martedì 31 gennaio 2017

Gennaio 2017: Le mie letture

Questa non è una rubrica, è un riepilogo delle mie letture; non so se ci sarà ogni mese sul blog perché, come avrete notato, ultimamente sono poco presente. 
E' un periodo convulso, questo, e ciò si riflette sui libri letti - amati, piaciucchiati o mal tollerati che siano stati -, di cui vi ho parlato e non. Ho bisogno, dunque, di fare il punto della situazione; considerate questo post una sorta di post-it virtuale, come quelli che hanno il compito di ricordarti cose importanti ma non sempre riescono nel loro intento.


***



Il primo titolo dell'anno è questione delicata da queste parti e la scelta è stata ben ponderata grazie all'entusiasmo di Tessa  ed alla speranza, vanificata in ultimo dall'influenza, di poter assistere alla presentazione con l'autore che si è tenuta dalle mie parti.
Nonostante ciò, il 2017 è iniziato bene, in tema letterario, con Le otto montagne di Paolo Cognetti: una lettura breve ma intensa, pur non essendo la montagna il mio elemento. 







A seguire, è stato il momento di Fato e Furia di Lauren Groff, sbirciato in libreria perché incuriosita dal gran parlare che se n'è fatto soprattutto oltreoceano, ed arrivato sullo scaffale agli sgoccioli dell'anno passato, unico superstite alla disorganizzazione di Libraccio.
Purtroppo qualcosa non è andata come mi aspettavo e tra me, Lotto, Mathilde ed il resto dei personaggi raccontati dal particolarissimo stile dell'autrice, non è scattata la scintilla.
Stralci di drammi teatrali, citazioni colte ed un paragone quanto mai azzardato con L'amore bugiardo di Gillian Flynn non sono bastati a farmi superare l'avversione per una trama inutilmente intricata con svolte poco credibili e due protagonisti che ricorderò (brevemente) per i (tanti, troppi) difetti più che per le (pochissime) qualità, tanto da non aver buttato giù nemmeno due righe per cercare di approfondire una sensazione d'irritante fastidio da dimenticare al più presto. 



I Cazalet fanno parte delle preziose scoperte letterarie sul finire del 2016; grazie a loro conserverò almeno un ricordo piacevole di un periodo disastroso su tutti gli altri versanti.
Tra i buoni propositi farlocchi d'inizio anno, quello di attendere  almeno Marzo prima di addentrarmi nel terzo capitolo della saga familiare perfetta sostituta del mio amato Downton Abbey e così, per essere stata avida di bellezza d'altri tempi, mi tocca attendere più del previsto per tornare a fare la spola tra il Sussex e Londra del secondo Dopoguerra e perdermici, senza troppa Confusione, ancora per qualche tempo.


Il blocco del lettore è un male frequente tra gli amanti della lettura; se associato ad altri tipi di malessere, può anche peggiorare la situazione. Come è successo a me, che ho cercato la cura laddove non l'avrei mai trovata. Teoremi complessi a spiegazione della natura circostante, freddezza e fragilità li ricordo bene o meglio, non dimentico il senso d'inadeguatezza che mi lasciavano addosso durante tutte le ore trascorse a cercare di capire qualcosa al di là della mia comprensione. Equazione di un amore, fatica recente di Simona Sparaco, tornata da poco tra gli scaffali con un nuovo romanzo, mi ha fatto provare quelle stesse sensazioni che credevo lontane, sebbene qualche volta, come in questo caso, colpiscano a tradimento.
Lea e la sua insoddisfazione per un conto di gioventù in sospeso, Vittorio e la sua perfezione ad ogni costo, Giacomo distante e tormentato sono i protagonisti di un triangolo sbilanciato in partenza. A nulla valgono le buone intenzioni di Bianca, l'amica di sempre, i fioretti, la logica, le promesse infrante e tutto si ripete in un'irritante storia già letta apprezzata però, soltanto, sul finale, severo ma giusto. Sarà che non era il momento oppure il genere o non so cosa, oppure una giustificazione che tenga, forse, in realtà non esiste: così come ogni equazione necessita la formula adeguata per arrivare ad una soluzione corretta, alcuni libri si rivolgono ad un certo tipo di lettore che abbia le giuste chiavi di lettura e, questa volta, una tra le tante, non ho saputo fornire un'esatta applicazione della regola, a metà tra la ragione e il sentimento, dettata qui, per ottenere il risultato previsto.

