giovedì 27 ottobre 2016

Recensione: "Tutti gli uomini di mia madre" di Kerry Hudson

Titolo: Tutti gli uomini di mia madre
Autrice: Kerry Hudson
Pagine: 327
Prezzo di copertina: 17,50 euro
Prezzo ebook: 7,99 euro
Editore: Minimum Fax

Sinossi:
Quella di Janie Ryan è un'infanzia irrequieta, trascorsa tra appartamenti sordidi e case popolari fatiscenti, tra alcol, droghe e code per il sussidio di disoccupazione al traino di una madre immatura e molto, molto instabile. Janie si rifugia nella sua collezione cenciosa di giocattoli, in dosi massicce di patatine fritte e gelati, accettando come normale routine la turbolenta vita sentimentale di una donna sempre in bilico tra depressione ed eccitazione, scontri violenti e inaspettati moti di tenerezza. Janie sembra destinata a seguirne le orme ma, nata e cresciuta per combattere, forse è pronta a riscrivere la propria storia. In "Tutti gli uomini di mia madre", il suo coinvolgente romanzo d'esordio, Kerry Hudson disegna in modo vivido un racconto agrodolce, di sopravvivenza e di apprendimento, in cui il fascino del passato e la voglia di disegnare un futuro diverso si intrecciano in una continua lotta per la vita.



Non conoscevo Kerry Hudson finché, questa estate, il suo nome non mi è balzato agli occhi tra quelli in lizza per il Premio Strega Europeo; pur essendo nota la mia insofferenza, in massima parte, per i romanzi da Premio, le sinossi accennanti a periferie esistenziali e vite turbolente mi intrigavano così, appena possibile, ho dato un'occhiata. Pur volendo iniziare da Sete, titolo in concorso per l'ambito riconoscimento comunitario, per motivi vari ho avuto per primo tra le mani Tutti gli uomini di mia madre.
Io smisi di piangere, le regalai un altro sorriso stordito e scorreggioso e capii per la prima volta che lei era mia mamma e che da quella sera in poi saremmo state io e lei contro il resto del mondo.
La voce narrante è Janie Ryan che, sin dal primo vagito, racconta con schiettezza la vita turbolenta di una ragazza madre che lotta disperatamente per la sopravvivenza. Case occupate in quartieri malfamati, uomini sbagliati - menefreghisti, spacciatori, spiantati - alcol, droga segneranno inevitabilmente la vita delle donne Ryan fino ad un finale aperto alla speranza di cambiamento eppure disincantato.
Kerry Hudson, nel proprio romanzo d'esordio, non ha peli sulla lingua nel descrivere le sfaccettature oscure, il male di vivere, i Vinti che, però, non sembrano arrendersi; il risultato non convince appieno, tuttavia segnala un talento considerevole e probabilmente, stando alla rosa dei nomi ritenuti meritevoli di vittoria, accresciuto nel tempo.
Esiste il mondo là fuori ed esiste qui dentro, capisci, Janie? E qui dentro, Janie, tu puoi essere te stessa senza alcun pericolo. Invece fuori devi avere il pugno di ferro. Il pugno di ferro in un guanto di velluto.

venerdì 21 ottobre 2016

Recensione: "Il mondo di Belle" di Kathleen Grissom

Titolo: Il mondo di Belle
Autrice: Kathleen Grissom
Pagine: 413
Prezzo di copertina: 18 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Neri Pozza

Sinossi:
Un'enorme dimora avvolta da glicini in fiore: così la casa del capitano James Pyke appare allo sguardo infantile di Lavinia McCarten, la mattina d'aprile del 1791 in cui la piccola irlandese mette per la prima volta piede in Virginia. Pyke ha raccolto la bambina dalla sua nave, appena approdata in America dopo la lunga traversata oceanica, e l'ha portata con sé per destinarla alle cucine della sua piantagione. Un modo come un altro per passare all'incasso del debito per la traversata, che i genitori di Lavinia, morti durante la navigazione, non hanno avuto la buona sorte di saldare. Stremata e debilitata, la bambina viene accolta nelle cucine della piantagione dalla famiglia di schiavi neri che vi lavorano: una piccola, operosa comunità composta da Mamma Mae; Papà George, un gigantesco orso bruno; Dory, Fanny e Beattie, le figlie; Ben, il figlio maschio. Un mondo guidato da una responsabile delle cucine dai grandi occhi verdi e dai capelli neri e lucidi: Belle, un'attraente ragazza di diciotto anni. Frutto di un capriccio clandestino del capitano con una delle sue schiave nere, Belle è stata allontanata dalla casa padronale il giorno in cui il capitano si è presentato nella piantagione con Martha, una moglie più giovane di lui di venti anni. Adottata dalla famiglia di Mamma Mae e maternamente accudita da Belle, Lavinia cresce come una servetta bianca ignara dell'abisso che separa la casa padronale dall'universo delle cucine...



