile Libero 2015). Dai suoi libri sono stati tratti film di successo, di importanti registi. È pubblicato in quarantaquattro Paesi e il suo sito ufficiale è all'indirizzo www.niccoloammaniti.com.

mercoledì 18 novembre 2015

Recensione: "Il mio inverno a Zerolandia" di Paola Predicatori

Titolo: Il mio inverno a Zerolandia
Autrice: Paola Predicatori
Pagine: 240
Prezzo di copertina: 7,90 euro
Editore: Rizzoli

Sinossi:
Alessandra ha diciassette anni quando la sua mamma muore dopo una lunga malattia. Rimasta sola con la nonna, torna a scuola decisa a respingere le attenzioni dei compagni che sente estranei, impegnata com'è nella manutenzione del suo dolore. Per questo cambia banco e prende posto vicino a Gabriele detto Zero, la nullità della classe: desidera solo essere ignorata dagli altri, come succede a lui. Ma Zero è più interessante di quanto sembra. Ha una gran passione e un vero talento per il disegno; nella sua apparente noncuranza è attento e sensibile; è lui a soccorrere Ale sbucando inaspettato al suo fianco quando lei ha bisogno di aiuto. Piano piano un sentimento indefinibile prende forma tra le pareti della classe e la spiaggia d'inverno, grigi fondali di una storia semplice e complicata insieme: perché Alessandra è tanto lucida nel rivisitare il ricordo della madre quanto confusa nel prendere le misure di se stessa e di ciò che prova. E Gabriele è abilissimo a sparire proprio quando lei scopre di volerlo vicino. E la voce di Ale, ruvida nel dare conto del presente, dolcissima nell'evocare il passato, a raccontarci la storia di una perdita, una storia di scuola, una goffa, incerta storia d'amore. "Il mio inverno a Zerolandia" è tutto questo. E dimostra che la somma di due zeri non è zero, ma molto, molto di più.


Avere un'edicola sotto casa nuoce gravemente alle finanze, specie se il giornalaio è gentile, è necessario uscire presto e la prospettiva di passare la mattina ascoltando i commenti di un prof borioso non appare entusiasmante; così è deciso l'ennesimo colpo di testa: messo da parte il buonsenso usato nel lasciare Chambers al proprio posto qualche settimana addietro, incurante della sinossi che sa di già letto, della sfilza di nomi importanti reclamanti attenzione dallo scaffale della libreria e del tempo latitante, un romanzo d'esordio bollato come YA se pubblicato di recente ma passato abbastanza in sordina al tempo prende il posto del libro abitualmente in borsa dimenticato sul comodino e assolve alla propria funzione di compagnia nei tempi morti.
Una lettura personale, d'evasione da un mondo opprimente in cui l'unica soluzione per la sopravvivenza sembrerebbe talvolta essere rannicchiarsi sotto le coperte affidandosi alle braccia di Morfeo. 
Comodo, semplice, se fosse possibile. Ma non lo è, purtroppo. Lo sa Alessandra, una ragazza come tante negli argomenti di conversazione, nello scooter con cui andare al mare, nei ragazzi con cui flirtare, nelle amiche con cui spettegolare. Ma la malattia irrompe improvvisamente rendendo diversa ogni cosa: più fragile, insicura, Alessandra sente che insieme a quella madre tanto amata in una bara, dietro una lapide, ha lasciato una parte di sé.
Spesso ad essere protagonista è la malattia attraverso gli occhi di chi ce l'ha sulla pelle, tutti gli altri a far da contorno, quasi dimenticati in un angolino eppure sono vittime di mali senza scampo esattamente come chi va in una corsia di sorpasso verso la morte. Tutti sono chiamati ad una vita nuova, non si sa se migliore o peggiore. Alessandra inizia questa nuova vita costruendo una barriera, rifugiandosi a Zerolandia, terra abitata da Zero - Gabriele Righi all'anagrafe  - aspirante muratore con potenzialità d'artista. Un rapporto fatto di silenzi e un dolore sordo che a volte ritorna come la marea di quell'immensa distesa d'acqua che ha segnato l'inizio del disgelo. Zero più zero dà sempre zero ma se zero viene moltiplicato per z, un'incognita qualunque, allora il risultato può essere infinito, da ciò possono derivare tantissime cose interessanti: luoghi, ricordi, persone, tutto acquista un senso che si cristallizza nella giovinezza. un tempo in cui eravamo immortali, ci sembrava tanta la vita.