 Gravidanze, parti, neonati non rientrano tra le categorie di persone/argomenti prediletti: le rare volte mi ci imbatto, dopo accesi dibattimenti, l'interlocutore o interlocutrice di turno, spesso sposato/ a con figli a carico, chiosa con la classica frase paternalistica: "Quando sarai madre, capirai" e lì, un po' per educazione, un po' perché l'aria solenne mista al ghigno soddisfatto mi dà sui nervi e preferisco non replicare piuttosto che rischiare la riserva di pazienza e neuroni rimasti in ulteriori, spiacevoli, battibecchi, preferisco tirare i remi in barca e dileguarmi non appena le circostanze lo consentono.
Allora perché leggere un libro il cui titolo fa espresso riferimento a levatrici, figure che, dalla notte dei tempi, aiutano madri a mettere al mondo figli? 
Non è masochismo o semplice spirito autolesionistico reminiscenza del pessimo cosmico Leopardiano di qualche tempo fa, solo puro interesse derivante da questioni televisive. 
E' noto infatti che Jennifer Worth sia l'autrice della trilogia di memoir  che hanno ispirato la fortunata serie BBC Call the Midwife - Chiamate la levatrice, appunto - narrante la vita delle infermiere londinesi le quali, operando nei sobborghi di Londra negli anni '50, hanno visto nascere generazioni di uomini e donne appartenenti a classi più o meno agiate, dando un significativo contributo nello sviluppo di cure e trattamenti sanitari all'avanguardia in campo medico - ginecologico.
Acquistato tempo addietro e ritrovato per caso, durante una puntigliosa perlustrazione dello scaffale alla ricerca di qualche titolo interessante ma non troppo impegnativo, Chiamate la levatrice mi ha sorpreso per lo stile cronachistico affatto pesante ed il gran numero di informazioni istruttive fornite in quello che non è solo un diario  bensì uno spaccato di vita su un periodo controverso della Storia, mondiale in generale, inglese nel particolare. 
Non so se e quando continuerò con il secondo volume, Tra le vite di Londra, già edito da Sellerio, ma conto di iniziare presto la serie televisiva, memore della buona impressione letteraria.

Ultima lettura terminata di Gennaio, a sorpresa, La figlia femmina, esordio sorprendente di Anna Giurickovic Dato. Breve ma scorrevolissimo nonostante il tema spinoso, ve ne ho parlato QUI.











[Tutte le foto del post le ho scattate io e le trovate sull'account Instagram del blog].

Grazie per l'attenzione e buone letture!

Cecilia

giovedì 26 gennaio 2017

Recensione: "La figlia femmina" di Anna Giurickovic Dato

Titolo: La figlia femmina
Autrice: Anna Giurickovic Dato 
Pagine: 192
Prezzo di copertina: 10 euro
Prezzo ebook: 4,99 euro
Editore: Fazi

Sinossi:
Sensuale come una versione moderna di Lolita, ambiguo come un romanzo di Moravia, La figlia femmina è il duro e sorprendente esordio di Anna Giurickovic Dato.
Ambientato tra Rabat e Roma, il libro racconta una perturbante storia familiare, in cui il rapporto tra Giorgio e sua figlia Maria nasconde un segreto inconfessabile.
A narrare tutto in prima persona è però la moglie e madre Silvia, innamorata di Giorgio e incapace di riconoscere la malattia di cui l’uomo soffre. Mentre osserviamo Maria non prendere sonno la notte, rinunciare alla scuola e alle amicizie, rivoltarsi continuamente contro la madre, crescere dentro un’atmosfera di dolore e sospetto, scopriamo man mano la sottile trama psicologica della vicenda e comprendiamo la colpevole incapacità degli adulti di difendere le fragilità e le debolezze dei propri figli. Quando, dopo la morte misteriosa di Giorgio, madre e figlia si trasferiscono a Roma, Silvia si innamora di un altro uomo, Antonio. Il pranzo organizzato dalla donna per far conoscere il nuovo compagno a sua figlia risveglierà antichi drammi.
Maria è davvero innocente, è veramente la vittima del rapporto con suo padre? Allora perché prova a sedurre per tutto il pomeriggio Antonio sotto gli occhi annichiliti della madre? E la stessa Silvia era davvero ignara di quello che Giorgio imponeva a sua figlia?