Echi nostalgici riaffiorati tra le pagine di un libro mi hanno portata via col vento, precisamente a Tall Oaks, Virginia; anni turbolenti, quelli tra il 1791 e il 1810, tempo del racconto, segnati da lotte per la libertà dall'assolutismo nel Vecchio Continente, tirannico nemico, questo stesso assetto di potere, che spadroneggia invece nel Nuovo Mondo, al di là delle rivoluzionarie premesse.
Il capitano James Pyke, d'origine britannica, ha fatto fortuna,qui: ha infatti sviluppato una piantagione ben avviata, sposato una ragazza di vent'anni più giovane e si è unito, in un momento di sconsideratezza, ad una schiava che gli ha dato una figlia illegittima, Belle, allevata dalla servitù perché mulatta ma cresciuta come figlia di un gentiluomo sotto l'egida di una nonna paterna dalla mentalità progressista. Dedito da sempre ai propri affari che lo allontanano spesso dalla dimora di famiglia, proprio per questioni economiche il capitano reca un giorno con sé uno scricciolo emaciato, bianco come il latte, rosso come il sangue; Lavinia McCracken è una bambina senza memoria presa a servizio per ripagare il debito di un viaggio senza ritorno quando varca per la prima volta la soglia del mondo di Belle. Voce narrante insieme a quest'ultima, Lavinia racconterà la propria infanzia insieme a Mamma Mae, Papà George, Fanny, Beattie, Ben e gli altri schiavi della casa; ingenua come poche, da bambina timorosa - un uccellino implume, la definisce Ben - diverrà una giovane donna ben consapevole, portandone le cicatrici in prima persona, delle insidie che si nascondono dietro le porte della grande cucina, dalla follia che regna sovrana nella casa padronale alle atrocità nascoste sotto la parvenza perbenista dei visi candidi. I due punti di vista si alterneranno nel gettare piena luce sulle drammatiche condizioni di persone la cui unica colpa è d'esser nati con la pelle di tonalità differente da quella dominante, svantaggiati ulteriormente se appartenenti al "sesso debole".
Compresi che esisteva una linea a tratti bianchi e neri, di cui però mi sfuggiva ancora la profondità.
Uno stile scorrevole per una vicenda avvincente come poche, nata dalla penna dell'esordiente Kathleen Grissom che si dimostra già maestra del genere storico, costruendo intorno ad una leggenda locale intrecciata con fatti, persone ed avvenimenti realmente accaduti un'epopea appassionante che rientra di diritto tra le migliori opere lette nel corso dell'anno. Bianchi e neri, padroni e servi, efferata malvagità con nobiltà di cuore e bontà d'animo, tutto insieme appassionatamente a dimostrare, checché se ne dica, che l'amore non fa distinzione.
Colore di bambino, padre, madre, niente importa. Noi siamo famiglia, ciascuno di noi bada agli altri. Famiglia ci rende più forti in momenti difficili. Siamo uniti, aiutiamo. Questo è significato di famiglia. Quando tu cresci, porti questo dentro di te.

venerdì 14 ottobre 2016

Recensione: "Jamaica Inn" di Daphne Du Maurier

Titolo: Jamaica Inn
Autrice: Daohen Du Maurier
Pagine: 304
Prezzo di copertina: 13,90 euro
Editore: BEAT

