lunedì 27 giugno 2016

Recensione: "Sembrava una felicità" di Jenny Offill

Titolo: Sembrava una felicità
Autrice: Jenny Offill
Pagine: 162
Prezzo di copertina: 16 euro
Prezzo ebook:7,99 euro
Editore: NN editore

Sinossi:
Il ritratto di una donna, ma soprattutto una riflessione sui misteri della coppia, dell'intimità, della fiducia e dell'amore. L'eroina della Offill è una giovane scrittrice che vorrebbe diventare un mostro di scrittura. È una donna che non si vuole sposare e che invece s'innamora e si sposa e ha una figlia. Col tempo vede le proprie ambizioni andare in stallo, la maternità trasformarsi in una nuova forma di solitudine e il matrimonio vacillare per un tradimento. Nella sua ostinata ricerca della felicità deve affrontare lo smarrimento, la rabbia, la gelosia e i cambiamenti, per ritrovare quello che è stato perso, cosa è rimasto e che cosa desidera adesso. Una vita come tante, all'apparenza, raccontata con un linguaggio che brilla di arguzia e feroce ironia, in un romanzo che in certi momenti sembra un diario, in altri un mémoire, in altri ancora un flusso di coscienza inarrestabile. Intercalando sapientemente citazioni di Orazio, Socrate, Coleridge e Berryman, nozioni di scienza e pillole di filosofia, questa storia d'amore venata di suspense ha la velocità di un treno che sfreccia nella notte.


*(NdR: I paragrafi sono staccati come esemplificazione dello stile dell'autrice).

Pare che la lettura richieda al sistema nervoso uno sforzo enorme. Una rivista di psichiatria scriveva che le tribù africane avevano bisogno di più ore di sonno da quando avevano imparato a leggere. I francesi avevano accolto queste teorie e, durante la Seconda Guerra Mondiale riservavano le razioni più abbondanti a chi doveva affrontare fatiche fisiche estenuanti e a chi svolgeva attività che contemplavano la lettura e la scrittura.
E' scientificamente provato, dunque, che leggere sia impegnativo. Lo è ancor di più quando bisogna prestare attenzione al significato intrinseco del testo che si ha davanti agli occhi, perché la narrazione assomiglia al gioco enigmistico nel quale è necessario unire correttamente i vari punti numerati per ottenere un'immagine completa. Lo stile di Jenny Offill è così, è necessario seguire il file rouge, districandosi tra l'aneddotica varia per trovare un senso quantomeno logico. La linea invisibile unisce brevi capitoli dai paragrafi spezzati tramite intermezzi di citazioni, riflessioni, speranze, introspezione a tratteggiare la figura di una donna.

Personalità dalle mille sfaccettature, la protagonista dimostra come la contraddizione sia parte dell'essenza di ciascun individuo. L'aspirante mostro di scrittura, amica di filosofi, tutta carriera e nient'altro, d'improvviso si innamora e, rinnegando i giuramenti fatti a sé stessa, si sposa mettendo al mondo una figlia. Potrebbe sentirsi appagata eppure l'ambizione è un vestito scomodo da smettere; mentre scorre il diario della quotidianità, gli anni passano e quella che sembrava una felicità non appare più una rappresentazione molto verosimile.

Se qualcuno ti chiede di ricordare uno dei momenti più belli della tua vita, è importante considerare non solo la domanda ma anche chi te la pone. Domanda difficile, insinuatesi inevitabilmente tra i pensieri; inaspettatamente, quando tutto va a rotoli, la salvezza si trova nelle piccole cose.

Da piccoli non si sa il nome delle cose.

Un romanzo breve messo su carta con una tecnica di scrittura bizzarra, da metabolizzare nel tempo. Un tutto e un niente, Sembrava una felicità, dipende dalla prospettiva. Un nì, diverso dalle aspettative però, in qualche modo, egualmente piacevole e scorrevole perché dotato di un suo certo fascino.

Fughe di idee?

Discorsi forzati?

Progetti grandiosi?

Nah.

sabato 25 giugno 2016

Recensione: "La costola di Adamo" di Antonio Manzini

Titolo: La costola di Adamo
Autore: Antonio Manzini
Pagine: 284
Prezzo di copertina: 14 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Sellerio

Sinossi:
"Il vicequestore sorrise nel pensare alla somiglianza che sentiva tra lui e quel cane da punta". Rocco Schiavone ha la mania di paragonare a un animale ciascuna delle fisionomie umane che gli si para davanti. Ma più che il setter che gli suscita quell'accostamento, lui stesso fa venire in mente uno spinone, ispido, arruffato e rustico com'è: pur sempre, però, sottomesso all'istinto della caccia. È uno sbirro manesco e tutt'altro che immacolato, romano di conio trasteverino, con una piaga di dolore e di colpa che non può guarire. Ad Aosta, dove l'hanno trasferito d'ufficio, preferirebbe tenere le sue Clarks al riparo dall'acqua e godersi i suoi amorazzi, che non imbarcarsi in un'altra inchiesta piena di neve. Una donna, una moglie che si avvicinava all'autunno della vita, è trovata cadavere dalla domestica. Impiccata al lampadario di una stanza immersa nell'oscurità. Intorno la devastazione di un furto. Ma Rocco non è convinto. E una successione di coincidenze e divergenze, così come l'ambiguità di tanti personaggi, trasformano a poco a poco il quadro di una rapina in una nebbia di misteri umani, ambientali, criminali. Per dissolverla, il vicequestore Rocco Schiavone mette in campo il suo metodo annoiato e stringente, fatto di intuito rapido e brutalità, di compassione e tendenza a farsi giustizia da sé, di lealtà verso gli amici e infida astuzia.