La figlia femmina mette in discussione ogni nostra certezza: le vittime sono al contempo carnefici, gli innocenti sono pure colpevoli. È un romanzo forte, che tiene il lettore incollato alla pagina, proprio in virtù di quell’abilità psicologica che ci rivela un’autrice tanto giovane quanto perfettamente consapevole del suo talento letterario.




A primo impatto, questo romanzo mi aveva suscitato alt(r)e aspettative. 
Sarà stata la sinossi, la cover, il titolo, la circostanza che vede l'autrice essere nata a Catania; in Sicilia essere figlie femmine può voler dire molte cose, più in passato, forse, che adesso, eppure una certa mentalità discriminante del gentil sesso, strascico di un retaggio culturale pesante, permane ancora . Pensavo a questo sbagliando e vedendoci giusto al tempo stesso: la verità sta nel mezzo, perché sebbene l'intreccio si svolga tra Rabat, capitale del Marocco e Roma, evidentemente il Male è uguale a sé stesso sempre, ovunque.
Alle famiglie modello credo poco, Silvia però, voce narrante della vicenda , moglie innamorata e madre angosciata, non è del mio stesso avviso: si aggrappa ai ricordi di una vita apparentemente perfetta per riuscire a convivere con il dolore della perdita, sentimento che, per ragioni differenti, alberga anche nella figlia Maria. 
Un'infanzia rubata, un padre padrone ed una donna che, come gli struzzi, mette la testa sotto la sabbia per non vedere l'evidenza la quale, nonostante tutto, la colpirà quando tutto sembra ormai essere dimenticato, durante un pranzo di famiglia ad inaugurare una probabile svolta nell'esistenza; il passato però torna a galla, tra i fumi del vino e, orchestrato da una recitazione studiata ad arte da chi ha imparato a fingere da molto tempo, diviene lampante,agghiacciante ingombrante, fino alla catarsi finale che pone fine al dramma consumato fra Oriente e Occidente: giustizia è stata fatta.
Anna Giurickovic Dato incalza implacabile chi legge il proprio romanzo d'esordio, talvolta con qualche incertezza o dilungamento di troppo, tra flashback brevissimi di un rapporto padre - figlia ambiguo e capitoli narrativi pieni di descrizioni, riferimenti culturali, fragilità che, come cipolle, si riducono infine all'essenza della verità nuda e cruda, quasi incredibile, spogliandosi delle stratificazioni superflue.
"Dio almeno mi crede
Tutti ti crediamo
Tu non mi crederesti mai
A cosa non dovrei credere, Maria?
Che io sono un diavolo.
Tu sei un angioletto, sei una bimba.
Non è vero. Io il diavolo ce l'ho qua.
[...]
Ma non so chi ce l'ha messo, io sono nata così."

lunedì 16 gennaio 2017

Recensione: "Confusione - La Saga dei Cazalet Vol. III" di Elizabeth Jane Howard

Titolo: Confusione
Autrice: Elizabeth Jane Howard
Pagine: 526
Prezzo di copertina: 18,50 euro
Prezzo ebook: 12,99 euro
Editore: Fazi

