giovedì 31 marzo 2016

Brevi impressioni: "3000 Modi per dire Ti amo" di Marie Aude Murail, "La battuta di caccia" di Isabel Colegate, "Facebook in the rain" di Paola Mastrocola

Marzo è stato un mese di arretrati. Non mi era mai capitato d'averne così tanti, colpa dello stress che mi ha resa una lettrice notturna compulsiva, e spero, se dovesse malauguratamente capitare di nuovo, di saper gestire meglio la situazione; oggi vi parlo delle ultime tre letture pregresse, tutte insieme, un po' perché questa storia di rimanere indietro con le recensioni è come un circolo vizioso infinito e non se ne esce, un po' perché mi piace l'idea di accostare tre romanzi diversissimi tra loro per genere e tematiche, con un unico denominatore comune ovvero che sono stati scritti tutti da donne. Incrocio dunque le dita per la buona riuscita di questo esperimento e vi auguro
Buona lettura.
Cecilia

3000 Modi per Dire Ti Amo
di Marie Aude Murail
224 pp. 12 euro
Giunti
Mr Ashley ha sfoggiato dodici modi di dire "Ti amo" al vaso del mio salone. Diffidate di lui. E' un grande attore.
Questa citazione tratta da Miss Charity della stessa Murail ha fatto impennare le aspettative per questa sua recente pubblicazione, perché Miss Charity è il libro che vorrei aver scritto, un grande omaggio, prosa sotto forma di testo teatrale nella migliore tradizione Wildiana, ad alcuni degli esponenti letterari più famosi della letteratura anglosassone Ottocentesca. Se non lo avete ancora fatto, recuperatelo, non ve ne pentirete.
Questa breve digressione è funzionale al discorso in quanto, come avrete capito, anche qui si parla di attori e maschere. Marie Aude Murail ci guida nel mondo teatrale tra corsi improvvisati ed illustri accademie di recitazione insieme ai tre protagonisti, Chloé, Bastien e Neville, tutti aspiranti declamatori di Shakespeare e company davanti ad una platea. Con il suo solito stile simil teatrale, alternando un narratore esterno ad uno in prima persona, Marie Aude Murail  mette in scena un altro romanzo di formazione dove adolescenti, grazie ai drammi di chi ha vissuto prima di loro, trovano la propria strada nella vita. A volte pasticciando, altre con massima serietà, l'autrice racconta di un mondo che le è noto, provenendo lei stessa da una famiglia d'arte, pur non brillando come in altre sue opere dove, forse, il suo estro e la vena creativa, ironica eppure estremamente delicata in varie occasioni, viene messa maggiormente in risalto dal contrasto con i temi d'attualità nel mondo degli adolescenti e, talvolta, non. Murail conferma comunque d'essere un'ottima penna e valido punto di riferimento nel panorama della letteratura per ragazzi contemporanea, rivelando un talento raro nel parlare al cuore di chi legge, con passione ed ironia, come sempre dovrebbe essere.


La battuta di caccia
di Isabel Colegate
pp.233, 16 euro
Beat
Una piccola premessa per ringraziare la gentilissima Giulia dell'Ufficio Stampa per la disponibilità.
Natale mi ha lasciata orfana di Downton Abbey e, se da una parte ci sono gioia per un gioiellino che, dati i presupposti delle ultime stagioni, poteva concludersi molto male e sollievo perché tutto è bene quel che finisce bene, dall'altro c'è la tristezza di un pezzo di vita che finisce. Da ciò l'esigenza di un surrogato quantomeno soddisfacente, se non in TV almeno nella letteratura, che tuttavia non è stata soddisfatta pienamente dal celebre romanzo di Isabel Colegate. Diffidare sempre degli strilloni e delle cover, non importa quante e quali somiglianze ci siano. Sir Randolph Nettleby e la compagnia riunita nella grande tenuta dell'Oxfordshire non è Lord Grantham con tutti i personaggi che si sono avvicendati nelle varie puntate di Downton Abbey però la situazione descritta dalla Colegate potrebbe aver ispirato Fellowes, questo sì, specie nell'idea di descrivere la fine della Belle Epoque e l'Empire à la fin de la decadence per l'aristocrazia inglese. Il declino, per la compagnia di Nettlebley, è lento ma inesorabile ed evidente: molto spazio alla servitù, meno alle affettazioni e civetterie varie di una nobiltà stanca eppure ancora vanesia che compie il proprio canto del cigno con, imminente, il peso della Grande Guerra sullo sfondo. 
L'opera che valse alla sua autrice il W.H. Smith Literary Award, uno dei più prestigiosi premi letterari britannici, oltre ad aver presumibilmente ispirato il premio Oscar Fellowes, ha avuto una propria trasposizione sul grande schermo alquanto famosa, almeno così dicono, tra le prime a mostrare l'oro che non luccica nei magnifici saloni delle tenute di campagna immerse nella brughiera. Stile impeccabile e scrittura magistrale rivelano però un unico difetto, la mancanza di empatia con chi legge che, a differenza di altre situazioni e contesti, non prova il minimo sentimento, solo indifferenza, verso questi personaggi e la loro parabola discendente, individui a cui non resta altro che osservare annuari e dagherrotipi per ricordare i tempi d'oro cristallizzati dal negativo di foto ormai sbiadite.


Facebook in the rain
di Paola Mastrocola
125 pp. 10 euro
Guanda
Facebook in the rain di Paola Mastrocola, una volta terminato, è andato a posizionarsi nella serie di letture random, pescate per caso su un Kindle non aggiornato, che non sapresti come inquadrare. Una lettura ironica della comune dipendenza dai social o un semplice chick lit mal riuscito, mentre ti soffermi a pensare a cosa ti ha lasciato, ti tornano in mente tutti gli elementi buffi che ci hai trovato dentro e desisti dal proposito. Al di là da ogni definizione è la vicenda che vede protagonista Evandra che, da un opposto all'altro, passa dall'essere una vedova afflitta assidua frequentatrice del camposanto ad essere invece un'assidua frequentatrice dei social network, di Facebook in particolare, quando fuori piove. Tutto merito - o colpa - dell'amica Rosangela, svampita in cerca dell'anima gemella e dell'attempato Baldo, all'anagrafe Gesualdo Spossato, mago del computer. Una commedia tragicomica, semiseria, che vorrebbe trattare con leggerezza del rapporto tra umani e tecnologia ma fallisce miseramente dopo l'esordio spiritoso, precipitando in una pesantezza fatta di prevedibilità e brodo allungato, neppure troppo, fortunatamente, data l'esiguità del numero di pagine, che di certo poteva ispirare qualche dubbio sulla riuscita dell'impresa. Chissà che non sia per una prossima volta.

martedì 29 marzo 2016

Recensione: "L'imprevedibile destino di Emily Fox Seton" di Frances Hodgson Burnett

Titolo: L'imprevedibile destino di Emily Fox-Seton
Autrice: Frances Hodgson Burnett
Pagine: 275
Prezzo di copertina:17 euro
Prezzo ebook: 8,99 euro
Editore: Astoria

