giovedì 29 settembre 2016

Recensione: "Un po' di follia in primavera" di Alessia Gazzola

Titolo: Un po' di follia in primavera
Autrice: Alessia Gazzola
Pagine: 304
Serie: Allieva #6
Prezzo di copertina: 16,90 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Longanesi

Sinossi:
Quella di Ruggero D’Armento non è una morte qualunque. Perché non capita tutti i giorni che un uomo venga ritrovato assassinato con un’arma del delitto particolarmente insolita. E anche perché Ruggero D’Armento non è un uomo qualunque. Psichiatra molto in vista, studioso e luminare dalla fulgida carriera accademica, personalità carismatica e affascinante… Alice Allevi se lo ricorda bene, dagli anni di studio e dai seminari che ha frequentato con grande interesse, catturata dal magnetismo di quell’uomo all’apparenza rude ma in realtà capace di conquistare tutti con la sua competenza e intelligenza. E con le sue parole. L’indagine su questo omicidio è impervia, per Alice, ma per fortuna non lo è più la sua vita sentimentale. Ebbene sì, Alice ha fatto una scelta… Ma sarà quella giusta?



Ogniqualvolta io mi ritrovo a varcare la soglia di un luogo contenente libri, il mio istinto da lettrice compulsiva mi spingerebbe ad afferrarne quanti più possibile, portandoli via per iniziare a conoscerne il contenuto ma, fortunatamente, l'istinto razionale ha la meglio, in linea di massima, rendendo rare le occasioni in cui mi reco in tali posti a colpo sicuro, sapendo già cosa far mio. 
Questa circostanza non vale il giorno d'uscita di nuovi titoli di autori e autrici apprezzati/e e seguiti/e da tempo quale si ritrova ad essere Alessia Gazzola; da quando infatti, un po' per gioco, un po' per curiosità, la sua Allieva è venuta ad unirsi allo scaffale per la prima volta, ne attendo puntualmente il ritorno annuale. Così, sebbene parecchio più tardi del solito, in un giorno importante, pure quest'anno ho accolto Alice Allevi, veterana nel mondo editoriale, esordiente maldestra in quello televisivo, in un clima di frizzante fibrillazione. 
Divorato euforicamente durante la quiete conseguente alla tempesta traumatica del ricominciare il tran tran universitario, oggetto poi di rilettura attenta e riflessiva, questo nuovo capitolo, malinconico di primo acchito, mi ha spaesata, ci ho messo del tempo a capire ma, in definitiva, m'è garbato assai, seppur è da riconoscere che vette superiori sono state toccate in alcuni dei precedenti. 
Il clima giocoso, il funambolismo sentimentale e l'incertezza caratterizzanti i volumi precedenti sono scomparsi del tutto, lasciando una protagonista alle prese con la fine del percorso compiuto nel Santuario delle Umiliazioni e gli albori di un altro che la vedrà, forse, in vesti differenti rispetto a quelle della pasticciona specializzanda in Medicina Legale; consapevolezza potrebbe essere la parola chiave di questo giallo, complesso quanto basta a tener lontana l'angoscia per le decisioni prese e quelle da prendere, tinto di un rosa, pallido come non mai, che lascia poco spazio a dubbi di sorta circa la situazione amorosa, spesso turbolenta, della dottoressa Allevi. 
E' giunto il tempo della maturità, il cerchio sembra stia per chiudersi quando, inaspettatamente come sempre accade, la vita riformula domande a cui si pensava d'aver trovato risposta, minando le fondamenta di certezze apparentemente solide; una sola rimane, quella di dover addestrare il cuore a capire cosa vuole davvero, soffrire un po' in solitudine prima di ricominciare. Nessuna anticipazione. Te la svelerà la vita, qual'è la verità.

domenica 25 settembre 2016

Recensione: "Non aspettare la notte" di Valentina D'Urbano

Titolo: Non aspettare la notte
Autrice: Valentina D'Urbano
Pagine: 377
Prezzo di copertina: 16,90 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Longanesi