Mi capita sempre più raramente di affezionarmi ad un personaggio seriale, sia perché le saghe ed io abbiamo sviluppato un rapporto altalenante di amore/odio, sia per altri motivi che non sto qui ad elencare. Quando succede, tuttavia, sono contenta e talvolta talmente entusiasta da voler leggere tutti i volumi seguenti al primo in un baleno; pessimo proposito, data l'attesa spasmodica successiva, così ormai ho imparato a non formularlo nemmeno più. Ma Rocco Schiavone, appena conosciuto e subito trovato simpatico nonostante tutto, non potevo mollarlo fino a data da destinarsi, non aveva ancora finito, lui, sebbene la Pista Nera fosse stata abbastanza rapida nel portarci a valle; così, facendo un'eccezione, non solo non l'ho lasciato al freddo di Aosta e dei rimpianti, ma ho raddoppiato dando un'occhiata a La costola di Adamo che, purtroppo, non mi ha impressionata più di tanto. 
La settimana del vicequestore oriundo trasteverino migrato al Nord per punizione, inizia con un apparente furto, che si rivela essere qualcosa di più macabro. 
Il giallo, questa volta, sembra far da cornice allo scandagliamento della vita privata della creatura di Manzini, vero fulcro del romanzo che occupa quasi tutta la scena. 
Un passato che non vuole saperne di chiudere i conti, un salto a Roma per cercare di tirare le somme definitivamente senza riuscirci; più malinconia e meno brio in una vicenda dove le donne, vive e morte, sono protagoniste assolute, oscurando parzialmente la stella brillante e scarsamente politically correct del commissario maggiormente sui generis d'Italia.

mercoledì 22 giugno 2016

Recensione: "Pista nera" di Antonio Manzini

Titolo: Pista nera
Autore: Antonio Manzini
Pagine: 278
Prezzo di copertina: 13 euro
Prezzo ebook: 8,99 euro
Editore: Sellerio

Sinossi:
Semisepolto in mezzo a una pista sciistica sopra Champoluc, in Val d'Aosta, viene rinvenuto un cadavere. Sul corpo è passato un cingolato in uso per spianare la neve, smembrandolo e rendendolo irriconoscibile. Poche tracce lì intorno per il vicequestore Rocco Schiavone da poco trasferito ad Aosta: briciole di tabacco, lembi di indumenti, resti organici di varia pezzatura e un macabro segno che non si è trattato di un incidente ma di un delitto. La vittima si chiama Leone Miccichè. È un catanese, di famiglia di imprenditori vinicoli, venuto tra le cime e i ghiacciai ad aprire una lussuosa attività turistica, insieme alla moglie Luisa Pec, un'intelligente bellezza del luogo che spicca tra le tante che stuzzicano i facili appetiti del vicequestore. Davanti al quale si aprono tre piste: la vendetta di mafia, i debiti, il delitto passionale. Quello di Schiavone è stato un trasferimento punitivo. È un poliziotto corrotto, ama la bella vita. Però ha talento. Mette un tassello dietro l'altro nell'enigma dell'inchiesta, collocandovi vite e caratteri delle persone come fossero frammenti di un puzzle. Non è un brav'uomo ma non si può non parteggiare per lui, forse per la sua vigorosa antipatia verso i luoghi comuni che ci circondano, forse perché è l'unico baluardo contro il male peggiore, la morte per mano omicida ("in natura la morte non ha colpe"), o forse per qualche altro motivo che chiude in fondo al cuore.

Si può ridere a crepapelle leggendo un giallo? Non lo avrei creduto possibile eppure è successo.
Dato il panorama letterario costellato da talmente tanti commissari da rendere plausibile l'ipotesi di un forte esubero tra le forze dell'ordine, seppur in relazione con un elevato tasso di criminalità, non ritenevo importante l'approccio ad un ennesimo giallo; tuttavia, per una sequela di contingenze, la curiosità di sapere se l'allievo avesse superato o, quantomeno seguito degnamente le orme del maestro, ha prevalso sul resto, portandomi a fare la conoscenza del nuovo personaggio seriale di Antonio Manzini. Rocco Schiavone e Salvo Montalbano condividono il piacere per la buona tavola, i metodi investigativi poco ortodossi ed il dovere d'avvalersi della collaborazione di colleghi talvolta non all'altezza delle aspettative; le somiglianze, però, terminano qui.
Il vicequestore mobile in servizio ad Aosta per motivi disciplinari rimane comunque un romano de Roma, ricordando nostalgicamente i bei tempi in cui la periferia della Capitale non aveva per lui alcun segreto e gli amici che, dopo un'infanzia passata a giocare a guardie e ladri, hanno deciso di scalare i vertici del narcotraffico mentre Rocco si trovava, per caso, dall'altra parte della staccionata a studiare Giurisprudenza per poi approdare ad un lavoro malpagato, insoddisfacente nel quale, tuttavia, ha dimostrato d'aver talento. Proprio quando comincia ad apprezzare i vantaggi della vita tra le Alpi, dove la bella vita fatta di lusso prediletta sembra aver buone possibilità di continuare, una bega, eufemisticamente parlando, cum laude si presenta a Schiavone nelle sembianze nemmeno più tanto riconoscibili di un cadavere spappolato da un gatto delle nevi sulle piste da sci.
Si aprono dunque le indagini, condotte con l'aiuto di agenti divenuti pian piano amici e altri professionisti del settore sbruffoni, paranoici eppure simpatici.
Antonio Manzini si rivela una piacevole scoperta, narratore prolifico, mai serioso, è riuscito a dar vita ad un personaggio sopra le righe, originale ed imprevedibile quanto basta per garantire sviluppi interessanti nelle prossime avventure che, mi auguro terranno compagnia al pubblico ancora per molto tempo.