Sinossi:
"Il piccolo lord Fauntleroy" (1886) e "Il giardino segreto" (1911) sono best seller intramontabili, ma questo romanzo del 1901 è per molti lettori il preferito tra quelli scritti da Frances Hodgson Burnett: Nancy Mitford lo adorava e fa parte del programma di alcune università americane insieme a "Orgoglio e pregiudizio" e "Jane Eyre". La prima parte, "Formazione di una marchesa", appartiene alla tradizione di Cenerentola (e di Un giorno di gloria per Miss Pettigrew), mentre la seconda, intitolata "I metodi di lady Walderhurst", è un appassionante melodramma. Ulteriori elementi di fascino sono la scrittura di Burnett e la descrizione della durezza dell'esistenza delle donne nel tardo Ottocento e della crudeltà del sistema delle classi britannico. Uno dei temi fondamentali è l'innocenza, una virtù oggi sottostimata, che tende a venire confusa con l'ignoranza o l'essere naif. Amiamo avere eroine forti e indipendenti. Emily invece è innocente, ma tutt'altro che ignorante. All'età di 34 anni conosce molto bene il mondo in cui vive e i suoi pericoli. Conosce la povertà dei membri delle buone famiglie decadute e l'importanza di mantenere le apparenze per sopravvivere, dove pagare l'affitto può significare saltare dei pasti, dove la tentazione di accettare la "protezione" di un uomo può condurre all'ostracismo sociale e al disastro personale.



Pasqua è passata giusto da un paio di giorni ma chi è che durante le feste, almeno una volta nella vita, facendo zapping non ha beccato in TV Il piccolo lord? A me è capitato talmente tante volte da scoraggiarmi a recuperare il libro ed il resto della produzione di Frances Hodgson Burnett. Da qualche tempo , tuttavia, la casa editrice Astoria, segno distintivo le cover rosse con un dipinto in un tondo al centro, annovera tra le proprie pubblicazioni i romanzi per adulti dell'autrice e L'imprevedibile destino di Emily Fox-Seton, segnalato da Amazon tra le proposte di lettura, rientra tra questi. A quanto parte la signorina Fox-Seton gode di molta popolarità nei programmi di studio universitari d'oltreoceano, tanto da essere equiparata a Jane Eyre; purtroppo, a mio avviso, il paragone non tiene perché se l'uccellino spaventato che se potesse volerebbe dimostra sin dalle prime pagine una notevole forza di carattere che suscita ammirazione in chi legge, la Fox Seton assomiglia ad un pulcino implume separato troppo presto da mamma chioccia: innocenza, capacità di meravigliarsi delle piccole cose e di credere negli essere umani - probabilmente la miss qui è un'antenata di Mengoni - sono caratteristiche peculiari del personaggio che, sebbene ammirabili per principio, finiscono per indispettire il lettore a lungo andare. Infatti se inizialmente la protagonista riesce a cattivarsi una parvenza di benevolenza, nella seconda parte dell'opera il buonismo a tutti i costi finisce per nuocerle, tanto da arrivare a pensare che necessiterebbe seriamente di una vivace scrollata.
Da apprezzare comunque la franchezza dell'autrice nello scoprire gli altarini a sostegno delle fredde logiche calcolatrici della società Ottocentesca per cui denaro e posizione vanno considerati valori assoluti sul cui altare sacrificare il sentimento; da segnalare, infine, Jane Cupp che, seppur personaggio secondario ed umile cameriera personale, ambisce all'indipendenza personale.
Un mix dunque tra romanzo di formazione e toni melodrammatici, non del tutto nuovi nella narrativa femminile tardo Ottocentesca da consigliare, ma non troppo, agli appassionati del genere e a chi vuole conoscere la Burnett cresciuta, lontana dai Fauntleroy e dal giardino segreto, luoghi incantati che l'hanno resa un classico della letteratura per ragazzi.

giovedì 24 marzo 2016

Recensione: "Boy, Snow, Bird" di Helen Oyeyemi

Titolo: Boy, Snow, Bird
Autrice: Helen Oyeyemi
Pagine: 262
Prezzo di copertina: 20 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Einaudi

Sinossi:
È una notte d'inverno del 1953 quando Boy Novak - lunghi capelli biondo ghiaccio e lineamenti delicati - scappa di casa lasciandosi alle spalle il padre violento di professione acchiapparatti. Da New York il caso la porta a Flax Hill, una cittadina del Massachusetts. Qui conosce Arturo Whitman, un gioielliere rimasto vedovo: è antipatia a prima vista e infatti, dopo poco, si sposano. Corollario del matrimonio è il ruolo di madre, prima vicaria e poi naturale. Ma se inizialmente il rapporto con la bellissima ed eterea Snow è magico, nel momento in cui nasce Bird tutto cambia. Arturo e la sua famiglia nascondevano un segreto che la bambina ha svelato e Boy si trasforma, con sua stessa sorpresa, nella crudele matrigna delle fiabe. Sono tante e diverse le donne che popolano il libro: Boy, Snow e Bird in primis, ma anche Webster, Mia, Mrs Fletcher, Julia, Olivia, Agnes, Clara. Tutte, chi dietro una facciata frivola, chi determinata, chi burbera, chi affettuosa, nascondono in maniera piú o meno consapevole una parte non trascurabile della loro natura. E poi, ovviamente, c'è Frances. L'identità: è questo il tema al centro del romanzo di Helen Oyeyemi. Quanto c'è di vero in quello che appare quando un abito può mascherare, un viso può mentire? Possiamo scegliere chi essere - prendere la porta, tagliare i ponti, coprire le tracce - o il passato, prima o poi, tornerà a inchiodarci?