Sinossi:
All'inizio dell'Ottocento, Mary Yellan, giovane orfana di belle speranze e di avvenente aspetto, giunge al Jamaica Inn, una locanda tra i picchi e le scogliere della Cornovaglia, terra, all'alba del nuovo secolo, di pietre e ginestre rachitiche, di pirati e predoni. Dopo la morte della madre, l'unica parente rimasta alla ragazza è la zia Patience, proprietaria della locanda insieme col marito Joss Merlyn. Nel viaggio attraverso la brughiera selvaggia della Cornovaglia, Mary ha immaginato il Jamaica Inn come un accogliente rifugio, una dimora degna di quella zia che, da bambina, le appariva leggiadra come una fata con le sue cuffie ornate di nastri e le sue gonne di seta. Il suo sgomento è grande, dunque, quando scopre che la taverna è un covo di vagabondi, bracconieri, furfanti e ladri della peggior specie, e che della zia Patience, giovane donna vanitosa e piena di vita, non è rimasto nulla. Al suo posto c'è una povera creatura sfiorita, terrorizzata da un uomo gigantesco e brutale: suo marito, Joss Merlyn. Mary Yellan scapperebbe subito da quell'edificio buio e malmesso, dove nessun avventore oserebbe mai mettere piede, se non fosse per lei un punto d'onore difendere la zia dalle angherie di Joss, e se la sfida con quell'uomo violento, sorta forse dalla segreta, inconfessabile affinità sempre esistente tra caratteri forti, non la solleticasse. Quella taverna è soltanto il porto di traffici illegali tra la costa e il Devon o è qualcosa di peggio?



Tra i risultati di ricerca più in evidenza dei motori di ricerca alla voce Jamaica Inn, è una locanda scozzese sita in Cornovaglia, precisamente tra Bodmin e Launceston, località già note a me che, ogni settimana, ci trascorro qualche ora in compagnia di Poldark & friends, ignoti tuttavia, suppongo, a Joss Merlyn ed i suoi, di amici; il proprietario della Jamaica Inn, covo di sordidi traffici e loschi balordi ai tempi narrati dalla penna di Daphne Du Maurier, non è infatti una persona raccomandabile. La buona società lo evita, Mr Bassat, magistrato locale, cerca da sempre un pretesto per incastrarlo e Patience, donna vivace in gioventù, si è trasformata in una moglie succube del marito violento. 
Di tutto ciò, però, Mary Yellan, giovane nipote di Patience rimasta orfana di recente, è all'oscuro; si troverà a farci i conti una volta giunta tra le vaste, nebbiose, spesso ostili, brughiere scozzesi, destreggiandosi tra sentimenti contrastanti per le nuove conoscenze: timore, fiducia, compassione e qualcosa d'indefinito verso Jem, ladro di cavalli e non solo, apparentemente.
Un'ambientazione cupa, buoni presupposti ma qualcosa non funziona da subito: una protagonista presentata come un'eroina forte e coraggiosa, si rivela essere, il più delle volte, l'opposto, la suspense che tanto mi aveva avvinta tra le pagine di Rebecca, la prima moglie qui ha latitato, lasciando spazio a situazioni prevedibili che sfociano, nonostante la relativa brevità del romanzo, nella noia, deludendo le elevate aspettative, stereotipi del genere nonostante l'opera venga presentata quale thriller d'alta scuola. 
Un insieme di presupposti promettenti e potenziale rimasti, purtroppo, inespressi, questo è, per me, Jamaica Inn.

sabato 8 ottobre 2016

Recensione: "7-7-2007" di Antonio Manzini

Titolo: 7-7-2007
Autore: Antonio Manzini
Pagine: 370
Prezzo di copertina: 14 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Sellerio