lunedì 20 giugno 2016

Recensione: "Benedizione" di Kent Haruf

Buongiorno e buon inizio di settimana! Prima di lasciarvi le mie impressioni sulla Benedizione di Haruf, trovo doveroso ringraziare Elisa La lettrice rampante, senza le cui parole mi sarei quasi certamente persa questa perla. E grazie ad NN editore, scoperto così; se il vostro catalogo è costellato da libri del genere, sappiate che avete appena trovato un'altra affezionata cliente e lettrice.
Buona giornata a tutti
Cecilia


Titolo: Benedizione
Autore: Kent Haruf
Pagine: 277
Prezzo di copertina: 17 euro
Prezzo ebook: 8,99 euro
Editore: NN editore


Sinossi:

Nella cittadina di Holt, in Colorado, Dad Lewis affronta la sua ultima estate: la moglie Mary e la figlia Lorraine gli sono amorevolmente accanto, mentre gli amici si alternano nel dare omaggio a una figura rispettata della comunità. Ma nel passato di Dad si nascondono fantasmi: il figlio Frank, che è fuggito di casa per mai più tornare, e il commesso del negozio di ferramenta, che aveva tradito la sua fiducia. Nella casa accanto, una ragazzina orfana viene a vivere dalla nonna, e in paese arriva il reverendo Lyle, che predica con passione la verità e la non violenza e porta con sé un segreto. Nella piccola e solida comunità abituata a espellere da sé tutto ciò che non è conforme, Dad non sarà l'unico a dover fare i conti con la vera natura del rimpianto, della vergogna, della dignità e dell'amore. Kent Haruf affronta i temi delle relazioni umane e delle scelte morali estreme con delicatezza, senza mai alzare la voce, intrattenendo una conversazione intima con il lettore che ha il tocco della poesia.



Alla base di tutto, è risaputo, stanno gli opposti: materia e antimateria, buio e luce, staticità e dinamica, città e provincia. Capita, nella maggior parte dei casi, che si nasca, si cresca, ci si abitui e si muoia; ci sono tuttavia, fortunatamente forse, delle varianti. Può succedere, ad esempio, che si viva una vita disordinata, a dispetto di un sistema di routine oppure che accada qualcosa in seguito alla quale  prendere coscienza o ritrovarla, tra i cuscini soffocanti della quotidianità data per scontata, d'esser parte di un tutto destinato a finire.
Sei giorni alla settimana, cinquantadue settimane all'anno per cinquantacinque anni, rispose lui. Quanto fa? Fa una vita intera. E' vero. E' la vita di un uomo. La vita di un uomo, di Dad Lewis, sta per terminare. Una vita intera a dirigere il negozio di ferramenta in Main Street, con accanto la moglie Mary, amata al primo sguardo, al primo scontro; lontana ma vicina la figlia Lorraine, tornata indietro per i momenti precedenti all'addio, l'ennesimo per lei custode di un lutto mai superato e, ancor più distante, irraggiungibile tranne che nei ricordi o nei recessi reconditi del subconscio è Frank, figlio adorato eppure impossibile da accettare per una mentalità arcaica.
Proprio quando si è costretti ad andare di corsa, si sente la necessità di rallentare; ci si appiglia, dunque, a ciò che ha sempre fatto parte del solito tran tran, lo si osserva con occhi nuovi umidi di lacrime miste alla pioggia scrosciante, caduta fitta sulla veranda. Elementi familiari mai considerati abbastanza: la morbidezza di un viso bambino, la pianura di Holt, scenario onnipresente sullo sfondo delle intricate matasse filate dagli abitanti della provincia sonnacchiosa, dotati di coraggio e sentimento donato senza risparmio, senza rimorsi.
Come ha fatto Alene Johnson, ad esempio, che ha condotto un'esistenza tranquilla insegnando ai ragazzi pur non avendone di propri, sospirando, di tanto in tanto, per l'occasione sprecata oppure Bertha May, vicina dalla casa gialla con unica compagna la nipotina Alice, ultimo scampolo a cui aggrapparsi per dare un senso all'abbandono e al dolore o, ancora, John Wesley, adolescente problematico in crisi all'indomani di una cocente delusione sentimentale.
Agli antipodi di Dad, a mio modo di vedere, sta il reverendo Lyle, uomo nel pieno vigore degli anni la cui fragilità, però, risiede in una famiglia di cristallo; Lyle il quale, pur non essendo cattolico, si batte per i sani principi universali della buona Novella, predicando la misericordia tanto auspicata da Papa Francesco, difficile da accettare perché, dietro al perbenismo ipocrita di cui ammantano le proprie facce, le persone non vogliono essere disturbate. Vogliono rassicurazioni [...] vogliono sentirsi ripetere quello che gli è sempre stato detto, soltanto con qualche variazione, poi tornare a casa a mangiare l'arrosto di manzo e dire che è stata proprio una bella funzione e sentirsi soddisfatti. Un personaggio autentico, il reverendo Lyle, di vecchio stampo, un idealista che crede che non tutta la vita trascorra nell'infelicità, che ci siano anche dei bei momenti,in tutto ciò.
Esattamente uguali a quelli passati nella pianura quieta ma non ostile di Haruf.
La sobrietà, rara, dello stile fa bene alla mente, al cuore e alla narrazione; in questo modo, infatti, spicca la grandezza della semplicità, di personaggi talmente veri, grandi e straordinari nella loro modestia, da farne perdurare a lungo il ricordo.
La vita reale si racconta, priva di pretenziosità; Haruf non vuole insegnare nulla, riuscendo perciò, di contro, a lasciare molto. Raramente titolo fu maggiormente veritiero rispetto a quello di una pubblicazione scritta per ultima ma, per una fortunata scelta, tradotta e letta per prima, che viene ad essere una tangibile benedizione.
Dovevo comunque dire quelle cose.
Perché, per quale strano motivo?
Perché ci credo.
Ci credi? Intendi dire che prendi quelle cose in senso letterale?
Sì, è la verità. E' ancora l'unica risposta.

