sabato 30 gennaio 2016

Recensione: "Orgoglio e Pregiudizio e Zombie" di Seth Grahame Smith

Titolo: Orgoglio e Pregiudizio e Zombie
Autore: Seth Grahame Smith
Pagine: 368
Prezzo di copertina: 12,90 euro
Editore: Nord

Sinossi:
È cosa nota e universalmente riconosciuta che uno zombie in possesso di un cervello debba essere in cerca di altro cervello. Così inizia "Orgoglio e pregiudizio e zombie", versione fedelmente aggiornata del celeberrimo (e amatissimo) capolavoro di Jane Austen, grazie a numerose scene "inedite" in cui, a farla da protagonisti, sono appunto gli zombie. Pubblicato da una piccola casa editrice americana, questo romanzo ha suscitato l'entusiasmo sia dei neofiti sia dei più fanatici ammiratori della Austen, scalando in breve tempo tutte le classifiche di vendita e imponendosi come il fenomeno editoriale dell'anno. E il motivo di un successo tanto clamoroso è semplice: al fascino di una storia d'amore senza tempo, si aggiunge il divertimento di una lotta senza esclusione di colpi contro l'orribile flagello che si è abbattuto sull'Inghilterra, arrivando fino al tranquillo villaggio di Meryton, dove l'indomita Elizabeth Bennet, insieme con le sue sorelle, è impegnata a contrastare orde di famelici morti viventi. Un ruolo che le calza a pennello, almeno finché non arriva il bello e scontroso Mr Darcy a distrarla...



Ultimamente mi sono data al trash e non è un bene; nemmeno questo libro lo è ma, in piccole dosi entrambi possono essere divertenti. Non me l'ha però insegnato il signor Grahame Smith il quale, non primo e non ultimo, attaccandosi al carro vincente di un successo planetario come quello della Austen che, se fosse viva, sarebbe addirittura più ricca della Rowling, si è limitato a prendere una versione di uno dei classici della letteratura inglese più celebri di sempre ed ad accludervi sciocchezze, sull'onda della moda New Gothic in voga qualche anno fa; se c'è un elemento di merito che debba essergli riconosciuto è l'esser stato particolarmente fedele all'originale, soprattutto nella prima parte, però tutto il resto è fuffa,. Ed io, che vedendo tra i video consigliati di YouTube il trailer della trasposizione cinematografica di prossima uscita pensavo che peggio del romanzo non si potesse fare, sarò probabilmente costretta a ricredermi, ché al peggio non c'è mai fine, dati gli ottimi presupposti per cui Pride and Prejudice and Zombies potrebbe essere candidato ai Razzie Awards del prossimo anno, con un Darcy ingaggiato probabilmente nel ruolo di zombie e finito chissà come a vestire i panni di uno degli gentiluomini più desiderati di sempre e Lily James che pare, nonostante la folgorante carriera attuale, non aver migliorato di una virgola la propria espressività recitativa. Tuttavia sarei ingiusta a cader preda del pregiudizio proprio in relazione ad un'opera della Austen, chi vorrà, vedrà; considerando comunque il finale, ci si potrebbe anche trovare a vivere un favoloso giorno di gaudio, e non solo per la cara Mrs Bennet.

giovedì 28 gennaio 2016

Recensione: "Jane la bruttina" di M.C. Beaton

Titolo: Jane la bruttina
Autrice: M.C. Beaton
Pagine: 197
Serie: 67,Clarges Street #2
Prezzo di copertina: 15 euro
Prezzo ebook: 8,99 euro
Editore: Astoria

Sinossi:
Jane, come le ricordano continuamente la madre e la sorella Euphemia, è bruttina. E quando arrivano per la Stagione in Clarges Street, nessuno si aspetta che abbia successo. Nessuno però pensava che la servitù di casa l'avrebbe presa in simpatia... I domestici di 67 Clarges Street si trovano di nuovo in miseria e non possono che sperare in una nuova Stagione e in nuovi inquilini. Quando questi finalmente arrivano, il maggiordomo e la sua "famiglia" non possono credere a tanta fortuna perché ci sono ben due ragazze in età da marito, che significa più feste, più ospiti, più mance. Ma dopo poco si accorgono che Jane viene lasciata in disparte dalla madre tirchia e dalla sorella insopportabilmente vanitosa e, quasi per ripicca, la bizzarra famiglia di servitori decide di intervenire. Vogliono trasformare Jane la bruttina in Jane la bellissima...