Sinossi:
"Lo sai cosa lasciamo di noi? Una matassa ingarbugliata di capelli bianchi da spazzare via da un appartamento vuoto". Rocco Schiavone è il solito scorbutico, maleducato, sgualcito sbirro che abbiamo conosciuto nei precedenti romanzi che raccontano le sue indagini. Ma in questo è anche, a modo suo, felice. E infatti qui siamo alcuni anni prima, quando la moglie Marina non è ancora diventata il fantasma del rimorso di Rocco: è viva, impegnata nel lavoro e con gli amici, e capace di coinvolgerlo in tutti gli aspetti dell'esistenza. Prima di cadere uccisa. E qui siamo quando tutto è cominciato. Nel luglio del 2007 Roma è flagellata da acquazzoni tropicali e proprio nei giorni in cui Marina se ne è andata di casa perché ha scoperto i "conti sporchi" di Rocco, al vicequestore capita un caso di bravi ragazzi. Giovanni Ferri, figlio ventenne di un giornalista, ottimo studente di giurisprudenza, è trovato in una cava di marmo, pestato e poi accoltellato. Schiavone comincia a indagare nella vita ordinata e ordinaria dell'assassinato. Giorni dopo il corpo senza vita di un amico di Giovanni è scoperto, in una coincidenza raccapricciante, per strada. Matteo Livolsi, questo il suo nome, è stato finito anche lui in modo violento ma stavolta una strana circostanza consente di agganciarci una pista: non c'è sangue sul cadavere. Adesso, l'animale da fiuto che c'è dentro Rocco Schiavone può mettersi, con la spregiudicatezza e la sete di giustizia di sempre, sulle tracce "del figlio di puttana"...



Da Marina di Libri a Taobuk, un'estate e poco più per affezionarmi ad un personaggio seriale come non capitava da tempo.
Rocco Schiavone è burbero, scarsamente politically correct, sciupafemmine e, giocando a guardie e ladri, s'è trovato dalla parte sbagliata; alcuni lo vedono come un Robin Hood dal cuore nobile, tuttavia è innegabile che uno stinco di santo non lo sia mai stato. Nemmeno prima del 7-7-2007, data fatidica spartiacque della vita del vicequestore romano di nascita, aostano d'adozione.
Nel nuovo capitolo, arrivato in libreria proprio nella stessa data di sei anni dopo, Rocco, sempre uguale a sé stesso dal punto di vista caratteriale, è diverso su altri versanti: più giovane, non ha ancora lasciato la Capitale per il capoluogo della Valle e progetta una serena vecchiaia in Provenza insieme alla donna della sua vita, Marina.
Non tutto, però, è rose e fiori: la moglie - che mi aspettavo un tantino più presente se devo essere sincera - ha scoperto il lato oscuro del marito non riuscendo ad accettarlo, in un primo momento. A dar da pensare a Rocco, inoltre, una storia di spaccio macchiata dal sangue di giovanissimi figli della Roma bene.
Tutto si intreccerà in un unico mosaico dai motivi intricati e, mentre tutte le tessere andranno lentamente ad incastrarsi perfettamente, chiudendo il cerchio intorno alla grande presente-assente della serie, sarà sempre più difficile tirarsene fuori.
Una chiusa amara, quella di un prequel non in programma eppure necessario, a ricordare che la fragilità, spesso, non è prerogativa di chi va via ma fardello di chi resta.
La penna di Antonio Manzini, affilata e precisa, colpisce al cuore, prospettando svolte fatalistiche per il futuro in quel d'Aosta.
Lo sai cosa lasciamo noi? Una matassa ingarbugliata di capelli bianchi da spazzare via da un appartamento vuoto. Questo lasciamo. 
[...] Senti che aria c'è. Senti che profumo.

giovedì 6 ottobre 2016

Lettera a Dante Berlinghieri, protagonista de "La prima cosa bella" di Bianca Marconero

Titolo: La prima cosa bella
Autrice: Bianca Marconero
Pagine: 317
Prezzo di copertina: 5,90 euro
Prezzo ebook: 2,99 euro
Editore: Newton Compton

Sinossi:
Esiste solo l'amore non corrisposto: questa e la convinzione di Dante Berlinghieri, ventunenne nerd appassionato di cinema e fumetti. Tra una birra nel solito posto, un esame all'università e una sosta in fumetteria, la sua vita scorre più o meno tranquilla. Ma una sera come tante, in uno dei soliti posti, arrivano anche delle ragazze e da quel momento il mondo di Dante verrà completamente capovolto. Si ritroverà promosso al ruolo di regista in un film amatoriale, si innamorerà senza essere riamato, e a sua volta non ricambierà una ragazza che invece si innamora di lui. E in un susseguirsi di eventi imprevisti e imprevedibili, Dante scoprirà che nulla è come aveva immaginato...