Non conoscevo Helen Oyeyemi e se non fosse stato per la segnalazione di Sophie di Laumes'Journey, Boy, Snow, Bird sarebbe stato un altro Einaudi provvisto di una cover meravigliosa, un titolo suggestivo e una sinossi accattivante che avrei lasciato in libreria a causa del prezzo decisamente alto. Fortunatamente le cose sono andate diversamente e quindi mi ritrovo a parlarne qualche mese dopo l'uscita, con qualche soldino in meno ma con un gioiellino in più sullo scaffale. 
Preannunciato come un retelling di Biancaneve ambientato negli States anni '50, il sesto libro di una giovane e talentuosa autrice lo è solo in parte; passatemi la definizione un po' gergale ma questo romanzo è tanta roba, specialmente sul finale e adesso cerco di spiegare perché.
Boy - la circostanza che vede chiamarsi così una ragazza è di per sé bizzarra, da non sottovalutare - Novak è una ventenne smilza, emaciata e biondissima quando fugge da una casa natìa più simile ad una delle gabbie dove stanno rinchiusi i ratti che danno da vivere all'essere con cui è cresciuta e da cui ha ricevuto, più o meno, lo stesso trattamento riservato ai roditori. Ultima fermata Flax Hill, la collina del lino letteralmente, cittadina d'artigiani in cui ciascuno ha trovato il proprio posto nel mondo creando qualcosa; Mia, coetanea ed amica della prima ora, dà consistenza alle parole sotto forma di articoli sensazionali per un giornale della Grande Mela, Mrs Fletcher, proprietaria della libreria locale, le stesse parole le vende stampate in libri d'epoca sul retrobottega e Arturo Whitman, principe azzurro maggiormente somigliante ad un grizzly con cui è antipatia a prima vista e, infatti, dopo poco si sposano, usa la creatività nel fondere insieme i minerali preziosi.
Boy, apparentemente un pesce fuor d'acqua nel borgo di nani zelanti, riesce a ritagliarsi un ruolo ambiguo: moglie serena ma indecisa, madre orgogliosa, matrigna forse crudele ma, come moltissime rivisitazioni moderne di fiabe ci insegnano - La Terra delle Storie o Once Upon A Time - i cattivi sono vittime la cui storia non è stata raccontata e dunque la vicenda si fa più complessa di un cattivo rapporto madre/figlia, allargando gli orizzonti a tematiche di scottante attualità quali la segregazione razziale e le conseguenze scaturite - The Help e i recenti fatti di cronaca ci insegnano che non è, purtroppo, ancora finita -, la questione gender e la violenza sulle donne. 
La narrazione di Helen Oyeyemi, partita in sordina, si fa sempre più avvincente e complessa, lasciando i toni fiabeschi sullo sfondo, come struttura di base, coinvolgendo chi legge in una questione divenuta dibattito dei giorni nostri, su cui c'è molto da capire e da riflettere. Una lettura intensa, controversa, da assaporare, in cui non si sa più chi o cosa siano gli altri e, per questo, ci si nasconde dagli specchi ma ciò non impedisce al lettore di prendere effettivamente coscienza dello spessore della scrittura dell'autrice, augurandosi di poter recuperare presto la bibliografia pregressa della più brava del reame.

martedì 22 marzo 2016

Recensione: "Ruggine" di Anna Luisa Pignatelli

Titolo: Ruggine
Autrice: Anna Luisa Pignatelli
Pagine: 151
Prezzo di copertina: 16 euro
Prezzo ebook: 7,99 euro
Editore: Fazi

Sinossi:
Libro intenso, dalla lingua evocativa, "Ruggine" narra la storia di emarginazione di una donna ormai anziana in un paese di poche anime, grette e crudeli, protagoniste di vicende aspre e orizzonti senza speranza. Sullo scenario di una Toscana letteraria e allo stesso tempo autentica, gli abitanti del piccolo nucleo al centro del dramma commetteranno ogni tipo di angheria ai danni della donna, vittima suo malgrado di una vera e propria persecuzione a causa del suo passato. Il mistero di Ruggine - chiamata così per l'attaccamento a Ferro, un gatto che ora è l'unica compagnia di una vita altrimenti desolata - ruota attorno a un fatto torbido riguardante il proprio figlio, da tempo rinchiuso in una casa di cura per il suo comportamento violento. Da allora, malgrado i soprusi subiti, Ruggine è il demonio, la strega da cui guardarsi, messa al bando dalla comunità per la sua condotta illecita e punita per il suo atteggiamento schivo e fatalmente remissivo. Nonostante l'innocenza e la rassegnata accettazione di un destino avverso, la condanna sarà senza appello e a emergere sarà unicamente la grande solitudine della donna fino allo straziante, paradossale epilogo nel rovesciamento di ogni senso di pietà e di giustizia.



Parole accorate a difesa di Ruggine mi avevano folgorata, un gatto su uno sfondo minimalista e un'occasione imperdibile ha fatto il resto, dolo determinante che ha portato quella che si supponeva una storia struggente d'emarginazione provinciale condensata in poche pagine a balzare in testa nelle priorità di lettura. Supposizione infondata, artificio andato a buon segno quello della penna di Anna Luisa Pignatelli che, seppur dotata di uno stile raffinato, non riesce pienamente nell'intento di rendere partecipe chi legge della sofferenza della propria protagonista; nella provincia sempre uguale a sé stessa, poco importa che sia Toscana o altrove, il pettegolezzo alimentato ad arte da sguardi sfuggenti dietro le imposte accostate, da chiacchiere a mezza bocca piene di sottintesi, ha trasformato la vittima in carnefice. Ruggine - Gina -  vecchietta piegata dai segni della vita e da quelli della violenza, s'attacca spasmodicamente a Ferro, felino ruffiano ma libertino, come tutti gli appartenenti alla categoria, però l'affetto di un gatto né quello di un missionario senza vocazione bastano a riparare un passato turbolento intenzionato a non rimanere tale, a sfatare i pregiudizi della gente che, come i bizzarri soprannomi, sono provvisti di scadenza a lunga durata. La provincia non perdona, ogni sbaglio rimane cucito addosso e non importa null'altro; il tempo non cura le ferite, anzi, basta poco affinché si riaprano e sanguinino di nuovo, ad esempio una studentessa universitaria triste e solitaria, come cantava Cristicchi, non così emancipata da riuscire a distinguere tra luci ed ombre in una vicenda mai del tutto chiarita che apre le porte all'inevitabile.
Tagliente e implacabile, forse troppo, l'autrice chiosa in fretta lasciando un'atmosfera cupa, priva di speranza, molto simile ai drammi Verghiani senza però la giustificazione propria di questi ultimi. Niente di nuovo sotto il sole.

venerdì 18 marzo 2016

Ricordo di Jane Austen, un omaggio alla "più perfetta tra le artiste"

Finiranno mai questi arretrati? Non lo so più, non riesco a vedere la luce in fondo al tunnel, davvero, e a quanto pare durerà per un bel pezzo dato il virus stagionale che mi tiene ancora in scacco, privandomi delle possibilità materiali di rendermi attiva in altro. Comunque, oltre il delirio, oggi è il turno di una piccola chicca Austeniana di cui vi parlo con molto piacere, Ricordo di Jane Austen scritto dal nipote, James Edward Austen Leigh e scovato, dopo anni di assidue ricerche, grazie al caro Libraccio dei miracoli.
Buona lettura.
Cecilia

Titolo: Ricordo di Jane Austen
Autore: James Edward Austen Leigh
Pagine: 188
Prezzo di copertina: 6,20 euro
Editore: Sellerio

Sinossi:
Jane Austen non possedeva uno studio. I suoi grandi romanzi (Orgoglio e pregiudizio, Emma, Mansfield Park, Persuasione) furono scritti in un angolo del soggiorno, mentre intorno a Jane si svolgeva l'attivismo di una grande casa della campagna inglese. La pubblicazione recente delle lettere dimostra che il lavoro della Austen aveva bisogno del contatto vivo con la famiglia, i vicini, i fratelli e i nipoti, con le concrete stanze dell'aristocrazia terriera inglese dei suoi tempi: quella caratteristica cura per i particolari, in cui sembrava risolversi l'intensità dell'esistenza agiata, non smodata, laboriosa, di un ottimismo un po' beota e quasi umoristico, dava la linfa a intrecci e personaggi. E questa biografia, scritta a un cinquantennio dalla morte di Jane dal nipote, vicario di Bray, punta a ritrarla nel suo milieu. E non per anticipazione di una chiave critica di interpretazione di un personaggio tra i meno biografabili, ma perché per il vicario di Bray - amabile, posato, spiritoso con discrezione, come l'aveva fatto il suo ambiente che non riteneva ancora perdita di tempo dedicarsi a diari, innocui pettegolezzi, piccoli notiziari circoscritti entro il giardino di casa -, non si poneva un'altra scelta. Sicché questa biografia, che muove circolarmente da particolari e fonti casalinghe, e il suo autore sembrano un racconto austeniano essi stessi. Il vicario J. E. Austen-Leigh, nipote di Jane Austen, scrisse questa biografia nel 1870, settantenne.