Di tanto in tanto la nostalgia per epoche mai vissute si fa sentire. Fortunatamente il mio fidato Kindle ha la capacità di saltare all'occhio all'occorrenza ed assolvere al proprio dovere seppur mezzo scarico, fornendo una varietà di scelta non indifferente; nella moltitudine, è emerso questo romanzo ambientato nell'Inghilterra della Reggenza, dal titolo insignificante e pure parte di una serie, due elementi che avrebbero dovuto farmelo mettere all'indice immediatamente; sfortunatamente, la curiosità di leggere qualcosa di un'autrice ed una casa editrice a me del tutto sconosciute eppure vastamente elogiate, con l'incentivo di non troppe pagine da leggere non necessariamente in sequenza, incastonate tra altri due titoli che non m'ispiravano per nulla, ha avuto la meglio. Sfortunatamente perché Jane anche se non brutta, si è dimostrata indubbiamente superficiale, come tutto il resto dei comprimari. Un romanzo - storico? giallo? misto tra i due? non saprei davvero - totalmente insignificante dove la Beaton, pseudonimo di Marion Chesney, scrittrice conosciuta per la serie di Agatha Raisin,  trasforma il più classico degli sviluppi - una protagonista avversata da tutti perché considerata non all'altezza che scoprirà il contrario, invece - in un noioso e parimenti irritante bailamme di macchinosità futili e dannose ai fini del romanzo stesso. Apparente lettura senza pretese infatti, questo romanzo che racchiude in sé più generi - storico, giallo, rosa - non appartenendo fino in fondo a nessuno, finisce per non lasciare traccia dietro di sé a parte un po' di delusione per del potenziale sprecato. 
Il 67 di Clarges Street, inizialmente luogo potenzialmente accogliente, abitato da un downstairs affiatato e vario, si è rivelato essere un luogo poco raccomandabile e non solo per l'aurea funesta abbattutasi sulla casa dopo la morte della figlia dei precedenti affittuari ma anche perché in esso il limite del ridicolo viene ampiamente oltrepassato, raccontando senza né capo né coda il mondo dorato fatto di convenevoli, ipocrisie e discorsi sussurrati dietro i ventagli che è l'aristocrazia inglese del tempo e, sospetto, anche quella odierna.
Nulla d'imprescindibile dunque, anzi forse sarebbe meglio orientarsi altrove nella ricerca di un posto tranquillo dove trascorrere la Stagione.

lunedì 25 gennaio 2016

Recensione: "Atlante degli abiti smessi" di Elvira Seminara

Titolo: Atlante degli abiti smessi
Autrice: Elvira Seminara
Pagine: 179
Prezzo di copertina: 17 euro
Prezzo ebook: 8,99 euro
Editore: Einaudi

Sinossi:
Eleonora è una donna eccentrica con un modo tutto suo di guardare il mondo. Ma è anche una donna impetuosa. E ora che l'ex marito è scomparso, il rapporto con la figlia Corinne si è strappato, "come un lenzuolo che ha subito troppi lavaggi, vestito troppi letti". E anche per questo che Eleonora lascia Firenze e si rifugia a Parigi, in cerca di solitudine e di chiarezza, perché certe fughe "non si organizzano, si subiscono e al massimo cerchi di perfezionarle". Da lì, osserva il parco sotto casa e le abitudini bizzarre degli inquilini del suo palazzo - un "ottimo esercizio di equa e diffusa compassione" - e tesse nuove trame. Ma soprattutto scrive a Corinne, per ricucire il loro rapporto. Un giorno dopo l'altro compila un campionario sfavillante degli abiti lasciati nella casa di Firenze. Una sorta di vademecum per orientarsi fra il silenzio ostinato degli armadi e il frastuono dell'umanità. Il catalogo animato di Eleonora diventa cosi un modo di trasmettere l'esperienza del tutto singolare, "fuori dalle ante". Un vortice di parole febbrili, inventive, con una forza espressiva inesausta, che ci trascina senza sosta, lasciandoci alla fine la sensazione di aver vissuto una storia che ci riguarda molto da vicino.