Sinossi:
Giugno 1994. Roma sta per affrontare un'altra estate di turisti e afa quando ad Angelica viene offerta una via di fuga: la grande villa in campagna di suo nonno, a Borgo Gallico. Lì potrà riposarsi dagli studi di giurisprudenza. E potrà continuare a nascondersi. Perché a soli vent'anni Angelica è segnata dalla vita non soltanto nell'animo ma anche su tutto il corpo. Dopo l'incidente d'auto in cui sua madre è morta, Angelica infatti, pur essendo bellissima, è coperta da cicatrici. Per questo indossa sempre abiti lunghi e un cappello a tesa larga. Ma nessuno può nascondersi per sempre. A scoprirla sarà Tommaso, un ragazzo di Borgo Gallico che la incrocia per caso e che non riesce più a dimenticarla. Anche se non la può vedere bene, perché Tommaso ha una malattia degenerativa agli occhi e sono sempre più i giorni neri dei momenti di luce. Ma non importa, perché Tommaso ha una Polaroid, con cui può immortalare anche le cose che sul momento non vede, così da poterle riguardare quando recupera la vista. In quelle foto, Angelica è bellissima, senza cicatrici, e Tommaso se ne innamora. E con il suo amore e la sua allegria la coinvolge, nonostante le ritrosie. Ma proprio quando sembra che sia possibile non aspettare la notte, la notte li travolge...



Spesso vengo tacciata d'ambiguità, perciò questa volta cercherò di essere chiara: questo romanzo non mi ha convinta né coinvolta. Sin dal principio, la cover cupa, il font scuro, due innamorati appassionati sullo sfondo ed una sinossi narrante tempi relativamente recenti fatti di Polaroid e Ciao, in cui l'amore non era approdato sui Social perché questi, come me, non esistevano ancora, niente di tutto ciò mi appariva originale bensì puzzava di già scritto, letto e raccontato. Mi sarei tenuta lontana da questa nuova creatura di Valentina D'Urbano che, mi scrivevano in impressioni a caldo da fine lettura, sembrava fare il verso a Moccia, lo avrei fatto per chissà quanto tempo se, sul finire del messaggio, una proposta di lettura somigliante ad un ordine semi perentorio non mi avesse fatto percepire come una questione d'onore e di critica il dover leggere il libro stesso di prima mano per farmene un'opinione mia.  
In effetti, lontana dalla Fortezza e da Roccachiara l'autrice, per vari motivi a me sconosciuti, ha scritto un'opera irriconoscibile come sua: Angelica e Tommaso, protagonisti sfortunati di turno, privi dell'altrove evidente disagio esteriore insieme alla conseguente rabbia verso il mondo  circostante , hanno trasformato la caratteristica stilistica peculiare dell'autrice, il mordente, in una rassegnazione che sfocia nel vittimismo stucchevole tipico dei classici intrecci adolescenziali mainstream attualmente.
Angelica, studentessa modello nonché figlia di papà davanti cui si stende una promettente carriera legale nello studio di famiglia sarebbe la ragazza perfetta se non portasse addosso l'eredità della follia della madre, cicatrici destinate a rimanere nascoste frequentemente sotto una cappello a tesa larga; Tommaso sarebbe sul podio tra gli uomini maggiormente desiderabili di Borgo Gallico se di malmesso avesse solo un motorino che parte una volta su tre e, dietro l'espressione furbetta incorniciata da una chioma riccioluta, non si nascondessero degli occhi resi sempre più ciechi da una malattia rara, che non perdona.
Una coppia assortita nel destino avverso a cui decidono di soccombere invece di combatterlo, impegnandosi al contrario nella vana lotta contro fantasmi autoindotti e patemi amorosi al limite del melodramma, con vaghi riferimenti fuorvianti ed assolutamente fuori luogo a classici della letteratura ottocentesca.
Figura degna di nota è Giulia, vicina di casa, amica e punto di riferimento a cui rivolgersi sebbene anche lei trascini fardelli pesanti sulle spalle, nascondendo qualche scheletro nell'armadio.
Delusione inenarrabile dunque, dovuta in massima parte ad alte aspettative disattese; non aspetterò la notte quindi ma una prossima opera, graffiante come solitamente la penna di Valentina D'Urbano sa crearne, questo sì.