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Dante Berlinghieri,
sei stato terribilmente tonto nonché eccessivamente esasperante per gran parte della tua autobiografia, quindi definirti "caro" sarebbe alquanto inappropriato da parte mia, ipocrita soprattutto, perché, inizialmente, l'impulso di scrollarti ben bene era predominante ad ogni riga, insieme ad un senso di fastidio simile a quello provato al udire lo stridio di unghie su una lavagna; se Annamaria  non mi avesse incoraggiata ad andare avanti, t'avrei lasciato al tuo destino ben prima della fatidica 200esima pagina da cui, finalmente, hai cominciato ad ispirarmi un po' di compassione per la tua goffaggine sentimentale, sensazione tramutatasi poco a poco in simpatia se non per te, almeno per quella poveretta di Beatrice: una sorta di Specchio Riflesso o, magari,una figura retorica, di quella che dici uno per indicare l'insieme; il nome, al momento, mi sfugge eppure la situazione avrebbe potuto essere diversa se, come te e Bea, avessi scelto Lettere e adesso, invece di perdere la vista su codici minuti, pieni di commi e abrogazioni, mi fossi ritrovata a disquisire sulla Natura Matrigna di Leopardi o circa la metrica delle composizioni del tuo omonimo fiorentino. 
Se avessi scelto Lettere, probabilmente mi sarebbe venuto in mente subito un possibile collegamento tra la tua situazione e la sua, se avessi optato invece per il DAMS,  avrei forse compreso maggiormente i ricchi e variegati riferimenti fatti durante la narrazione a molta cinematografia, pure famosa, che però conosco in massima parte per sentito dire, perché, mea culpa, di cinema sono una superficiale profana.
Molte cose ci rendono differenti, Dante, non solo il percorso universitario. 
Partiamo dalle basi: io sono una ragazza, tu un ragazzo, io vivo in Sicilia, tu in Emilia Romagna, abbiamo qualche anno anagrafico di differenza, il tuo film preferito è Apollo 13, io un film preferito non ce l'ho, possiedi una vasta cultura cinematografica mentre la mia si limita ai cenni biografici Wikipediani e filmografia allegata degli attori preferiti su IMDB, tu ammiri Via col Vento, io lo reputo responsabile della mia insofferenza verso i finali aperti ché mamma mia, 4 ore di bizze di Rossella O ' Hara non si augurano nemmeno al tuo peggior nemico. 
Nonostante tutto, però, qualcosa in comune ce lo abbiamo: l'essere miopi, ad esempio, oppure il trovarci in situazioni assurde in cui, spesso, ci cacciamo da soli o, ancora, il far parte di un gruppo di nerd che, nel mio caso, non si rassegna al mio mancato recupero di Star Wars, dei cinecomic Marvel e DC e de Il signore degli anelli; amici che cercano di trascinarmi ai Comcs della zona, impegnandomi in giochi di società di cui, puntualmente, finisco per dimenticare le regole. Altra caratteristica comune tra te e me, Dante, è l'essere predisposti ai fraintendimenti, tu perché sei, in massima parte prevenuto, ed io, perché traviata da sovrastrutture mentali che crollano, spesse volte, come castelli di carte lasciandomi con un palmo di naso, amante di un'opinione traditrice a causa di fondamenta caducate in partenza da presupposti errati.
Capita, a volte, di sbagliare;tuttavia, lo so, è importante accorgersene e chiedere scusa prima che sia troppo tardi per riparare. Perché sì, domani è un altro giorno ma, talvolta, bisogna agire subito, ché infischiarsene non è una soluzione.
Buona vita e buon viaggio, dunque, Dante, che sia in Pennsylvania o in Papuasia, da solo o in compagnia di un'estranea il cui passo, nonostante tutto, è in  sincrono perfetto con il tuo, che sia durante un ballo al supermercato oppure mentre ordini un caffè al bar, dimenticando fatalmente di pagare; a proposito, Dante, un'altra volta proverei con un Earl Grey al bergamotto, magari con un goccio di latte ché il caffè, come Carducci e moltissime altre cose in questo mondo secondo il mio modesto parere, è sopravvalutato.
Vai, corri a spiccare il volo per il viaggio della tua vita, a scrivere il gran finale promesso da un regalo dimenticato sotto l'albero di Natale o a vergare parole nuove  su una pagina bianca, in attesa di tutte le parole che puoi; sebbene qualcuno affermi che dipende dai punti di vista, sei tu a decidere, sai. 
“Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
già mai la cima per soffiar di venti.”