Risultati immagini per paola predicatoriPaola Predicatori è nata nelle Marche e vive a Milano. Lavora nel mondo dell’editoria. La sua ultima opera è Il tuo corpo adesso è un’isola (Rizzoli, 2015). Il mio inverno a Zerolandia, suo romanzo d’esordio, è stato tradotto in otto lingue e pubblicato in decine di Paesi.

lunedì 16 novembre 2015

Recensione: "La cacciatrice di bugie" di Alessandra Monasta

Titolo: La cacciatrice di bugie
Autrice: Alessandra Monasta
Pagine: 328
Prezzo di copertina: 14,90 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Longanesi

Sinossi:
"Tu sei incredibilmente empatica": è la frase che la protagonista si sente ripetere fin da quando è bambina, a scuola come a casa. Per lei, all'inizio, è complicato capire in cosa consista veramente questa qualità. Di certo sa solo che è un talento e, forse, anche una condanna. Quando, anni dopo, il suo dono viene notato da un importante magistrato, per lei si aprono inattese porte professionali... e personali. Perché quel suo talento va ben oltre l'empatia: lei ha un orecchio assoluto per la verità, e soprattutto per la menzogna. Capisce, intuitivamente, tutto ciò che si cela dietro i racconti e dentro i silenzi delle persone. Diventa perito fonico forense, addestrandosi e affinando quel talento naturale, e nel giro di poco tempo si ritrova a lavorare sulle intercettazioni dei casi di cronaca più sconvolgenti, quelli sulla bocca di tutti, quelli che finiscono su giornali e telegiornali... Ma viverli dall'interno è una cosa diversa: tanto entusiasmante a livello professionale quanto capace di mettere a dura prova la sua resistenza emotiva. Per svolgere un lavoro così delicato, deve imparare ad ascoltare analiticamente le voci, a identificarle e a distinguere in chi parla i momenti di lucidità da quelli di autentica follia. È una cacciatrice di bugie, sì... Ma a quale prezzo? Diventa sempre più complicato conciliare il piano professionale con quello personale. È sempre più arduo "uscire" dalle storie dopo ore e ore di ascolto delle intercettazioni...