Sinossi:
È il 1942: da quando abbiamo salutato i Cazalet per l’ultima volta è trascorso un anno. I raid aerei e il razionamento del cibo sono sempre all’ordine del giorno, eppure qualcosa comincia a smuoversi: per le giovani Cazalet la lunga attesa è finita e finalmente Louise, Polly e Clary fanno il loro ingresso nel mondo. Quella che le aspetta è una vita nuova, più moderna e con libertà inedite, soprattutto per le donne. Le cugine si avviano su strade disparate, tutte sospese tra la vecchia morale vittoriana del sacrificio e un costume nuovo, più disinvolto, in cui le donne lavorano e vivono la loro vita amorosa e sessuale senza troppe complicazioni. Mentre Louise si imbarca in un matrimonio prestigioso ma claustrofobico, sul quale incombe l’ingombrante presenza della suocera, Polly e Clary lasciano finalmente le mura di Home Place per trasferirsi a Londra e fare i loro primi passi nell’agognata età adulta, che si rivela ingarbugliata ma appagante. Per quanto riguarda il resto del clan, fra nascite, perdite, matrimoni che vanno in frantumi e relazioni clandestine che si moltiplicano, i Cazalet vanno avanti a testa alta e labbra serrate, sognando, insieme ai loro amici e ai loro amanti, la fine della guerra: «il momento in cui sarebbe iniziata una vita nuova, le famiglie si sarebbero ricongiunte, la democrazia avrebbe prevalso e le ingiustizie sociali sarebbero state sanate in blocco». Ormai ci sembra di conoscerli personalmente, e non possiamo che attendere insieme a loro quel momento. Nel frattempo, godiamoci i colpi di scena di Confusione, che ci lasceranno senza fiato.



Ebbene sì, ho ceduto. Più o meno inconsciamente, sapevo che l'avrei fatto quando, durante la prima sortita in libreria dell'anno, in mezzo a variopinte pile prese d'assalto da adolescenti in preda all'After mania, di fianco ad attempate lettrici di Clara Sanchez, ho scovato, in un angolino, ultima copia ammaccata, il terzo capitolo della saga di quelli che sono divenuti, oramai, i miei cari Cazalet, stringendola al petto, in barba ai buoni propositi - mai rispettati, -allo scaffale materiale e digitale straripante di titoli in attesa, sono andata in Confusione.
Saga familiare più corale che mai,qui, si raccontano gli ultimi anni del secondo conflitto mondiale, con un ampio respiro narrativo;pur registrando un calo di ritmo,atteso, rispetto ai precedenti, non mancano le lacrime, le svolte inaspettate, i giri di volta, i rovesci di fortuna. Il fronte è lontano dal Sussex ma le bombe arrivano a Londra, location principale del romanzo. 
Le giovani Cazalet si affacciano all'età adulta, chi imbarcandosi nell'avventura matrimoniale, chi cercando invece la propria indipendenza. 
Abbiamo fatto esercizio. [...]Ormai ci siamo abituati.
Ho imparato che è molto pericoloso abituarsi alle cose.
A qualunque cosa?
Sì, a qualunque cosa. Si smette di farci caso, oppure, peggio ancora, ci si crea l'occasione di aver fatto una conquista.
Io non mi sento così.
Davvero?
Credo che ad alcune cose ci si possa abituare senza smettere di pensarci.
La famiglia, molto segnata nei rapporti, nelle abitudini, dalle circostanze, acquista nel tempo una consapevolezza nuova che la preparano al periodo post -bellico, esplorato nei capitoli successivi della saga, di prossima pubblicazione in Italia.
Elizabeth Jane Howard conferma la propria bravura nel narrare storie di uomini e donne in maniera disinvolta, affatto patetica o eccessiva, dando vita ad interrogativi moderni, alcuni perfino di scottante attualità.
Ma, Mrs Cazalet, stanno già affrontando la realtà[...] Ognuno [...] pensa di fare questo per l'altro. Non mi sogno nemmeno di immischiarmi. Ognuno di loro pensa che questa sia l'ultima cosa che può fare per l'altro, capisce?

sabato 7 gennaio 2017

Recensione: "Le otto montagne" di Paolo Cognetti

Titolo: Le otto montagne
Autore: Paolo Cognetti
Pagine: 208
Prezzo di copertina:18,50 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Einaudi