Come direbbe il buon Darcy, quando sia iniziato o come mi fossi trovata in mezzo non saprei dirlo; c'ero dentro e basta, molto semplicemente. Delle circostanze che mi hanno portata ad amare i libri e le qualità della Austen ho parlato in diverse occasioni attinenti alla questione e non ho voglia di ripetermi; vi basti sapere che si è trovata sullo scaffale in un momento particolarmente delicato della mia vita e, in un certo senso, in lei ho trovato una consigliera ed un'alleata, una mentore e per questo conserverà sempre un posto speciale nella mia libreria e nel mio cuore. C'è chi la taccia d'inconsistenza, chi la trova intollerabile, con le sue storie di provincia basate sul matrimonio, sul pettegolezzo e le beghe dei piccoli borghi e chi la ammira proprio perché ha saputo trarre da una vita apparentemente senza eventi di rilievo il massimo: una famiglia che le fosse davvero affezionata, qualche aneddoto da raccontare grazie ad innate doti da narratrice ed una fama che la rende nota a distanza di secoli. Ricordo di Jane Austen vuole essere un omaggio alla memoria della nota scrittrice; non un'apologia né un'esaltazione, solo un omaggio affettuoso da parte di un familiare sinceramente affezionato che narra le circostanze di una vita quotidiana ordinaria, senza grandi gioie ma con moltissimi dolori, ed è ancora più prezioso per questo. Fuori catalogo da qualche anno, ristampato recentemente a cura del massimo studioso italiano della Austen, quando sono riuscita a recuperarlo, nonostante le note a margine a matita di chi, evidentemente, l'aveva visto solo come materiale d'esame è stato un bel giorno, come accogliere un vecchio amico; non per il contenuto, né per le notizie che conteneva ma perché questo breve libriccino, memoir d'altri tempi, è la prova lampante che, se ami davvero e credi in ciò che fai, una parte di te resta, indelebile finché ci sarà qualcuno a leggere, a ricordare, a credere nelle stesse cose per cui altri hanno vissuto, lottato, creduto. e l'esistenza di Jane Austen, svoltasi in un piccolo villaggio inglese, senza i clamori della fama mentre era in vita, ne è la prova. Jane Austen, signorina paladina della vita tranquilla, era,è e rimane una di noi, si divertiva con poco, qualche carattere da studiare per tessere i propri intrecci e portare un po' di brio in una vita banalmente semplice eppure, stando alle testimonianze, serena. Nonostante tutto e tutti, potremmo assomigliarle un poco, come creature imperfette piene di contraddizioni quali siamo, forse addirittura proprio per questo.

giovedì 17 marzo 2016

Recensione: "Il peso" di Liz Moore

Titolo: Il peso
Autrice: Liz Moore
Pagine: 336
Prezzo di copertina: 17 euro
Prezzo ebook: 6,99 euro
Editore: Neri Pozza

Sinossi:
Arthur Opp è enormemente grasso. Mangia quello che vuole e tutte le volte che vuole. Come un violoncello imprigionato dentro una custodia, non esce più di casa. L'ultima volta che l'ha fatto è stato nel settembre del 2001, quando davanti alla TV si è sentito così solo che ha aperto la porta. Una volta in strada, ha visto una giovane donna che piangeva stringendo tra le braccia un bambino dall'aria confusa, e allora è stato travolto dal dolore e dalla nostalgia, dalla pietà per sé e per gli altri. A passi pesanti, fermandosi sette volte per riprendere fiato, è rientrato giurando di non mettere più piede fuori, perché Arthur non ha nessuno da chiamare, nessuno da vedere, nessuno per cui valga la pena uscire. Da diciotto anni non fa più il professore, da una decina d'anni non sale ai piani superiori della sua casa. La camera da letto e tutto quello di cui ha bisogno sono al piano terra, nel suo piccolo mondo, e fuori dalla finestra c'è l'unico panorama che gli serve. Per liberarsi dei rifiuti lancia i sacchi della spazzatura sul marciapiede dal primo gradino, a notte fonda, quando fuori è buio. Per mangiare ordina tutto su internet. Anche se pesa più di duecentoventi chili e gli manca il fiato quando fa più di sei o sette gradini, Arthur si sente al sicuro tra le mura del suo rifugio, lontano dalle illusioni e dalle disillusioni del mondo, lontano dalla crudeltà e dalle vane speranze della vita di fuori, a occuparsi soltanto dell'unica cosa che gli sta a cuore.



La tua casa è dove si trova il tuo cuore. Più che con  l'amore, penso abbia a che fare con il senso d'appartenenza; quando qualcosa ci appartiene lo sentiamo come un segno della nostra presenza nel mondo, qualcosa da cui andare via o, talvolta, fare ritorno; se questo qualcosa non esiste, ci troviamo incompleti, pezzi mancanti, vaganti, alla ricerca. Ciascuno sopperisce come può: droghe, alcol, gioco d'azzardo ma anche fenomeni alla portata di tutti come disturbi alimentari, depressione, manie di vario tipo. Arthur Opp è stato un insegnante e adesso non lo è più, abita in una grande casa signorile della Brooklyn bene ma lì dentro non si trova il suo cuore, solo lui, perché Arthur teme d'aver lasciato il proprio cuore da qualche altra parte ma non ha più il coraggio, da anni ormai, di uscire per andare a cercarlo ed, eventualmente, a riprenderselo. Pensando a quel suo cuore perduto, Arthur cade nel circolo vizioso dell'ubriacone del Piccolo Principe - bevo. E perché bevi? Per dimenticare? Che cosa? Che mi vergogno. Di cosa? Di bere - tentando di colmare il vuoto che sente.
Anche Charlene pensa spesso alla propria vita e se ne duole; grandi ambizioni, università serale, l'incontro con Arthur e poi più nulla, tutto annebbiato dall'alcol che ha preso il controllo, nonostante tutto, nonostante tutti i buoni propositi  d'essere una buona madre per quel figlio non cercato ma venuto su bene.
Kel, 18enne ben piantato, promessa del baseball non sa quale sia davvero il proprio posto: Yonkers, periferia suburbana che ha dato i natali alla madre, Pells Landing, quartiere elegante dove frequenta il liceo, oppure la lontana Arizona dov'è andato suo padre, mai più tornato. Non ha molto  tempo per porsi la questione, Kel, che si trova improvvisamente precipitato in una situazione da incubo, con solo una lettera d'addio come via di fuga per una vita forse migliore della farsa che si trova a recitare con gli amici, i professori, Lyndsey. E' sottile il filo, passante per Charlene, fino a casa Opp dove, nel frattempo, Arthur si è deciso ad andare oltre, ha iniziato a pulire casa e fatto nuove conoscenze. Sono connessi, Arthur e Kel, ma non lo sanno ancora, insieme a Charlene formano una flebile congiunzione che segnerà ciascuno.
Storie di solitudini quelle che Liz Moore vorrebbe narrare guardando a temi attuali  ma non riuscendo ad amalgamarli bene insieme perché, di fatto, mancanti di un filo conduttore. Un po' di delusione a far presente che non tutte le ciambelle riescono col buco e questa, benché abbia le potenzialità, è una di quelle.