sabato 1 ottobre 2016

Recensione: "La tristezza ha il sonno leggero" di Lorenzo Marone

Titolo: La tristezza ha il sonno leggero
Autore: Lorenzo Marone
Pagine: 370
Prezzo di copertina: 16,90 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Longanesi

Sinossi:
Erri Gargiulo ha due padri, una madre e mezza e svariati fratelli, È uno di quei figli cresciuti un po' qua e un po' là, un fine settimana dalla madre e uno dal padre, Sulla soglia dei quarant'anni è un uomo fragile e ironico, arguto ma incapace di scegliere e di imporsi, tanto emotivo e trattenuto che nella sua vita, attraversata in punta di piedi, Erri non esprime mai le sue emozioni ma le ricaccia nello stomaco, somatizzando tutto. Un giorno la moglie Matilde, con cui ha cercato per anni di avere un bambino, lo lascia dopo avergli rivelato di avere una relazione con un collega. Da quel momento Erri non avrà più scuse per rimandare l'appuntamento con la sua vita. E uno per uno deciderà di affrontare le piccole e grandi sfide a cui si è sempre sottratto: una casa che senta davvero sua, un lavoro che ama, un rapporto con il suo vero padre, con i suoi irraggiungibili fratelli e le sue imprevedibili sorelle. Imparerà così che per essere soddisfatti della vita dobbiamo essere pronti a liberarci del nostro passato, capire che noi non siamo quello che abbiamo vissuto e che non abbiamo alcun obbligo di ricoprire per sempre il ruolo affibbiatoci dalla famiglia. E quando la moglie gli annuncerà di essere incinta, Erri sarà costretto a prendere la decisione più difficile della sua esistenza ...



Acquistato per festeggiare la fine di una sessione estiva estenuante, concluso il giorno prima del termine di quella Autunnale, per me prolungamento della precedente, il ritorno in libreria di Lorenzo Marone, dopo un esordio convincente a metà, mi ha fatto un gran bene.
Avevo ragione quando, chattando con chi lo consigliava indefessamente - sì Libridinosa, sto parlando proprio di te - scrivevo che questo libro avrebbe rappresentato un jolly di riserva, nel momento in cui la tristezza avrebbe avuto il sonno leggero tanto da tenermi sveglia di notte ed io avessi perciò necessitato di comprensione.
Empatia, parola chiave del rapporto instauratosi tra Erri e me nel corso delle pagine; in alcuni versanti ci troviamo su posizioni opposte eppure, per altri versi, il sentire si fa comune nonostante le differenze.
Erri Gargiulo è un quarantenne tranquillo a cui la vita è scivolata addosso: le amicizie, gli amori - finiti, in atto o in potenza - una famiglia allargata talvolta invadente sono, forse, alla base di un senso d'inadeguatezza dapprima sottotono, destinato tuttavia ad emergere a causa di un tradimento amoroso che costringe il protagonista a ripensare la propria intera esistenza,venendo finalmente a patti con le decisioni non prese, i silenzi assensi, le persone di troppo; da ciò, la necessità di ritrovare un equilibrio da cui dipende la vita passata, presente e futura.
Con le parole, Lorenzo Marone sembra voler creare una re(l)azione  intima ed immediata, ponendo su carta la storia di uno che può essere di tanti, di facile immedesimazione per il lettore. 
Erri Gargiulo è il prototipo di tutti i dubbi, le insicurezze che attanagliano il vivere quotidiano dell'individuo, toccante, autentico nelle fragilità e nella volontà di riscatto di chi è in cerca di una serenità perduta o, più probabilmente, mai cercata davvero.
In fondo siamo tutti estranei prima di conoscerci. Innamorarsi è il più grande atto di fiducia che ci possa essere. [...]L'amore, corrisposto o meno, serve a ricordarti che sei vivo in mezzo a una marea di morti.