Vestiti che vogliono brillare, come le bombe e lo fanno puntualmente in camerino, davanti allo specchio, attentando gravemente all'autostima. Sono quelli che becco sempre per primi durante i penosissimi giri di shopping per necessità di rimpinguare il guardaroba e che, francamente, preferirei passare in libreria. Comunque, dopo anni di dramma, ho imparato a distinguere i capi d'abbigliamento appartenenti alla suddetta categoria e a starne alla larga, fiondandomi invece su felpone, maglioni, maglie ampie e blue jeans acquistati in serie nei variegati brand a basso costo. Del resto, quando Madre Natura decide che non sarai mai una 38 non hai molte alternative. Meglio prenderla con filosofia, approntare uno stile minimalista ed interessarti d'altro, ragion per cui mussola, cotone, raso, pizzo e simili sono per me rimasti un'elencazione di tessuti indistinguibili, lettera morta su carta di cui perfino i personaggi dei libri che leggo sembrano saperne di più - vedi Henry Tilney, fashion stylist ante litteram -.
L'idea di un vademecum in cui narrativa e moda s'incontrassero mi è tuttavia parsa interessante, tanto da spingermi a prendere sul serio e sfogliare l'Atlante degli abiti smessi di Elvira Seminara, il quale ben presto si è trasformato in una lettera d'amore. La varietà di umani sentimenti e comportamenti che, inevitabilmente, rimangono addosso agli abiti indossati - scusate il gioco di parole - traspare dalla storia raccontata quasi tra le righe di una madre, una figlia ed il loro rapporto da ricostruire.
Eleonora, fragile quarantenne fuggita nella città degli innamorati per rimettere insieme i pezzi di sé persi per strada, in un matrimonio finito, in una storia mai iniziata davvero. Dà istruzioni, racconta, scrive ad una figlia, Corinne, metà dei suoi anni, che non le ha mai perdonato la propria scelta. Spedisce cartoline, scorci della Ville Lumiere dove è stata felice. Attende, Eleonora, e mentre è impegnata così le capita la vita. Di far amicizia con gli inquilini del condominio, di adottare un cagnolino con una domanda esistenziale per nome, di dar da mangiare ad un gatto ruffiano, d'uscire in vestaglia a telefonare ed immalinconirsi. Sceglie con cura le parole della memoria, devono contenere tutte una poesia semplice che possa guidare efficacemente Corinne nei meandri dell'armadio, consigliarla quando ne ha bisogno, consolarla quando è triste. Crede d'aver sprecato tutta la felicità, Eleonora, la cerca nella buca delle lettere, al suono gracchiante del citofono, sui volti degli sconosciuti al parco. Bisogna ridisegnare gli spazi, ampliare i confini, fare il cambio stagione per riemergere da quel cumulo di abiti smessi di una vita fa. Dunque non resta che abbigliarsi di nuovo di vesti più grate, più giuste, fatte su misura. Vestiti stretti sul cuore, vestiti da mamma, perché come scrive D'Avenia, proprio quando ci sentiamo più poveri, la vita, come una madre, sta cucendo per noi il vestito più bello.

venerdì 22 gennaio 2016

Recensione: "Le avventure di Jacques Papier - Storia vera di un amico immaginario" di Michelle Cuevas

Buongiorno! Oggi vi parlo de Le avventure di Jacques Papier - Storia vera di un amico immaginario di Michelle Cuevas. Ringrazio l'ufficio stampa Deagostini nella persona di Riccardo Barbagallo per avermi dato la possibilità di leggerlo.
Buon weekend e lettura.
Cecilia

Titolo: Le avventure di Jacques Papier - Storia vera di un amico immaginario
Autrice: Michelle Cuevas
Pagine: 192
Prezzo di copertina: 12,90 euro
Prezzo ebook: 5,99 euro
Editore: Deagostini

Sinossi:
Jacques Papier ha otto anni e il terribile sospetto che tutti lo detestino. Tutti, tranne la sorellina Fleur. A scuola i professori lo ignorano quando alza la mano, ai giardinetti gli amici non vogliono mai giocare con lui, e a casa i genitori dimenticano sempre di aggiungere un posto a tavola. Ma la realtà è ben più terribile di quanto Jacques possa pensare... perché lui è solo l'amico immaginario di Fleur! Sconvolto, il ragazzino decide di iniziare un viaggio. Una lunga e sorprendente avventura alla ricerca di se stesso.