giovedì 16 giugno 2016

Recensione:"La via del Male" di Robert Galbraith (alias J.K Rowling)

Titolo: La via del male
Autore: Robert Galbraith
Pagine: 603
Prezzo di copertina: 18,60 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Salani

Sinossi:
Quando un misterioso pacco viene consegnato a Robin Ellacott, la ragazza rimane inorridita nello scoprire che contiene la gamba amputata di una donna. L'investigatore privato Cormoran Strike, il suo capo, è meno sorpreso, ma non per questo meno preoccupato. Solo quattro persone che fanno parte del suo passato potrebbero esserne responsabili - e Strike sa che ciascuno di loro sarebbe capace di questa e altre indicibili brutalità. La polizia concentra le indagini su un sospettato, ma Strike è sempre più convinto che lui sia innocente: non rimane che prendere in mano il caso insieme a Robin e immergersi nei mondi oscuri e contorti degli altri tre indiziati. Ma nuovi, disumani delitti stanno per essere compiuti, e non rimane molto tempo...



Accantonando il malumore riguardante Cursed Child ed il brutto ricordo di un Baco da Seta, per quanto mi riguarda, soffocato nel bozzolo, ho tenuto fede al proposito di continuare a seguire le avventure firmate da una Rowling sotto pseudonimo, parlandone ad una settimana esatta dall'arrivo tra gli scaffali nostrani.
Nei ringraziamenti, chi scrive ammette di non poter fare a meno di Cormoran Strike, considerato "personale parco giochi" con il timore, tuttavia, di non esser riuscita bene nella stesura delle nuove vicissitudini dei componenti dell'agenzia investigativa sita in Denmark Street perché impegnata contemporaneamente su più fronti; a quanto pare però, la Rowling è una di quelle professioniste che rende meglio sotto stress, perché la via del Male risulta spianata abbastanza bene sebbene, di tanto in tanto, qualche falla ci sia. Agli esordi ritroviamo Robin e socio in una situazione alquanto rosea: l'agenzia, beneficiata dalla popolarità seguita alla risoluzione dei casi pregressi ha consentito di schedare negli archivi un congruo numero di clienti paganti, il veterano decorato figlio di rockstar ha intrecciato una tresca con una bionda mozzafiato e miss Ellacott è alle soglie del matrimonio con il fidanzato storico Matthew.
La quiete, sfortunatamente per loro, è destinata ad avere vita breve, andando definitivamente in pezzi quando l'omonima dell'eroe della Foresta di Sherwood riceve per posta un arto amputato. Si aprono dunque le danze, con un omicidio da risolvere e tre possibili sospettati riemersi da un passato difficile che non vuole saperne di rimanere morto e sepolto.
Accanto al giallo, maggiormente strutturato ed intrecciato rispetto agli altri due eppure prevedibile ed inutilmente cruento da un certo punto in poi, viene dato ampio spazio alla vita privata dei due protagonisti, con un occhio di riguardo ai rapporti intercorrenti fra entrambi.
La descrizione dello stato fisico e psichico dei personaggi, insieme ai dettagli di ambientazioni e pietanze, è una caratteristica peculiare dell'autrice, già ravvisabile in Harry Potter, fra gli elementi principali che danno sapore e consistenza alla lettura, facendo ritrovare il piacere della lettura; gradita sorpresa è costituita, inoltre, dall'ingresso di personaggi secondari davvero ben definiti che, mi auguro, ritorneranno nel prossimo capitolo, presto in libreria si spera, dato il finale aperto chiosato apparentemente da un cliché degno di una soap eppure, in qualche modo, accattivante.
Rowling o Galbraith che dir si voglia, non ha fatto in tempo a tornare che è già andato via e ricomincia l'attesa di un nuovo, ancor più intrigante caso, di Cormoran Strike & Co.