martedì 15 marzo 2016

Recensione: "Come donna innamorata" di Marco Santagata

Titolo: Come donna innamorata
Autore: Marco Santagata
Pagine: 175
Prezzo di copertina: 16,50 euro
Prezzo ebook: 8,99 euro
Editore: Guanda

Sinossi:
Come si può continuare a scrivere quando la morte ti ha sottratto la tua Musa? È questo l’interrogativo che, l’8 giugno 1290, tormenta Dante Alighieri, giovane poeta ancora alla ricerca di una sua voce, davanti alle spoglie di Beatrice Portinari. Da quel momento tutto cambierà: la sua vita come la sua poesia. Percorrendo le strade di Firenze, Dante rievoca le vicissitudini di un amore segnato dal destino, il primo incontro e l’ultimo sguardo, la malìa di una passione in virtù della quale ha avuto ispirazione e fama. È sgomento, il giovane poeta; e smarrito. Ma la sorte gli riserva altri strali. Mentre le trame della politica fiorentina minacciano dapprima i suoi affetti – dal rapporto con la moglie Gemma all’amicizia fraterna con Guido Cavalcanti – e poi la sua stessa vita, Dante Alighieri fa i conti con le tentazioni del potere e la ferita del tradimento, con l’aspirazione al successo e la paura di non riuscire a comporre il suo capolavoro… È un Dante intimo, rivelato anche nella sua fragilità, e nelle sue ambiguità, quello che Marco Santagata mette in scena in un romanzo che restituisce le atmosfere, le parole, le inquietudini di un Medioevo vivido e vicino. Il sommo poeta in tutta la sua umanità: lacerato dall’amore, tormentato dall’ambizione, ardentemente contemporaneo.




Tra le sere in cui ti assale l'insonnia e avere un Kindle a portata di mano si rivela una circostanza felice può essere annoverata quella in cui, scorrendo i vari titoli, l'occhio stanco, arrossato, stropicciato è caduto su Come donna innamorata di Marco Santagata; la malinconia davanti a una tisana ed il silenzio notturno, solitamente amato, in stridente contrasto con la baraonda dentro la testa piena di pensieri che non vogliono saperne di azzittirsi; sarebbe di gran sollievo chiacchierare, di tutto e niente, ma è un processo troppo difficoltoso e allora meglio cercare la comprensione dove sai di poterla trovare: tra le pagine di un libro. 
Tutti i timori legati ai probabili pregiudizi circa il libro e chi lo ha scritto svaniscono alle prime righe; non importa che a scrivere sia uno studioso di fama internazionale, che il libro abbia figurato tra la cinquina dello Strega dello scorso anno -  e che io, con i titoli da premio o quasi, ci vada a nozze raramente -, che il protagonista sia Dante Alighieri, il Sommo Poeta Laureato, tanto severo nelle raffigurazioni sui libri di scuola, tanto osannato da essere inarrivabile, semi mitologico. Niente di tutto ciò importa perché, quella sera, se la Provvidenza può essere chiamata in causa anche in questioni apparentemente di poco conto come la scelta di un libro da leggere, ebbene, è stato proprio un incontro letterario provvidenziale, il nostro; non già tra grande letterato e povera lettrice abbastanza ignorante in materia di rime e sonetti bensì tra due persone che avevano bisogno di qualcuno che ascoltasse e capisse, senza giudicare, le situazioni reciproche. In preda a dilemmi esistenziali ci si trova sempre in buona compagnia e così ci si ritrova a leggere, ad empatizzare maggiormente con il Dante uomo e non con il poeta sebbene le due figure siano intimamente interrelate; le ansie, le angosce della vita quotidiana svaniscono o, almeno, perdono d'importanza se confrontate alla sofferenza di sapere morta la donna amata da sempre e per sempre. Un Alighieri umano come non se n'era mai saputo alberga tra le pagine del romanzo di uno dei massimi studiosi di letteratura italiana che ha avuto la bellissima idea di ricordare un luminare della poetica tramite un'opera che lo è sì, ma nella misura in cui una prosa può esserlo. Dietro le assonanze della Vita Nova, il labor limae della Commedia, ci sta infatti un uomo fatto di lacrime e sangue, anima e sentimenti, ideali e sogni infranti, che si batte e soffre per ciò in cui crede esattamente come tutti, in ogni tempo; l'amicizia con Guido, l'affetto per Gemma - figura sempre oscurata dalla sfolgorante grazia di Beatrice, ingiustamente -, la politica ed il rapporto con il divino emergono chiaramente a testimoniare i patemi d'animo dell'uomo prima che del padre della lingua e della cultura italiana, ruolo certamente nobile eppure, a lungo andare, svilente della condizione d'imperfezione propria a tutti gli esseri umani. 
Dante Alighieri, creatore di un mirabile capolavoro è entrato a far parte lui stesso del mito della tradizione e Santagata, dall'alto della propria erudizione in  materia, riesce a smentire Flaubert, secondo cui non bisogna toccare gli idoli, la doratura ci rimane sulle dita, poiché, rivedendo la posizione dantesca sotto questa luce, in realtà lo studioso rende un grande servizio al Sommo Poeta, riuscendo a raffigurarlo in maniera ancor più apprezzabile, se possibile. per le fragilità e le piccole debolezze di cui era stato privato ed invece gli sono state, da Santagata appunto, magistralmente restituite. 
Qualche centinaio di pagine è bastato, dunque, a cambiare inevitabilmente la prospettiva, ampliandola, dimostrando che oltre le apparenze, oltre le stupide credenze, oltre la sorte, oltre la morte, come canta Erica Mou, ci può essere di più, di meglio; oltre tutto questo tempo, una fusione fra poesia e prosa che renda davvero giustizia ad un uomo fin troppo sospeso tra cielo e terra, per ritrovare la dritta via ch'era smarrita  e, finalmente, è stata ritrovata.

lunedì 14 marzo 2016

Recensione: "Infinito +1" di Amy Harmon

Titolo: Infinito +1
Autrice: Amy Harmon
Pagine: 352
Prezzo di copertina: 12 euro
Prezzo ebook: 4,99 euro
Editore: Newton Compton

Sinossi:
Bonnie Rae Shelby è una superstar. E ricca, bellissima e famosa. E desidera morire. Finn Clyde è un signor nessuno. E brillante e cinico. Ma è completamente a pezzi. E tutto ciò che vuole è la possibilità di vivere ancora. Finn ha un passato con cui confrontarsi, Bonnie un futuro che non vuole affrontare. Un ragazzo, una ragazza, una strana serie di circostanze impreviste e una scelta: voltarsi dall'altra parte e ignorare ogni cosa o tendere la mano e rischiare tutto. Così, mentre il ticchettio di un orologio scandisce il tempo della scelta, inizia la loro avventura, un viaggio che cambierà per sempre le loro vite.