Tirare le somme non è mai stato il mio forte, quando ho dovuto farlo a Dicembre per decretare i migliori libri dell'anno mi ha lasciata spossata ma consapevole. Di aver fatto qualcosa, più di quanto credessi, di aver donato e ricevuto alla stessa maniera, di aver iniziato e non ancora finito, a volte semplicemente smesso. Dando un'occhiata alla classifica che ne è venuta fuori, due dati mi sono balzati immediatamente agli occhi: i libri consigliati sono stati scritti tutti da donne e nessuno di loro faceva capo alla categoria narrativa per ragazzi. Ho rimediato quest'anno, pescando Ness dallo scaffale prima per poi cogliere la palla al balzo e accettare di leggere un libro che probabilmente non avrei letto altrimenti. Avrei fatto male, non c'è niente di meglio di un imprevisto giusto al momento sbagliato, è la legge della compensazione, immagino.
Jacques Papier è felice, vive una simbiosi intellettuale terribilmente perfetta con la sua sorellina Fleur, un'intesa impeccabile di quelle che scoccano insieme alla scintilla, un'idea va a genio divenendo condivisibile se non lapalissiana e si finisce per entrare in sintonia; un'intesa fatta di attimi. Attimi appunto che rimangano tali nonostante la fantasia galoppi, la speranza prenda il sopravvento ed il tempo sembri essersi fermato, immortalato in una sensazione di invincibilità. Purtroppo la nota stonata non tarda a farsi sentire, rendendo necessario un ritorno alla realtà; una contraddizione in termini se scopri d'esser frutto dell'immaginazione di qualcuno e, in quanto tale, quella versione di te che ami tanto è destinata a svanire per essere reinventata differentemente. Jacques Papier è dunque destinato a cambiare, a trasformarsi e mentre la vita scorre a non dimenticarsi di sé. A cercarsi, da solo oppure insieme ad altri amici - gli Immaginari Anonimi li chiamano, fantasticare crea dipendenza - , per capire chi è davvero.
Al di là di tutto ci sono cose, caratteristiche, bizzarrie, sentimenti e ricordi che rimarranno sempre con noi, costituendo l'ossatura portante di ciò che siamo. Jacques lo sa e ci si aggrappa con tutte le sue forze, tra un merletto ed un trucco da prestigiatore, comprende che essere sé stessi non è un illusione e nemmeno trovare la strada di casa lo è, lì dove ha lasciato il cuore.
Quello di Michelle Cuevas è un romanzo dolcissimo, a misura di bambino; sa però parlare il linguaggio universale dell'essenziale, adatto a grandi e piccini, dedicato a tutti coloro che almeno una volta nella vita si sono sentiti invisibili eppure attendono fiduciosi perché sanno che l'essenziale è invisibile agli occhi ma non al cuore.

mercoledì 20 gennaio 2016

Recensione: "Sette minuti dopo la mezzanotte" di Patrick Ness e Siobhan Dowd

Titolo: Sette minuti dopo l'università
Autori: Patrick Ness - Siobhan Dowd
Pagine: 182
Prezzo di copertina: 12 euro
Prezzo ebook: 4,99 euro
Editore: Mondadori

Sinossi:
Il mostro si presenta sette minuti dopo la mezzanotte. Proprio come fanno i mostri. Ma non è il mostro che Connor si aspettava. Il ragazzo si aspettava l'orribile incubo, quello che viene a trovarlo ogni notte da quando sua madre ha iniziato le cure mediche. Connor si aspettava l'entità fatta di tenebre, di vortici, di urla... No. Questo mostro è un po' diverso. È un albero. Antico e selvaggio. Antico come una storia perduta. Selvaggio come una storia indomabile. E vuole da Connor la cosa più pericolosa di tutte. La verità. 