Sinossi:
Pietro è un ragazzino di città, solitario e un po' scontroso. La madre lavora in un consultorio di periferia, e farsi carico degli altri è il suo talento. Il padre è un chimico, un uomo ombroso e affascinante, che torna a casa ogni sera dal lavoro carico di rabbia. I genitori di Pietro sono uniti da una passione comune, fondativa: in montagna si sono conosciuti, innamorati, si sono addirittura sposati ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. La montagna li ha uniti da sempre, anche nella tragedia, e l'orizzonte lineare di Milano li riempie ora di rimpianto e nostalgia. Quando scoprono il paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, sentono di aver trovato il posto giusto: Pietro trascorrerà tutte le estati in quel luogo "chiuso a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che tane ostacola l'accesso" ma attraversato da un torrente che lo incanta dal primo momento. E li, ad aspettarlo, c'è Bruno, capelli biondo canapa e collo bruciato dal sole: ha la sua stessa età ma invece di essere in vacanza si occupa del pascolo delle vacche. Iniziano così estati di esplorazioni e scoperte, tra le case abbandonate, il mulino e i sentieri più aspri. Sono anche gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre, "la cosa più simile a un'educazione che abbia ricevuto da lui". Perché la montagna è un sapere, un vero e proprio modo di respirare, e sarà il suo lascito più vero: "Eccola li, la mia eredità: una parete di roccia, neve, un mucchio di sassi squadrati, un pino". Un'eredità che dopo tanti anni lo riavvicinerà a Bruno.



Scegliere la prima lettura dell'anno è una cosa seria, talmente tanto che mi ci è voluto un po' per decidere quale sarebbe stata; infatti, mi piace pensare che determinerà grossomodo l'andamento ideale dell'intero anno letterario. Questa volta, sono giunte in mio soccorso le classifiche di fine anno di blogger e instagrammers in aggiunta ad una cover bellissima, una sinossi interessante ed al gelo siberiano che fa nevicare fuori mentre scrivo, proprio come in montagna.
La montagna non è il mio elemento, per una serie di ragioni che vanno da una ormai proverbiale goffaggine ad un'affinità innata con il mare, vicino al quale mi sento a casa. 
Pietro, suo madre, suo padre e Bruno, amico fraterno, invece, provano lo stesso sentimento tra le vette rocciose, ruvide, nel pascolo, fra i boschi, in mezzo alla natura selvaggia ed imperscrutabile. Le otto montagne, ritorno sulla scena editoriale di Paolo Cognetti, narra la storia d'amore, idillio intermittente tra gli uomini e l'altezza in cui trovare ristoro, amicizia, amore, gloria e, perfino, talvolta, la morte.
Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.
La montagna sullo sfondo, magnetica ambientazione dei corsi e ricorsi dell'esistenza, è protagonista indiscussa come nel mito nepalese da cui il romanzo prende il titolo, vocazione vera da inseguire ai confini del mondo o a cui tornare, perdendosi e ritrovandosi tra i sentieri stretti scavati nelle alture.
Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l'acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c'è più niente per te, mentre il futuro è l'acqua che scende dall'alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro a monte.
Un padre e due figli, uno di sangue, l'altro di ghiaccio, le cordate, un battesimo della montagna  in cui scoprire il mal d'aria e sfidarlo, poi, arrampicandosi sempre più in alto; le delusioni, le chiamate mai fatte, le parole non dette e le seconde possibilità, Paolo Cognetti scrive di tutto ciò con uno stile trascinante, intenso, che ispira rispetto per un sentimento genuino e contrastante, da ammirare e ricordare a lungo.

lunedì 2 gennaio 2017

Recensione: "Il tempo dell'attesa - La saga dei Cazalet Vol. II" di Elizabeth Jane Howard

Titolo: Il tempo dell'attesa
Autrice: Elizabeth Jane Howard
Pagine: 638
Prezzo di copertina: 18,50 euro
Prezzo ebook: 12,99 euro
Editore: Fazi