lunedì 13 giugno 2016

La mia Marina di Libri, edizione 2016

Ho marcato l'ennesima assenza al Salone di Torino, disertato volontariamente la ressa claustrofobica annuale dell' Etnacomics ma a Una marina di libri non volevo mancare anche se, fino alla partenza, la presenza è stata incerta.
Che i miei resoconti non siano spassosi come quelli della Libridinosa è fuor di dubbio, tuttavia ci tenevo a condividere la contentezza di un pomeriggio meraviglioso.







Sabato 11 Giugno 2016, sono stata a Una marina di libri, festival dell'editoria indipendente svoltosi a Palermo dal 9 al 12 Giugno, giunto alla settima edizione. L'esperienza positiva dello scorso anno , quando avevo avuto modo di assistere ad un interessante incontro con Andrea Camilleri moderato da Antonio Manzini - Sellerio è una delle case editrici ideatrici della manifestazione-, è stata riconfermata perché, per quanto mi riguarda, è stata dimostrata la stessa serietà, efficienza e qualità; un significativo incentivo è stato apportato dal cambio di location: infatti il festival, lasciando la Galleria d'Arte Moderna che l'ha ospitato nel 2015, si è trasferito all'Orto Botanico, guadagnandone in larghezza, libri e natura, derivati e materia prima riuniti per una suggestività speciale.
Una volta varcato l'ingresso - gratuito -  ed essermi guardata attorno grazie alle mappe disseminate lungo il percorso e l'opuscolo informativo contenente il programma, ho fatto un primo giro fra gli stand - di cui suggerirei l'inserimento di una legenda con l'esatta dislocazione nominale di ciascuna CE all'interno della brochure - avendo il piacere di fare la conoscenza di Fabrizio Piazza, proprietario della Libreria Modusvivendi  e dello staff nelle persone delle gentilissime Daniela e Laura, che si occupavano degli spazi Fazi ed NN editore dove, seguendo i consigli de La lettrice rampante , ho acquistato Sembrava una felicità e Le cose che restano di Jenny Offill e Benedizione di Kent Haruf.
Sono poi passata da Iperborea dove, comprando due titoli del catalogo, veniva regalata una sacca di tela con il logo; ho ceduto, dunque, portando a casa Una moglie giovane e bella  di Tommy Wieringa, messo in Lista Desideri in seguito a recensioni entusiastiche post Salone, e I pesci non hanno gambe di Jon Kalmann Stefansson, primo volume di una saga familiare islandese, più I ricordi mi guardano di Tomas Trastromer, regalatomi dall'addetta alle vendite.
Alternando il vagabondaggio tra i banchetti a quello tra i sentieri, sono finita davanti a Minimum Fax  dove, incuriosita dalla sinossi e dalla fama dell'autrice, ho preso La ragazza dalle gonne in fiamme  di Aimee Bender. Stavo per prendere pure Il delitto del conte di Neville da Voland, adiacente a Minimum Fax, però si vede che non era destino nonostante l'appetibile promozione fiera sulle opere della Nothomb; perdonami Amelie, sarà per la prossima volta.
Tra le scoperte più interessanti della fiera, segnalo le edizioni Keller, di cui ho fatto mio Wilderness di Lance Weller, ambientato durante la Guerra di Secessione statunitense, Angelo Mazzotta editore da cui ho appreso la lieta notizia del ritorno in libreria  con Isola Emozione di Marilena Monti , persona - prima che autrice - di gran cuore e anima. Anche Giulio Perrone editore è stata una scoperta edificante, grazie a cui ho potuto trovare un volume sulla scomparsa della Christie e realizzare il sogno di andare in giro con una maglietta che testimoni il mio essere una #bookpusher.
Infine una capatina da Sellerio, tappa obbligatoria, mi ha permesso di spuntare dalla WL altri due titoli bramati ovvero Pista nera di Antonio Manzini, prima indagine di Rocco Schiavone che presto approderà sul piccolo schermo impersonato da Marco Giallini, e La lettrice scomparsa di Fabio Stassi, autore di cui, finora, non ho mai letto nulla.
Il bottino di Marina di Libri 2016

Dirigendomi verso l'uscita, scorgo una persona apparentemente familiare e, scrutandola meglio, la riconosco come Annamaria Raneli, alias Annie Caffeine de La tana di una booklover, seguita da qualche tempo su Instagram.
Lei era in fila per la presentazione di Malvaldi di cui, mi ha riferito, sua madre è sostenitrice appassionata, essendo affezionata ai vecchietti del BarLume.


Successivamente a riconoscimento, convenevoli, esternazione d'entusiasmo per la fortunata coincidenza che ha fatto sì ci incontrassimo ed una foto ricordo per celebrare l'evento, ci siamo salutate ed io, ricongiunta ai miei genitori che hanno fatto i salti mortali  gentilmente acconsentito ad accompagnarmi, ho ripreso la strada di casa. 