venerdì 23 settembre 2016

Recensione: "Crepuscolo" di Kent Haruf

Titolo: Crepuscolo
Autore: Kent Haruf
Pagine: 315
Prezzo di copertina: 18 euro
Prezzo ebook: 8,99 euro
Editore: NN editore

Sinossi:
Alcuni protagonisti di Canto della pianura ritornano, come i fratelli McPheron che, ormai invecchiati, stanno imparando a vivere senza Victoria Roubideaux, la madre single che avevano preso ad abitare con loro e che ora ha lasciato il ranch per iniziare il college. Ma si affacciano sulla scena anche volti nuovi, come quello di un ragazzo solitario che si prende cura stoicamente di suo nonno. Dietro esistenze apparentemente banali, ritroviamo la maestria di Haruf nel rendere universali i temi della solitudine e della sofferenza. Attraverso vite che si intersecano, Crepuscolo ci svela il lato più profondo degli esseri umani: la loro fragilità e resistenza, il loro egoismo e la bontà, e la loro capacità di costruire legami solidi e intimi, oltre la famiglia.



Avevo paura di tonare ad Holt, non mi sentivo pronta a dire addio; poi, la certezza che sarebbe stato un arrivederci mi ha dato la spinta necessaria ad affrontare un viaggio di ritorno atteso, destinazione Colorado. 
Giunta, la prima volta, giusto in tempo per assistere al lento, inesorabile, canto del cigno di Dad Lewis, ai dubbi di una comunità chiusa e diffidente di fronte alla buona novella misericordiosa predicata da un pastore progressista, mi ci sono stranamente ritrovata, nel non luogo rappresentante l'archetipo della provincia. E se il Canto mi aveva stranìta, narrando di gente, luoghi e tempi mutati, meno recenti, l'ultimo volume della Trilogia slegata mi ha messa a mio agio come raramente, nella vita e nella letteratura, m'è capitato d'essere: colpita, sorpresa sì, rattristata e rallegrata in egual misura.
La fattoria McPheron, Main Street e le case dopo la ferrovia, tutto era nello stesso identico posto eppure ogni cosa era mutata negli abitanti; vecchi amici si accompagnavano a nuovi amori, facce appena conosciute cercavano di rimanere in piedi, insieme, anelando una stabilità o, talvolta, una carezza mancate. Tutto al proprio posto e niente in ordine, insomma.
Crepuscolo, che mi immaginavo pieno di toni cupi e malinconici come il sole che cala nel mare, riprende le tonalità vivide, brillanti, di un tramonto arancio rosato e le trasforma in schizzi e bozzetti brulicanti di vita su tela. 
 DJ Kephart, Mary ed il marito, Rose Tyler sono figure che  rappresentano le prospettive differenti date dalle diverse età della vita, in un ritratto fedele, ben riuscito, venuto fuori da una saga composta da romanzi corali narranti di un microcosmo assolutamente credibile e meraviglioso nella sua imperfezione.
Per aver descritto la Pianura in maniera mirabile ma sobria, incredibilmente vera, grazie Kent Haruf: il Suo Canto, al Crepuscolo, è stata una vera Benedizione.

mercoledì 21 settembre 2016

Recensione: "L'ho sposato lettore mio - Sulle tracce di Charlotte Brontë" a cura di Tracy Chevalier


Titolo: L'ho sposato lettore mio - Sulle tracce di Charlotte Brontë
A cura di Tracy Chevalier
Pagine: 304
Prezzo di copertina: 18 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Neri Pozza