Mi è stato chiesto perché, tra tutti romanzi YA presenti in circolazione, consigliassi senza riserve solo quelli di Amy Harmon. La risposta è stata immediata: perché la Harmon è unica nel trattare le tematiche adolescenziali; nelle sue storie mostra sensibilità e rispetto oltre ad un talento raro nel riuscire a far empatizzare chi legge con i personaggi, non rendendoli mai banali. Oltretutto, spesso sono tematiche forti ed attuali; abbandono, adozione, stress post - traumatico, malattia. In Infinito +1 c'è un po' di tutto; depressione, malattia, reintegrazione nella società in seguito al carcere e forse tutta questa carne al fuoco danneggia un po' il libro in sé, togliendo freschezza e smalto alla narrazione, dando luogo a situazioni improbabili. 
Bonnie Rae Shelby è una famosissima cantante pop. Grazie ad un talent show ha raggiunto il successo che però non ha mai voluto davvero se non per aiutare la gemella malata. Anche Infinity Finn Clyde aveva un gemello e ciò ha influenzato quello che era, che è e sarà, un genio matematico con la fedina sporca, in cerca di riscatto, di quella faccia della medaglia che non esiste più, come Bonnie. Probabilmente è proprio questo ad unirli in viaggio senza una meta vera, in fuga dal passato verso un futuro imprevedibile. Lo stile è più o meno lo stesso di sempre, mi ha ricordato molto I cento colori del blu eppure qualcosa questa volta ha stonato; le caratteristiche sopra elencate ci sono tutte ma il paradosso di alcune circostanze rende meno realistico l'insieme - ho sempre considerato il realismo uno dei punti forti della Harmon -, il gran parlare di equazioni e teoremi circa l'infinito che mi sarebbe stato utile qualche tempo fa, alla lunga stanca. Quindi, pur rimanendo salda nel considerare Amy Harmon la più talentuosa tra e autrice del genere YA di mia conoscenza, non consiglierei particolarmente Infinito +1 a chi non avesse già letto qualcosa di suo o meglio, consiglierei di partire da uno degli altri titoli già disponibili in italiano, avendo trovato quest'ultimo più dispersivo rispetto ai precedenti. Si ammira dunque la buona volontà ma ci si augura ancora meglio per la prossima volta.

venerdì 11 marzo 2016

Recensione: "Tutte le donne di" di Caterina Bonvicini

Una piccola premessa: so che i ringraziamenti solitamente si fanno alla fine ma meglio prima, non si sa mai. Ringrazio dunque la gentilissima Martina dell' ufficio stampa Garzanti per la possibilità di leggere Tutte le donne di e Salvia di Desperate Bookswife senza la cui recensione me lo sarei certamente persa.


Titolo: Tutte le donne di
Autrice: Caterina Bonvicini
Pagine: 196
Prezzo di copertina: 16 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Garzanti

Sinossi:
È la vigilia di Natale. Intorno alla tavola ci sono sette donne. Tutte le donne della vita di Vittorio, e lo stanno aspettando. Ma lui non arriva. Manda solo un enigmatico messaggio. Poche parole che rendono ancora più perturbante la sua assenza. Perché per ognuna di loro, in modo diverso, lui è il centro di un mondo: c’è la madre e c’è la sorella, ci sono la moglie, l’ex moglie e l’amante, la figlia adulta e la figlia adolescente. Il vuoto che lascia un uomo può diventare molto affollato. Ritrovare se stesse è allora necessario, vitale, indispensabile. Bisogna farlo insieme, avere il coraggio di appoggiarsi l’una all’altra. Bisogna accettare che un amore che si voleva assoluto è invece frammentario e condiviso. Condiviso proprio con quelle donne per cui si prova astio e rancore. Eppure anche da questi sentimenti può nascere un’inattesa complicità, una solidarietà finora sconosciuta. Forse solo così la lontananza di Vittorio può diventare un’occasione per guardare le cose in modo nuovo. In questa commedia ironica e spietata, costruita come un giallo, anche la persona a noi più vicina può svelare all’improvviso un lato che agli altri sfugge. Caterina Bonvicini torna con un romanzo che è un piccolo capolavoro di stile. Un affresco in cui ogni particolare vive di luci e di ombre. Una storia appassionante in cui l’assenza di un uomo dà finalmente voce alle donne della sua vita. Tutte le donne di è un libro sull’amore, sulla famiglia, sulle sovrastrutture che la società impone. Perché sentirsi liberi di essere se stessi è una lunga conquista, che può arrivare quando meno te l’aspetti.