L'appuntamento è quindi per il 2017, si spera, auspicando un'altra bella edizione di una manifestazione culturale assolutamente imperdibile per gli amanti della lettura. Ad maiora!

venerdì 10 giugno 2016

Recensione: "Dentro soffia il vento" di Francesca Diotallevi

Titolo: Dentro soffia il vento
Autrice: Francesca Diotallevi
Pagine: 222
Prezzo di copertina: 16 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Neri Pozza

Sinossi:
Fiamma prepara decotti per curare ogni malanno: asma, reumatismi, cattiva digestione, insonnia, infezioni… Infusi d’erbe che, in bocca alla gente del borgo diventano «pozioni » approntate da una «strega» che ha venduto l’anima al diavolo. Il piccolo e inospitale capanno e il bosco sono l’unica realtà che Fiamma conosce, l’unico luogo in cui si sente al sicuro. La solitudine, però, a volte le pesa addosso come un macigno, soprattutto da quando Raphaël Rosset se n’è andato. Era comparso al suo cospetto, Raphaël, quando era ancora un bambino sparuto, le aveva parlato normalmente, come si fa tra ragazzi ed era diventato col tempo il suo migliore e unico amico. Poi, a ventuno anni, in un giorno di sole era partito per la guerra e non era più tornato. Ora, ogni sera alla stessa ora, Fiamma si spinge al limitare del bosco. Prima di scomparire inghiottita dal buio della notte, se ne sta a guardare a lungo la casa dove, in preda ai sensi di colpa per non essere andato lui in guerra, si aggira sconsolato Yann, il fratello zoppo di Raphaël… il fratello che la odia.


Francesca Diotallevi rappresenta una delle poche eccezioni per cui posso dire di aver preso in simpatia un'autrice ancor prima d'aver letto qualcuna delle sue opere. Ciò deriva dalle tante, tutte, belle parole spese sul suo conto che mi hanno portata ad iscrivermi alla prima catena di lettura della mia vita, permettendomi di compiere due nuove belle esperienze in un colpo solo. L'impressione positiva astratta, basata principalmente sul sentito dire, si è infatti tramutata in certezza una volta varcata la soglia de Le stanze buie, disvelanti la tormentata storia d'amore tra esseri affini nonostante tutto.
Inevitabile, dunque, la condivisione del giubilo alla notizia della pubblicazione di un nuovo romanzo con una casa editrice, ad avviso generale, perfettamente adeguata al genere in quanto a prestigio e linea editoriale; una copertina meravigliosa, una sinossi apparentemente nelle mie corde vicina a vicende simili precedentemente apprezzate e fiducia nel raro talento poetico dell'autrice sembravano concedere a Dentro soffia il vento tutte le carte in regola per candidarsi a nuovo capolavoro. Eppure, qualche nota stonata da riferirsi al mio personalissimo gusto e non ad una qualche vera mancanza di chi l'ha scritto, ha fatto sì che si rivelasse un libro ben scritto e nulla più.
Il vento della discordia soffia tra i vicoli di Saint Rhemy, villaggio incastonato tra le Alpi ,tra  il Carso caro ad Ungaretti ed il Gran San Bernardo, stretto nella morsa del ghiaccio al pari dei suoi abitanti, marmorizzati nella xenofobia, nell'odio e nel rancore. Ne sa qualcosa Yann, ferito nel corpo e nello spirito da un dolore che gli avvelena la vita e il sangue; sangue rosso come la fulva chioma di Fiamma, perfetto stereotipo di strega, capro espiatorio e guaritrice in alternanza agli occhi del borgo, ninfa dei boschi verdi come i suoi occhi, sfuggente allo stesso modo del Grand Diable e di Ribes, volpe unica amica, solo conforto al ricordo della perdita di Raphael, capelli di grano e sorriso sincero, fratello mai avuto destinato ad esser riflesso di sé stesso nella tempesta. Tempesta che scuote don Agape, giovane curato che non si sente pronto ad accettare il destino insito nel proprio nome ed è perciò fuggito via da una vita già installata nei palazzi del potere ecclesiastico.
Tre voci narranti per una recherce spezzata, ricomposta dal talento dell'autrice il cui mordente ha fatto però meno presa rispetto alla volta precedente. Se è vero, tuttavia, che le virtù si ammirano ma è dei difetti che ci si innamora, non si può non sorvolare sulla breve delusione e attendere, sempre fiduciosa, la prossima avventura.

mercoledì 8 giugno 2016

Dona un Libro, Accendi la Cultura Recensione: "Il Canepardo - Storie e racconti di una Sicilia che crede, sogna, eccelle. Un'isola viva" di Alessandra Rando ed Edoardo Lipari

Titolo: Il Canepardo - Storie e racconti di una Sicilia che sogna, crede, eccelle. Un' isola viva
Autori: Alessandra Rando, Edoardo Lipari
Prezzo di copertina: 12,90 euro
Prezzo ebook: 6,90 euro
Editore: Armenio editore

Sinossi:
Il Canepardo, antagonista del Gattopardo, diffonde un messaggio di positività e ottimismo, raccogliendo storie di vita di artisti, imprese, associazioni, eccellenze del territorio che hanno creduto nella Sicilia. Si tratta di un crossover di esperienze nel quale ogni racconto offre uno spunto di riflessione. In un momento storico in cui alla Sicilia vengono associate peculiarità nelle loro accezioni esclusivamente negative, gli Autori decidono di andare controcorrente, portando alla ribalta il valore autentico e sano di un’Isola viva, ricca di risorse creative e orgogliosamente protesa verso il futuro.