E' innegabile che talvolta le cose capitino, impreviste o indesiderate; ciò che si può e si deve mettere in discussione è il modo in cui ci si pone di fronte ad esse. Conor O' Malley non ha deciso quasi nulla della propria vita, sembra che ci si sia trovato in mezzo e non sappia come. Non ha deciso il divorzio dei suoi, l'essere vittima costante di bullismo, la malattia della madre, soprattutto non ha invitato un tasso malefico a narrargli delle storie, sette minuti dopo la mezzanotte.
Non ce lo si aspetterebbe, da una favola moderna dai toni cupi, che possa essere così attuale.
Proprio quando si è chiamati a dimostrare d'essere cresciuti ci si scopre bisognosi d'affetto, nostalgici di quel periodo magico ricordato come infanzia dove tutto era bello, sicuro, con la speranza di un e vissero felici e contenti per tutti. 
Patrick Ness, raccogliendo il testimone di Siobhan Dowd, ribalta questa prospettiva, lanciando un messaggio significativo e lampante, diretto com'è tipico dei bambini, rivolto maggiormente agli adulti che non hanno mai abbandonato la parte migliore di sé stessi: bisogna venire a patti con un male necessario, la verità; scomoda, osteggiata, solo ammetterla ci rende davvero liberi.
Una volta qualcuno mi disse che non contano le pagine ma la densità di esse; i libri densi come un uovo che sanno esprimere ciò che devono con semplicità e bellezza al contempo, questi sono i libri che meritano d'essere letti, presi sul serio. Le storie sono creature selvagge e indomite. [...]Quando le liberi, chi può sapere quali sconvolgimenti potranno compiere?

lunedì 11 gennaio 2016

Recensione: "Frammenti di una storia d'amore" di Gabrielle Zevin

Titolo: Frammenti di una storia d'amore
Autrice: Gabrielle Zevin
Pagine: 246
Prezzo di copertina: 16 euro
Editore: Frassinelli

Sinossi:
È la storia che un padre scrive per la figlia, un inno alla mutevole e infinita natura delle donne. In queste pagine un uomo rievoca il suo amore per la moglie, Margaret Towne, una creatura affascinante e non convenzionale, tormentata e misteriosa. Lui l'ha amata per tutta la vita, nonostante gli alti e bassi della relazione. Già dal primo incontro il loro amore s'iscrive sotto il segno della magia, percorrendo territori sempre in bilico tra realtà e fantasia. Una riflessione di volta in volta lieve, dolce e struggente che, come in un gioco di illusionismo, evoca una figura femminile, le sfaccettature che in lei convivono e le differenti stagioni della vita, affidandosi alla suggestione di un nome declinato nelle sue numerose varianti.



I rapporti genitori - figli mi incuriosiscono moltissimo, quando nei libri sono i genitori a raccontare; essendo una figlia ben lontana dal passare dall'altra parte, mi piace sapere cosa si prova ad avere a che fare con neonati urlanti, adolescenti problematici o ribelli, giovani adulti che, in fondo, per una mamma ed un papà, rimangono sempre un po' bambini. L'ho chiesto molte volte ai miei, di raccontarmi la loro esperienza, di dirmi, sinceramente, se mia sorella ed io siamo state all'altezza della loro aspettative tanto quanto loro lo sono stati delle nostre e loro, sinceri come  si può essere con una figlia che è parte di te, mi hanno sempre risposto guardandomi negli occhi, trattandomi alla pari come al solito.
Gabrielle Zevin sembra pure essere stata vittima di questi dilemmi, dati due padri che conversano con due figlie in due romanzi differenti dando consigli simili eppure non uguali; Frammenti di una storia d'amore infatti, romanzo d'esordio dell'autrice che aveva conquistato il podio delle letture migliori di qualche anno fa con la sua Misura della felicità, sembra una versione acerba, meno elaborata di quest'ultimo. Questa volta però N., padre morente scrive alla figlia una lunga lettera, somigliante maggiormente ad una versione fantasiosa della storia d'amore di cui ella è stata frutto, un'apologia sentimentale della moglie amata disperatamente; un'attrazione fatale tra i banchi universitari ed una ventata di passione li ha uniti brevemente e sarebbe finita lì se i due, giocando pericolosamente, non avessero avuto fretta di legarsi uno spago al dito, trasformato troppo presto nell'anello di una catena troppo pesante, spezzata poi dalla rovina.
Il fallimento si ritrova ad essere l'unica eredità emotiva, insieme ad un mucchio di soldi e a due zie affettuosissime, di cui Jane potrà disporre per mettersi in piedi e trovare il proprio posto nel mondo, pronta a rifare tutto da capo ché le storie d'amore sarebbero tutte uguali con due persone che si innamorano e smettono d'amarsi e la sottile differenza che passa in mezzo interessante solo per chi ne è coinvolto, se non fosse per i dettagli, vera fonte dell'amore, che ci spingono a non accontentarci di ogni essere umano ma di uno in particolare. Metafore ardite, semi poetiche, accompagnano il disastro, propendendo per la tesi Tennysiana secondo cui è meglio aver amato e perso che non aver amato lasciando, tuttavia, a chi legge la libertà di scegliere se riparare i frammenti in un collage nuovo perché frastagliato, magari impreziosito da un sentimento rafforzato, kintsugi dell'amore, oppure sparpagliare i cocci rotti al vento aggrappandosi al rancore, a quell'angosciante sensazione d'indefinito, strascico di una vita che non è andata come volevamo. E se...