In un mondo ideale, una lettrice dotata di un minimo di senso critico dovrebbe rispettare la regola del mai giudicare un libro dalla copertina; in un mondo ideale, appunto, dove l'occhio non vorrebbe la propria parte e i lettori sarebbero esseri perfetti non influenzati da quisquilie simili. Nel mondo reale, infatti, una lettrice tutt'altro che perfetta aveva concepito un pregiudizio verso un certo libro proprio perché influenzata da una copertina ed un titolo ambigui a prima vista, lo aveva scambiato per un qualche saggio o biografia di un qualunque signor famoso, non approfondendo le ricerche. 
Menomale che esistono i blogger e i blog, quelli che segui ed hanno gusti simili a tuoi, di cui hai imparato a fidarti nel tempo; grazie a questi, tante volte, rivelazioni inaspettate ti traggono fuori dal fraintendimenti autoindotti in cui ti era capitato di cadere, consentendoti di fare giustizia, dando a Cesare quel che è di Cesare o, in questo caso, a Caterina Bonvicini quel che è di Caterina Bonvicini.
Tutte le donne di è un romanzo sagace, che analizza con arguzia una famiglia borghese della grande metropoli, demistificandone il capofamiglia tramite i pensieri, le azioni e le sensazioni delle sue donne. Tutto ha inizio in una delle situazioni topiche più odiate: il Cenone di Natale. Vi sfido a non aver mai avuto pensieri non proprio carini in mezzo ad una baraonda di facce, sguardi e commenti fatti da individui che, quotidianamente, evitate  come la peste. La Vigilia di Natale in casa Fumagalli si presenta proprio così, come una Vigilia di Natale qualunque in una famiglia qualunque; delle persone, tutte donne, attendono a tavola Vittorio Fumagalli, il noto scrittore, il capofamiglia, minimo comune denominatore per tutte. Madre, sorella, ex moglie, moglie attuale, figlie di primo e secondo letto, amante o presunta tale, tutte le donne di Vittorio, ognuna con la propria personalità che chi legge imparerà a riconoscere tra le pagine, tramite sapienti cambi di registro e punti di vista, in attesa del grande assente che, nel frattempo, sembra essere sparito nel nulla. E' filato via, non si sa come, dove né perché e mentre la polizia indaga, anche il lettore è portato a saperne di più di una famiglia allargata dove non è tutto oro ciò che luccica. Un uomo e le sue donne, tante, troppe: troppe mogli, troppe figlie, troppe madri. Tutte le donne [...] sono state troppe cose. Sempre oltre le loro competenze: la madre che tende ad essere moglie, in conflitto con la moglie che tende ad essere madre. La figlia che si sente moglie, urtando la moglie che ha bisogno di sentirsi figlia. L'amante che gioca a fare la sorella, mentre la sorella si crede un'amante. Donne insicure, donne ingombranti, donne indifferenti; occupano la scena, lasciando in disparte l'uomo di casa che aleggia come un fantasma su tutta la vicenda, fino alla fine dove, con un giro di volta inaspettato a primo impatto eppure, in seguito, del tutto plausibile, tira fuori la propria verità su tutto l'amore, dato, mancato, ricevuto ed una scelta di vita da compiere o forse già inconsapevolmente compiuta; un anno è  trascorso, le luminarie emettono nuovamente  tenui bagliori, Sant'Ambrogio incombe ed è tempo di decidere se scoprire le carte, liberandosi per sempre dall'ombra della Madunina oppure tornare ad essere una sorta di Fu Mattia Pascal dei ricchi che non hanno più lacrime, a dare una svolta dolceamara a quella che è, fino all'ultimo capitolo, una vicenda ben scritta e ben narrata.

mercoledì 9 marzo 2016

Recensione: "Terapia di coppia per amanti" di Diego De Silva

Titolo: Terapia di coppia per amanti
Autore: Diego De Silva
Pagine: 274
Prezzo di copertina: 18 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Einaudi

Sinossi:
Due adulti sposati (non tra loro) che si ritrovano uniti da una passione incontrollabile e da un amore coriaceo, particolarmente resistente alle intemperie. Viviana è sexy, vitale e intrigante, e ha un notevole talento per i discorsi intorcinati. È combattuta fra restare amante e alleviare cosi le infelicità matrimoniali o sfasciarsi la vita per investire in un'altra. Modesto è meno chic, decisamente più sboccato e sbrigativo nella formulazione dei concetti, ma abilissimo nell'autoassoluzione. Spara battute a sproposito per svicolare, e fa pure ridere. Moderatamente vigliacco, aspirerebbe alla prosecuzione a tempo indeterminato della doppia vita piuttosto che a un secondo matrimonio, visto che già il suo non è che gli piaccia granché. È nella crucialità del dilemma che Viviana trascina Modesto dall'analista, cercando una possibilità di salvezza per il loro rapporto ormai esasperato da conflitti e lacerazioni continue. Il dottore è spiazzato nel trovarsi di fronte una coppia non ufficiale, libera da vincoli matrimoniali e familiari, che non ha nulla da perdere al di là del proprio amore. Accetterà l'incarico per questa ragione, trovandosi nel mezzo di una schermaglia drammatica e ridicola insieme, e rischiando di perdere la lucidità professionale.



Chissà quante volte, camminando per strada, capita d'incrociare due persone che stanno insieme ufficiosamente, coppia di fatto e non di diritto. Chissà se li guarderemmo diversamente se sapessimo, probabilmente l'incredulità sarebbe il male minore ad emergere dagli sguardi dei passanti.; i due forse sarebbero travolti da ondate di sdegno e disprezzo per i quali sarebbe meglio essere preparati a fuggire, come l'uomo e la donna sulla copertina del nuovo libro di Diego De Silva, Terapia di coppia per amanti. Un ossimoro apparente, ché le terapie di coppia generalmente sono destinate agli ex amanti che devono fare i conti con la fine dell'amore sì, ma anche con la casa da dividere, gli eventuali figli da prendere a carico, le spese legali da addebitare insieme alla colpa dei cocci rotti forse non riparabili non solo di piatti e bicchieri ma di anime lacerate inesorabilmente. Modesto e Viviana lo sono, degli ex amanti, ma sono pure vigliacchi ed egoisti; non si curano delle relazioni ormai divenute monologhi su linee parallele, non sanno staccare la spina a vite coniugali ormai in stato vegetativo. L'unica cosa che importa è la loro storia, iniziata come atto di ribellione ad una routine insostenibile e divenuta ormai una cosa seria, talmente tanto, almeno per  Viviana regina dei trip mentali, da non dormirci più la notte; Modesto, più naif, più rilassato eppure dotato di un'ironia mista all'arte di sdrammatizzare che non ci si aspetterebbe, non ne farebbe un problema perché in fondo, a lui, figlio di un jazzista traditore seriale che prende la vita con filosofia assurgendo al ruolo di simpatico della compagnia, andrebbe bene così.
Ma Viviana pesta i piedi e tra telefonate notturne, sms inviati di nascosto, attimi rubati ed hamburger ipercalorici, i due decidono di andare in analisi  per capire cosa vogliono da sé stessi e dal loro rapporto attendendo il passaggio dell'onda, come sempre, sulle note di Every Breath you Take in una dolcissima dichiarazione d'amore che non li rende più maturi ma soltanto più umani. Sono stati capaci di farsi amare ed odiare, Modesto e Viviana ed io mi ritrovo, per una volta, in mezzo: né carne né pesce, sarebbero come quegli amici di amici con cui parli per una sera ma di cui, una volta usciti dal contesto, mi dimenticherei facilmente e l'onda dell'indifferenza li travolgerebbe senz'altro colpo ferire.

lunedì 7 marzo 2016

Recensione: "Hyperversum Next" di Cecilia Randall

Titolo: Hyperversum Next
Autrice: Cecilia Randall
Pagine: 480
Prezzo di copertina: 16 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro 
Editore: Giunti

Sinossi:
Phoenix, Arizona, futuro prossimo. Alexandra Freeland, furiosa perché l'ennesimo brutto voto in fisica la costringe sui libri, rinunciando al primo agognato appuntamento con Brad, si aggira come un animale in gabbia nella biblioteca del padre Daniel, fino a che un antico volume miniato non attrae la sua attenzione. Non l'ha mai visto, come fosse un segreto attentamente custodito. All'interno, un enigmatico biglietto firmato da Ian, il migliore amico e fratellastro di Daniel, e una password. Alex accende il vecchio computer del padre, che non gli ha mai visto usare, e scopre un'antiquata versione di un videogioco di culto: Hyperversum, celebre per la veridicità con cui sa ricreare l'ambientazione medievale. La tentazione è forte. Alex si crea un avatar e avvia la sessione di gioco. Saint Germain, Francia nordoccidentale, XIII secolo: Alex si aggira nel cuore di un animato villaggio, ammirando stupita la ricostruzione in dettaglio di botteghe, vicoli e personaggi, ma presto lo stupore lascia spazio a sentimenti molto più forti. Hyperversum non è solo un gioco ma una realtà virtuale parallela e Alex non sa come tornare nel proprio mondo. Testimone involontaria di un delitto, scoprirà di essere lei stessa in pericolo di vita, giovane donna che deve imparare a muoversi in mezzo a intrighi e scontri all'arma bianca, ma anche a gestire il proprio rapporto con Marc, figlio inquieto e affascinante del Falco del Re.