La Sicilia è da sempre luogo privilegiato da scrittori e registi quale set d'ambientazione dei propri intrecci.
Dipinta perlopiù a tinte fosche, come patria del malaffare, succube di arretratezza culturale in vari settori, popolata da abitanti pigri ed indolenti sottomessi allo scaltro signorotto di turno, la Trinacria è perciò amata ed odiata allo stesso tempo, a torto e a ragione, dai figli che ha generato che, pur talvolta disprezzandola, si trovano stretti ad essa da un legame indissolubile e dal mondo intero. Esempi celebri di letterati siciliani sono Salvatore Quasimodo, per dirne uno, o Giuseppe Tomasi di Lampedusa il cui Gattopardo, classico moderno oramai, è tra gli emblemi di una Sicilia terra del lasseiz faire, volta al mantenimento dello status quo. Tuttavia, o meglio, per fortuna, esiste anche un rovescio della medaglia, un popolo dinamico che crede, sogna, eccelle ed è proprio quello raccontato dalle parole di chi ha tenuto fede alla possibilità del cambiamento. Primi tra tutti Alessandra Rando ed Edoardo Lipari, giovane coppia nella vita e nella professione, ideatori del Canepardo, antagonista per antonomasia del Gattopardo; il Canepardo infatti si oppone all'omonimo di discendenza felina in quanto rappresenta la voglia di fare, di mettersi in gioco, costruire.
Così come un teorema è valido finché non viene smentito dalla dimostrazione di un seguente, alla prova dei fatti, le rappresentazioni oscurantiste vengono confutate da un'isola viva che nei resoconti di molti personaggi dello spettacolo, della cucina, dello sport, dell'imprenditoria locale e non, delle associazioni antiracket, di tutti coloro che testimoniano la bellezza della diversità dei punti di vista, da considerare nella moltitudine prima di sputare sentenze perché se verba volant, scripta manent ed in questo modo pure i gesti, le azioni di tutti coloro che si battono per l'ottimismo, la vitalità, il cambiamento in nome di un futuro migliore.

sabato 4 giugno 2016

Recensione: "Non è la fine del mondo" di Alessia Gazzola

Titolo: Non è la fine del mondo
Autrice: Alessia Gazzola
Pagine: 222
Prezzo di copertina: 15 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Feltrinelli

Sinossi:
Emma De Tessent. Eterna stagista, trentenne, carina, di buona famiglia, brillante negli studi, salda nei valori (quasi sempre). Residenza: Roma. Per il momento - ma solo per il momento - insieme alla madre. Sogni proibiti: il villino con il glicine dove si rifugia quando si sente giù. Un uomo che probabilmente esiste solo nei romanzi regency di cui va matta. Un contratto a tempo indeterminato. A salvarla dallo stereotipo dell'odierna zitella, solo l'allergia ai gatti. Il giorno in cui la società di produzione cinematografica per cui lavora non le rinnova il contratto, Emma si sente davvero come una delle eroine romantiche dei suoi romanzi: sola, a lottare contro la sorte avversa e la fine del mondo. Avvilita e depressa, dopo una serie di colloqui di lavoro fallimentari trova rifugio in un negozio di vestiti per bambini, dove viene presa come assistente. E così tutto cambia. Ma proprio quando si convince che la tempesta si sia finalmente allontanata, il passato torna a bussare alla sua porta: il mondo del cinema rivuole lei, la tenace stagista. Deve tornare a inseguire il suo sogno oppure restare dov'è? E perché il famoso scrittore che Emma aveva a lungo cercato di convincere a cederle i diritti di trasposizione cinematografica del suo romanzo si è infine deciso a farlo? E cosa vuole da lei quell'affascinante produttore che continua a ronzare intorno al negozio dove lavora?