sabato 9 gennaio 2016

Recensione: "Paranoie da fumo" di Tindaro Pintagro

Titolo: Paranoie da fumo
Autore: Tindaro Pintagro
Pagine: 90
Prezzo di copertina: 12 euro
Prezzo ebook: 7,99 euro
Editore: Street Lib (Piattaforma di Selfpublishing)

Sinossi:
"Paranoie da fumo" è composto da una serie di episodi che vedono protagonisti giovani e meno giovani che fanno uso di cannabis e vivono il disagio del doversi nascondere, della privazione della libertà personale, della paura dei controlli e delle perquisizioni, con tutti quelli che possono essere gli effetti deleteri sulla qualità delle loro vite.


Paranoie da fumo è una raccolta di racconti incentrata sull'angoscia generata dalla paura d'essere scoperti a far uso di cannabis. Personaggi ricorrenti figurano  nei brevi episodi, apparentemente a sé stanti eppure connessi in uno stesso intreccio; uno fra tutti, Francesco, protagonista di gran parte della vicenda, esprime il proprio disagio visibilmente in più occasioni, disagio reso più evidente dal conflitto tra interiorità, fatta di sensi di colpa e dall'ansia di trasgressione ed esteriorità in cui Francesco verrebbe descritto come persona assolutamente tranquilla, ordinaria.
Letta in brevissimo tempo, questa raccolta è giunta tra gli scaffali da me totalmente inaspettata, sorpresa non accresciuta dal contenuto bensì dalla forma e dallo stile.
Conoscendo personalmente l'autore infatti,  nessuna meraviglia è stata causata dalla scelta di un tema di fondo spinoso come il consumo di cannabis, ritenuto illegale dall'ordinamento giuridico corrente, tema su cui l'autore ha sempre tenuto posizioni molto liberali e non conformi al pensiero comune; lo stupore è sopraggiunto successivamente, apprendendo  della scelta di auto pubblicazione per nulla prevedibile date le campagne di sensibilizzazione a sfavore della Rete con annessi e connessi, con un occhio particolare ai social media, di cui tuttavia ha dimostrato di saper cogliere le potenzialità essendo Paranoie da fumo frutto del self publishing.
Tindaro Pintagro, armandosi di forza di volontà anticonformista, comunica le inquietudini, autobiografiche oppure no non è dato saperlo, di una vita braccata principalmente dal subconscio, servendosi di uno stile semplice, talvolta elementare, arricchito da moltissima punteggiatura a favorire, forse, voli pindarici, elucubrazioni mentali e riflessioni filosofiche che conducono chi legge a prendere atto di un differente punto di vista, checché la si pensi,  circa una questione di scottante attualità, sfociata, quasi inevitabilmente, in domande ataviche sul senso della vita a cui ciascuno, almeno una volta nella vita, ha risposto a suo modo.

mercoledì 6 gennaio 2016

Su "Shirley", in quella che avrebbe preteso d'essere una recensione ed invece non si sa bene cosa sia.