Sinossi:
È il settembre del 1939, le calde giornate scandite da scorribande e lauti pasti in famiglia sono finite e l’ombra della guerra è sopraggiunta a addensare nubi sulle vite dei Cazalet. A Home Place, le finestre sono oscurate e il cibo inizia a scarseggiare, in lontananza si sentono gli spari e il cielo non è mai vuoto, nemmeno quando c’è il sole. Ognuno cerca di allontanare i cattivi pensieri, ma quando cala il silenzio è difficile non farsi sopraffare dalle proprie paure. A riprendere le fila del racconto sono le tre ragazze: Louise insegue il sogno della recitazione a Londra, dove sperimenta uno stile di vita tutto nuovo, in cui le rigide regole dei Cazalet lasciano spazio al primo paio di pantaloni, alle prime esperienze amorose, a incontri interessanti ma anche a una spiacevole sorpresa. Clary sogna qualcuno di cui innamorarsi e si cimenta nella scrittura con una serie di toccanti lettere al padre partito per la guerra, fino all’arrivo di una telefonata che la lascerà sconvolta. E infine Polly, ancora in cerca della sua vocazione, risente dell’inevitabile conflitto adolescenziale con la madre e, più di tutti, soffre la reclusione domestica e teme il futuro, troppo giovane e troppo vecchia per qualsiasi cosa. Tutte e tre aspettano con ansia di poter diventare grandi e fremono per la conquista della propria libertà. Insieme a loro, fra tradimenti, segreti, nascite e lutti inaspettati, l’intera famiglia vive in un clima di sospensione mentre attende che la vita torni a essere quella di prima, in quest’indimenticabile ritratto dell’Inghilterra di quegli anni. E ormai è difficile abbandonarli, questi personaggi: con loro sorridiamo, ci emozioniamo e ci commuoviamo nel nuovo appassionante capitolo della saga dei Cazalet.



Il tempo dell'attesa, un'espressione che, a rileggerla, sembra attuale e applicabile ad ogni aspetto del vivere comune. Quanto tempo, infatti,- anni, mesi, ore, minuti, secondi - trascorriamo in attesa, senza nemmeno accorgercene, a rincorrere una mancanza. I Cazalet ed io ci siamo incontrati in questo modo: il libro giusto al momento giusto; dopo un primo, folgorante, ammaliante e al tempo stesso rassicurante approccio, ho continuato a seguire le loro vicende scoprendo di non poter farne a meno. Questa famiglia alto-borghese descritta tanto minuziosamente da far intuire una vago nesso con la vicenda personale dellla Howard, ha rappresentato - e, probabilmente, continuerà a farlo - una fonte sgorgante tenacia, solidarietà e conforto davanti ai mille dubbi derivanti dalla quotidianità.
Quell'ombra insinuatasi negli anni della leggerezza seguenti al primo conflitto mondiale si è, nel frattempo, trasformata in una minaccia concreta in relazione alla quale tutti i membri della famiglia dovranno rivedere le proprie priorità, relazionandosi ad essa ognuno a suo modo; mentre gli adulti sono impegnati a non addolorarsi, a coltivare l'indifferenza reciproca perdendosi dietro chimere, a fraintendersi sulla base di un non detto maggiormente difficile da nascondere con l'andare del tempo, gli adolescenti ed i bambini di casa, quelli usciti dalla nursery s'intende, sono costretti a crescere in fretta per conquistarsi un posto nel mondo, a debuttare sul palcoscenico dell'esistenza da calcare insieme a comprimari esperti, riuscendo a brillare di luce propria. 
Sono Polly, Louise, Clary, Lydia e Neville i giovani rampolli di casa a cui mi sono affezionata; loro, che si aggrappano a talenti reali o presunti, aspirazioni, sogni nel cassetto pur di non rimanere impigliati nelle maglie strette della Storia che dimentica chi non riesce a farsi ricordare nella versione dei vincitori ché, in fondo, se ti interessano le cose non ha importanza se sei bravo a farle oppure no. Uccellini maldestri provano a spiccare il volo contemporaneamente ad altri, più navigati, apparentemente dispersi sulla rotta lontana da Home Place.
Vecchi amici e nuovi amori fanno la propria comparsa, apportando il proprio contributo alla credibile armonia, nonostante la tristezza degli eventi storici narrati, regnante in un romanzo corale, saga familiare che conferma la propria validità, aggiungendo un importante tassello a quelli già noti, prospettando intriganti scenari futuri per il corso dei capitoli successivi della pentagogia, firmata da una delle più brillanti penne femminili del Novecento.
Si dice sempre che è bellissimo essere giovani, ma io temo che molta gente abbia dimenticato come sia realmente. [...]La tragedia non è questione di sfortuna. La tragedia è quando non si prendono in considerazione tutti gli aspetti di un problema, di solito l'indole della persona.
[...]Credimi, i sentimenti possono essere molto brutti ma non puoi dire che non sono niente. Che ti piaccia o no, tu puoi pensare,provare emozioni e scegliere. E lo fai continuamente.