Sono passati qualche anno e diversi libri dal giorno in cui un'iniziativa legata alla promozione della lettura mi ha fatto conoscere l'allieva Alice Allevi, portandola a casa con me dal supermercato. Da allora, puntuale come un orologio svizzero, la specializzanda più famosa d'Italia è sempre passata a trovarmi sul finire dell'inverno. Quest'anno però, in un momento in cui avrei forse avuto maggior bisogno di lei, nessun camice in vista; sono tuttavia venuta a conoscenza poco dopo della causa del clamoroso ritardo: pareva infatti che Alessia avesse dato alla luce una splendida bimba in carne ed ossa ed anche una figlia di carta; perciò Alice, un po' per riprendersi dai postumi di una destabilizzante, lunga estate crudele, un po' per lasciare spazio alla novità, è andata in vacanza con la promessa di raddoppiare in autunno, sul piccolo schermo ed in libreria.
Tanta curiosità, dunque, per miss De Tessent: cognome pretenzioso derivato da ascendenze nobiliari decadute, un villino circondato da glicine in fiore quale sogno nel cassetto, un curriculum forgiato da una carriera brillante e stakanovistica, finalizzata a realizzare il grande salto da tenace stagista a contrattista d'assalto nel mondo delle produzioni cinematografiche. 
Tra mille dubbi, una casa editrice differente ma egualmente prestigiosa ed un titolo pieno di buone intenzioni, il ritorno di Alessia Gazzola è tinto di rosa shocking, epurato dal giallo ma non dalle sfumature tra il grigio cupo e lavanda sinonimi, per me, di malinconia inenarrabile in un mondo tutt'altro che rose e fiori.
Emma, protagonista di una favola moderna che, in quanto a schermaglie verbali su situazioni lavorative, ricorda tuttavia le diatribe tra Margaret Hale e John Thorton, con un sottotrama ad hoc per le patite di romanzi storici e period drama, è figlia di un padre indulgentissimo, pieno d'affetto somigliante al Woodhouse di Austeniana memoria, con una sorella, Arabella, che ricorda Marianne Dashwood ma deve il proprio nome a Georgette Heyer.
Nonostante le significative differenze, tra le eroine Gazzoliane ci sono pure numerose somiglianze: conoscenti italo-nipponici, una totale assenza di tempismo nella vita privata così come l'esistenza di nipoti da coccolare e viziare fino all'inverosimile. 
Da ultimo ma non per questo meno importante, una volta andata via Emma, rimane un sorriso e la contentezza di aver conosciuto una nuova amica preziosa, alla cui mancanza si può però sopperire con la nuova filosofia ché, dopotutto, non è la fine del mondo.

giovedì 2 giugno 2016

Recensione: "L'importanza di chiamarti amore" di Anna Premoli

Buongiorno e buona Festa della Repubblica, ovunque e con chiunque voi siate.
Per un po' di leggerezza, vi lascio le mie impressioni sulla nuova fatica di Anna Premoli.
Buona giornata!
Cecilia


Titolo: L'importanza di chiamarti
Autrice: Anna Premoli
Pagine: 315
Prezzo di copertina: 9,90 euro
Prezzo ebook: 4,99 euro
Editore: Newton Compton

Sinossi:
Giada è consapevole di essere una ragazza dal carattere tutt'altro che facile, quindi non si stupisce affatto di trovarsi in una fase della propria vita nella quale non va d'accordo con nessuno: con il suo ragazzo storico la situazione è appesa a un filo e del rapporto con i genitori è meglio non parlare. Ma Giada ha un obiettivo ben preciso: laurearsi con il massimo dei voti il prima possibile. Il resto può passare in secondo piano. O almeno così crede, finché lo stage presso una prestigiosa società di consulenza milanese non la mette di fronte a quello che per lei è sempre stato il prototipo dei ragazzi da evitare come la peste: Ariberto Castelli, fiero rappresentante del partito delle camicie su misura e dei pullover firmati. E tra loro c'è un precedente che potrebbe crearle qualche grattacapo, con conseguenze che non aveva assolutamente messo in agenda...







I libri di Anna Premoli sono, ormai, un guilty pleausure nei momenti critici e, data la proficuità con cui arrivano in libreria, c'è da sperare di averne uno nuovo a portata di mano nel momento del bisogno, tenendo sempre presente di prenderci per ciò che sono, chick lit al limite del new adult, con protagonisti ed intrecci tipici, simil stereotipati. Con la Kinsella lasciata in panchina dopo le ultime performance deludenti da cui sembra essere scomparsa ogni traccia di brio per lasciare interamente spazio al becero trash, Vani arrivata ed andata via troppo presto e la Gazzola in clamoroso ritardo sul consueto appuntamento d'inizio anno, mancanza di cui però potrebbe essere perdonata a breve, Anna Premoli rappresenta più o meno uno dei punti di riferimento del genere rimasti. Dopo il tour statunitense alla volta di New York ed Heber Springs che l'ha vista al meglio con due eroine tutto pepe, la parentesi italiana sembra  aver fatto perdere smalto alla vivacità di stile e personaggi di uno dei casi editoriali più celebri degli ultimi anni, vincitrice perfino del Premio Bancarella. Se Lavinia e Sebastiano avevano dimostrato che l'amore non è una cosa semplice, specie in assenza di chimica in una delle coppie meno affiatate di sempre, Giada e Ariberto provano l'opposto, cioè che l'importanza di chiamarsi amore sta oltre la pura attrazione fisica tra due soggetti che sembrano arrivarci dopo molte pagine, abbastanza da far pensare d'aver sbagliato romanzo.
Sarà stata l'aria di un ambito economico della società di consulenza finanziaria dove i due si sono ritrovati a collaborare da stagisti oppure quello del campus Bocconiano a non rendermi particolarmente affine alla ragazza pseudoalternativa primadonna accanto ad un prototipo maschile troppo perfetto perfino per un romance, non appagando le aspettative di cui il romanzo precedente aveva posto le basi a formazione di un cross over non riuscito pienamente.
Tuttavia, riconoscendo la gentilezza, la disponibilità e l'onesta intellettuale dell'autrice, che ha più volte affermato di considerare la scrittura di commedia sentimentale un divertissement anti stress, si guarda alla prossima fatica prevista per il prossimo autunno, giusto in tempo per l'inizio di un altro autunno di grandi speranze.