I grandi hanno un concetto molto flessibile del cosa farai da grande: quando sei piccola te lo chiedono per curiosità, perché è bene cominciare ad immaginare un futuro, quando ti ritengono grande ma mai abbastanza da non impicciarsi nei fatti tuoi, lo fanno per motivi tutti loro di cui hai rinunciato a capirci qualcosa, così come loro hanno fatto con te.
Inutile spiegare che si aspetta la scintilla, quel qualcosa che faccia la differenza tanto da arrivare a pensare che ne valga la pena. Come con i libri, del resto: stanno sullo scaffale a fissarti e tu fissi loro finché non decidi che è il momento giusto per te di ascoltarli e per loro di dare una nuova versione di ciò che contengono.
Nel mare magnum di pubblicazioni recenti è raro soffermarsi su un libro per più di un'occhiata veloce, ché tanto sono tutti uguali, quasi anonimi tra tutti gli altri. L'esordio di Alessandra Monasta probabilmente lo sarebbe stato se incontrato sugli scaffali di una libreria e non su una newsletter riportante a piè di pagina qualche accenno alla biografia dell'autrice, mossa davvero vincente per far considerare l'acquisto. Come era accaduto con Alessia Gazzola, la professione inusuale di Alessandra Monasta è stata il quid a far scattare l'immissione in lista desideri e successivamente nel carrello. Perché Alessandra Monasta è un perito fonico, professione più unica che rara consistente nell'ascolto di intercettazioni. Lei, nel silenzio, è stata dietro moltissime vicende giudiziarie che hanno segnato la storia d'Italia, una playmaker da dietro le quinte che con il proprio lavoro ha aiutato a portare un po' di luce nell'oscurità delle aule giudiziarie dove niente è come sembra, mai, e la verità dei fatti non coincide spesso con la verità processuale.
Tramite una narrazione in prima persona sotto forma diaristica, l'autrice ci parla di sé e del proprio lavoro iniziandoci ai complessi misteri della Giustizia ma non abbastanza da far appassionare fino in fondo. Tailleur tutti uguali schierati in un armadio con qualche scheletro, un paio di cuffie ed una cartellina beige Prada non bastano ad accrescere la curiosità per un mondo senz'altro interessante ma che lo sarebbe potuto apparire maggiormente se descritto sotto diversa forma, meno diaristica, biografica e pignola e più romanzesca, scorrevole, fantasiosa. Tuttavia non se ne può far davvero una colpa a una persona che, per deformazione professionale, è tenuta ad essere precisa, superpartes e discreta.
Così non resta che accettare la versione proposta, sperando in un cosà che coinvolga maggiormente il lettore, in futuro, auspicando che l'autrice voglia condividere altre esperienze derivanti dalla propria, eccezionale ed importantissima, professione.


Risultati immagini per alessandra monasta Alessandra Monasta è nata e vive a Firenze. È perito fonico forense e counselor professionista. Nella sua carriera si è occupata delle trascrizioni di intercettazioni ambientali e telefoniche e di interrogatori per molti processi, diversi dei quali di rilevanza mediatica nazionale: tra gli altri, il processo al mostro di Firenze, la strage dei Georgofili, la strage di Erba, processi di mafia e narcotraffico internazionale.

venerdì 13 novembre 2015

Recensione: "La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin" di Enrico Ianniello

Cari amici lettori, vorrei ringraziarvi per la vostra assidua presenza in questa Sala virtuale nonostante la settimana d'inattività. Purtroppo, al momento, dispongo di scarsa concentrazione da dedicare alle recensioni, finendo per leggere e basta, ragion per cui ho accumulato qualche arretrato.
Il primo in ordine cronologico, di cui mi accingo a parlarvi questa mattina, è La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin di Enrico Ianniello.
Buona lettura, dunque, e buon weekend.
Cecilia

Titolo: La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin
Autore: Enrico Ianniello
Pagine: 268
Prezzo di copertina: 16 euro
Prezzo ebook: 10,99 euro
Editore: Feltrinelli

Sinossi:

Sulla caviglia dello stivale Italia, là dove sta l'osso pezzillo, nasce il nostro eroe, Isidoro Sifflotin. Nella casetta di Mattinella, che sta su da trecento anni e "non crollerà mai", il prodigioso guagliunciello Isidoro affina una dote miracolosa, ricevuta non si sa come da Quirino, il padre strabico, poetico e comunista, e da Stella, la mamma pastaia. Qual è questa dote? La più semplice: Isidoro sa fischiare, e fischia in modo prodigioso. Con il suo inseparabile merlo indiano Alì dagli sbaffi gialli, e l'aiuto di una combriccola stralunata, crea una lingua nuova, con tanto di Fischiabolario, e un messaggio rivoluzionario comincia magicamente a diffondersi. Proprio quando il progetto di un'umanità felice e libera dal bisogno sta per prendere forma, succede qualcosa che mette sottosopra l'esistenza di Isidoro. "Tutto quello che cresce si separa": con addosso questo insegnamento di mamma Stella, Isidoro, ormai ragazzo, scopre Napoli e si imbatte, senza neanche rendersene davvero conto, in un altro linguaggio prodigioso e muto: quello dell'amore.