Un bisogno fortissimo di una lettura intimistica come non accadeva da tempo, senza ansia, scadenze, rielaborazione; a tu per tu con un libro dove non ci fosse una parola in più né una in meno di quelle già pensate e scritte. Complice in ciò un romanzo appartenente ad un genere che non leggevo da un po', fantasy storico, preso in mancanza di meglio grazie ad un buono residuo messo in borsa e lì rimasto troppo a lungo.
Avevo già fatto la conoscenza del mondo di Hyperversum diversi anni fa e, sebbene affascinata dall'idea di fondere insieme un gioco di ruolo e la realtà, con Ian, Daniel e gli altri avevamo cominciato col piede sbagliato e ci si era messo parecchio ad ingranare davvero.
Ma la Randall, a dieci anni di distanza, più matura forse perché diventata mamma, ha saputo stupire dimostrando d'appartenere a quel genere di autrici che, come il vino buono, migliorano con il passare del tempo. Vent'anni dopo si è lasciata la scena ai figli, seppur mai interamente, i quali, nonostante la giovane età, dimostrano subito d'essere dotati di carattere ed un cuore nobile; si crea il feeling dunque, tra loro e tra noi, e non fai in tempo ad affezionartici che devi già salutarli. Più azione e meno descrizioni dettagliate hanno senz'altro giovato alla fluidità dello scorrere delle pagine ma non per questo Hyperversum Next , nuova generazione di impavidi cavalieri ed intrepide madamigelle, ne viene penalizzato, anzi, avviene il contrario; il potere delle radici insieme a quello del rinnovamento fanno faville così come la penna di Cecilia Randall di cui si attende presto il ritorno in libreria, magari nuovamente in compagnia di Alex, Marc ed un'altra generazione di eroi ed eroine dei giorni nostri e non pronta a vivere un universo più esteso, un Hyperversum appunto.

venerdì 4 marzo 2016

Post Random: Ehilà gente, sono viva: tutto ciò che ho letto/visto/saputo/cambiato ultimamente

Sono viva ed ho molte cose di cui parlarvi, queste le uniche buone notizie per il momento, per il resto la legge di Murphy docet. Sono sparita così, di punto in bianco, senza giustificazioni o un avviso che dicesse più o meno il blog va in pausa fino a... perché sono troppo presa da altro per stargli dietro; in realtà l'avevo scritto ma in primis gli avvisi mi mettono tristezza ed in secundis sollecitano il mio lato melodrammatico, ergo ho preferito non pubblicarlo perché indegno.
Bando alle ciance però perché, come ho già scritto su, ho molte cose di cui parlarvi, letterariamente parlando e non. 

Nonostante tutto, sono riuscita a leggere qualcosa quindi, a partire dalla prossima settimana o, più specificamente, a partire da quando avrò testa e cuore di buttare giù qualcosa di organico, intellegibile e non standardizzato, troverete in ordine sul blog le mie impressioni circa una nuova incursione, 20 anni dopo gli eventi narrati nella prima trilogia, nel mondo di Hyperversum creato da Cecilia Randall che, come il vino buono, migliora col tempo, una coppia d'amanti che si trova ad affrontare problemi di coppie "storiche" più che appunto, da amanti alla maniera di Diego De Silva  e di tutte le donne di Vittorio Fumagalli, raccontate da Caterina Bonvicini . A seguire la nuova coppia di adolescenti dal passato difficile protagonista del romanzo fresco di stampa di Amy Harmon che, stavolta, convince meno del solito ed un Dante, in un romanzo quasi da premio, più umano di come lo si sia mai rappresentato.







Inoltre dal campo letterario arrivano tante belle notizie, smentendo il detto nessuna nuova, buona nuova

- Alessia Gazzola condivide sul proprio profilo personale un estratto dal nuovo libro della saga di Alice Allevi che, a quanto pare, uscirà presto. Qui si attende, insieme alla serie Tv, quindi incrociamo le dita.

- Valentina D'Urbano ha svelato il titolo del nuovo romanzo: Non aspettare la notte, con due nuovi protagonisti da settembre in libreria.

- Lorenzo Marone torna da lunedì in libreria con La tristezza ha un sonno leggero e sarà un piacere conoscere un nuovo protagonista, dopo Cesare Annunziata, simpatico ma non troppo. Anche qui, si spetta una trasposizione, cinematografica però.

- Qualche giorno fa è stato rilasciato il primo trailer di The Light Between Oceans, trasposizione con Micheal Fassbender ed Alicia Vikander, del romanzo omonimo scritto da M. L. Steadman e pubblicato in Italia da Garzanti. Sarà, Libraccio permettendo, una delle prossime letture, quindi speriamo bene anche in questo caso.

- Chrysalide ha annunciato la data di uscita del terzo volume delle Cronache Lunari di Marissa Meyer, dopo che i lettori si erano fatti sentire con una petizione, tra cui anch'io; inutile quindi aggiungere che sono felice di ciò perché dei primi volumi conservo un ottimo ricordo. Cress sarà nelle librerie italiane dal 26 Aprile 2016.


***

La categoria ALTRO non contiene molto in realtà; ho iniziato due nuove serie TV, entrambe tratte da libri: si tratta di 11/22/'63 basata sull'omonimo romanzo di Stephen King, che mi è piaciuto moltissimo (QUI la recensione) e The Night Manager basata sull'omonimo thriller di John Le Carré che tuttavia non ho letto ma, dai primi due episodi, promette bene (e la circostanza che vede protagonisti Tom Hiddlestone e Hugh Laurie non incide minimamente, eh!)




Ah, quasi dimenticavo: da qualche giorno vi sarete accorti che ho cambiato la grafica del blog. Quella di prima mi piaceva moltissimo però avevo bisogno di qualcosa di più luminoso. Mi auguro vi piaccia.

Infine grazie a tutti coloro che hanno continuato a visitare ed animare questa Sala anche se la padrona di casa era assente; sappiate che ha apprezzato molto.

A presto!

Cecilia