Nessun voto e biografia nel nuovo anno, nessun post di buoni propositi, ché tanto non li rispetto mai. Cinque giorni del 2016 sono già trascorsi e all'Epifania che tutte le feste si porta via (finalmente), vi parlo di Shirley di Charlotte Brontë, in quella che avrebbe preteso d'essere una recensione e invece si è trasformata in un non so bene cosa. Leggetela lo stesso, se vi va, ma più che altro leggete lei; vi avevo già scritto che, tra le due, non sono io la penna eccelsa.
A presto!
Cecilia

Titolo: Shirley
Autrice: Charlotte Brontë
Pagine: 684
Prezzo di copertina: 16,50 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Fazi

Sinossi:
Yorkshire, inizio Ottocento. Shirley, giovane donna ricca e caparbia, si trasferisce nel villaggio in cui ha ereditato un vasto terreno, una casa e la comproprietà di una fabbrica. Presto fa amicizia con Caroline, orfana e nullatenente, praticamente il suo opposto. Caroline è innamorata di Robert Moore, imprenditore sommerso dai debiti, spietato con i dipendenti e determinato a ristabilire l'onore e la ricchezza della sua famiglia, minati da anni di cattiva gestione. Pur invaghito a sua volta della dolce Caroline, Robert è conscio di non poterla prendere in moglie: la ragazza è povera, e lui non può permettersi di sposarsi solo per amore. Così, mentre da una parte Caroline cerca di reprimere i suoi sentimenti per Robert - convinta che non sarà mai ricambiata -, dall'altra Shirley e il suo terreno allettano tutti gli scapoli della zona. Ma l'ereditiera prova attrazione per un insospettabile... "Shirley" si inserisce nel grande filone del romanzo sociale inglese di inizio Ottocento: i suoi personaggi vivono gli avvenimenti storici dell'epoca - le guerre napoleoniche e le lotte luddiste -, facendo i conti con le contraddizioni del progresso industriale e offrendo spunti di riflessione sul lavoro, sul matrimonio e sulla condizione della donna.



Dicembre solitamente non è mese di classici; è tempo di bilanci, di studio matto e disperato, di feste che dovrebbero far crescere bontà e apertura verso il prossimo ed invece ad aumentare sono lo stress, i chili di troppo e l'ipocrisia, tutta roba inutile che odio profondamente insomma. Al contrario, inutile non si è rivelata essere una deliziosa e vecchissima edizione per bambini, frutto di uno scambio felice, di Shirley, il romanzo più sconosciuto e travagliato dell'autrice di Jane Eyre; sono stata davvero contenta di vederlo tornare tra gli scaffali in una rinnovata versione integrale dopo lunghi anni d'assenza, dunque, non appena ritirato in libreria giusto prima di Natale, l'ho accolto a braccia aperte perché non si può mica mettere alla porta gli amici quando si prendono la briga di venire a trovarti. Sono tornata con piacere nell'amata brughiera dello Yorkshire, in un quieto villaggio con un vasto vicinato ed una fabbrica in mezzo. Speravo che la maggiore delle sorelle Brontë descrivesse il dramma degli operai nell'era pre industriale ma sembra che le mie speranze d'influenza Gaskelliana su colei che le è stata amica e biografa siano state destinate a restare vane, i toni impetuosi impiegati nell'opera più conosciuta sono tutti indirizzati nel far declamare lunghi poemi e discutere con veemenza la Shirley del titolo, capace di tener testa a chiunque dei comprimari sulla scena eppure un po' meno di cattivarsi la simpatia di chi legge, insieme all'altra protagonista della vicenda, Caroline Helstone, polo opposto del signore di Fieldhead, anima pia i cui patemi d'animo sono riferiti nei minimi dettagli per buona parte della narrazione, tra rivelazioni insperate  eppure intuibili e dissertazioni sull'amore non corrisposto che, come cantava Albano qualche anno fa, è sempre amore. Ma le cose belle arrivano quando meno te le aspetti e proprio mentre non ci si sperava quasi più, la storia comincia ad arricchirsi di particolari interessanti che le permettono di ingranare e filare liscia sino alla fine.
E' durata più del previsto questa visita eppure c'era da aspettarselo; funziona così tra amici, il tempo passa senza accorgersene, si parla e si ascolta, talvolta s'impara pure qualcosa, ci si scarica addosso i fardelli pesanti per poter ricominciare dopo, più leggeri, quasi liberi forse.
In questo modo è andata, questa volta, e non importa davvero null'altro. Chiudo e mi sento bene, carica, pronta. Il nuovo anno può avere inizio, adesso.