Uno dei miei più grandi difetti è d'esser spesso di fretta: questo mi porta ad essere altrettanto spesso distratta e superficiale. E' questo il caso in cui, scorto in qualche giro precedente tra gli scaffali, mi sono portata a casa il titolo vincitore del Campiello Opera Prima approfittando di una promozione vantaggiosa e del fatto che ci avevo messo su gli occhi da quando era uscito. Eppure questo Isidoro Sifflotin aveva tutte le carte in regola per essere considerato antipatico: una cover di un colore appariscente, che fa quasi male agli occhi a fissarla per più di un momento, una sinossi riguardo a realismo magico, una lingua nuova fatta di fischi creata da un autore esordiente nella scrittura ma già noto in altre vesti - quelle di attore di fiction note al grande pubblico e meno note come traduttore dal catalano di Pau Mirò, (forse qui l'ispirazione dai grandi nomi della letteratura sudamericana per questo realismo magico made in Sud).
La narrazione parte piano piano, come a scaldare i motori e, essendo l'autore un attore, mi ha fatto pensare a quei cabarettisti che aprono i propri spettacoli con dei monologhi sulla realtà politica e sociale di cui in seguito si faranno beffe con la satira propria del mestiere. Isidoro Raggiola detto PocaPanza è il figlio unico di una famiglia Rossa formata da Stella Dimare, pastaia e Quirino Raggiola, poeta strabico, operaio in fabbrica e sindacalista all'occorrenza, comunista fino al midollo. Negli anni Ottanta di Pertini, dall'unione d'amore tra i due, coppia anticonvenzionale, nasce un  bambino prodigio con un talento eccezionale, l'Urlafischio, un linguaggio tutto nuovo misto di parole e fischi, appunto, che gli consente di comunicare con gli uccelli, in primis con il merlo indiano Alì, suo mentore nell'apprendimento della pratica di questo mezzo di comunicazione unico. Così Isidoro diventa famoso, una vera star, porta in giro per i paesi dell'Irpinia limitrofi al suo il messaggio rivoluzionario appreso da papà e dalle sue lettere d'amore al mondo.
Il tempo scorre così, lento ma inesorabile, fino al 23 Novembre 1980 quando il mondo cade ed Isidoro, salvato per essersi spostato un po' più in là, vedrà sconvolta la propria vita, cominciando un peregrinaggio che lo porterà ad essere un uomo muto, segnato dalla sofferenza da quel bambino chiassoso che era. Tuttavia un talento è per sempre e la vita di Isidoro, seppur spezzata, continuerà ad essere prodigiosa; la passione per la letteratura e Renata, l'incontro con Cecòf, uomo misterioso rimasto accecato dalle meraviglie dell'Oriente di cui ha ricreato l'atmosfera in piena Napoli di cui riscopre le bellezze tramite il dono di Isidoro. Chi non ha sofferto, canticchia. Chi ha sofferto, canta! soleva ripetere papà Quirino e solo quando Isidoro riuscirà a comprendere la verità di queste parole, riuscirà a ritrovare sé stesso, rimasto per lungo tempo tra le macerie dell'Irpinia.
Un romanzo da Premio, straordinariamente denso e malinconico nonostante i toni allegri fino alla noia della prima parte, un'eccezione inaspettata, complessa da ragionarci su. Nelle pagine dei libri belli ci sta scritta la vita che non si riesce a dire;[...] E pure lui era allo stesso tempo di più e di meno della vita vera.

Risultati immagini per enrico ianniello feltrinelliEnrico Ianniello  è un attore, regista e traduttore. Ha lavorato a lungo nella compagnia di Toni Servillo. Dal catalano ha tradotto le opere di Pau Miró. Al cinema ha lavorato con Nanni Moretti, in televisione è il commissario Nappi della serie “Un passo dal cielo”. Per Feltrinelli ha pubblicato La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin (2015), il suo primo romanzo (vincitore del Premio Campiello Opera Prima 2015).