Sinossi:
Per quale ragione «L’ho sposato, lettore mio» è una delle frasi più celebri e citate della letteratura inglese? La risposta, tutt’altro che ovvia, risiede nel capolavoro da cui è tratta: Jane Eyre (1847), la storia di un’orfana che, grazie alla sola intelligenza e caparbietà, riesce a convolare a nozze con il nobile signor Rochester. Per affermare il suo successo, e il cambiamento della propria condizione sociale, invece di dichiarare «mi ha sposata, lettore mio» – com’era da aspettarsi nella maschilista società vittoriana – Jane dice: «l’ho sposato, lettore mio». Una sfumatura nella forma verbale che ha lo scopo di rimarcare la coscienza femminile della protagonista, e quella dell’autrice Charlotte Brontë, e che si ergerà a manifesto, ispirazione e stimolo per tutte le scrittrici a venire.
Quando Tracy Chevalier ha chiesto alle migliori autrici in lingua inglese di raccontare una storia ispirata a quella celebre battuta, non l’ha fatto solo per festeggiare i duecento anni della nascita di Charlotte Brontë, ma anche per ridare significato a quelle parole, per renderle di nuovo vive e attuali nella società odierna.
«In alcuni racconti sono le nozze stesse a essere drammatiche, a causa di una dolorosa scheggia di vetro in Coppia mista di Linda Grant, o di un mutamento improvviso in Il matrimonio di mia madre di Tessa Hadley, o di un rapporto clandestino durante una cerimonia in Zambia, in Uomini doppi di Namwali Serpell, o di un incontro gotico nel fango della brughiera in Tenersi per mano di Joanna Briscoe», dice Chevalier.
In altri, come La prima volta che vidi il tuo viso di Emma Donoghue, la frase di Jane Eyre diventa il trampolino di lancio per viaggiare indietro nel tempo, fino alla Germania di fine Ottocento, dove Miss Hall e Mary Benson,la moglie dell’arcivescovo di Canterbury, si macchiano del peccato di un amore saffico. Se in Lo scambio Audrey Niffenegger colloca Jane nel mondo contemporaneo, in un paese dilaniato dalla guerra, la penna originale ed eccentrica di Helen Dunmore si diverte a raccontare Jane Eyre dal punto di vista della governante ingelosita, mentre Tracy Chevalier – con la maestria che l’ha resa una delle scrittrici più lette e amate d’Italia, «in grado di donare il soffio della vita al romanzo storico» (Independent) – dipinge la relazione sentimentale di una coppia male assortita, «come margherite e gladioli, come pizzo e cuoio».
Il risultato è una collezione di ventuno storie d’amore, diversissime per sensibilità, scrittura e intenzioni, che ruotano attorno a una medesima eroina dai mille volti: una donna determinata e coraggiosa, che combatte per vincere i pregiudizi e gli ostacoli della società. E che non ha paura di affermare la propria identità dicendo, a testa alta, con un sorriso affaticato ma fiero: io «l’ho sposato, lettore mio».



Ma vivendo in un paese straniero si diventa umili, perché non si è nella posizione di scegliere le proprie compagnie e si desidera ciò che è familiare.
Quanto è vero e quante volte succede di sentirsi in terra straniera pur essendo nei pressi di luoghi conosciuti; dunque si continua ad andare, a cercare casa. Charlotte Brontë rappresenta, insieme ad altri, la mia casa letteraria; nella brughiera dello Yorkshire, vagando per il Regno Unito costellato di miseria e nobiltà attraverso i fiumi d'inchiostro versato da menti fervide che ne hanno esplorato ogni latitudine, trovavo rifugio durante quell'età sottile, delicatissima che è l'adolescenza. Elizabeth Bennet mi mostrava i pregi dell'arguzia, dell'autoironia uniti ai difetti dell'orgoglio e del pregiudizio, così pure altri eroi ed eroine in misura maggiore e minore presentavano i vantaggi della Sorte e della Sfortuna; Jane Eyre, in particolare, m'insegnava la tenacia e l'anticonformismo, il rispetto verso sé stessi, la curiosità della conoscenza e la grandezza della libertà degli esseri umani liberi dotati di volontà indipendente, il valore di diventare chi siamo e non chi vorrebbero noi fossimo. Perciò, alla ricerca se non di un centro di gravità permanente ma quantomeno di uno stabile, ho intrapreso volentieri il cammino sulle tracce della maggiore delle sorelle più celebri della letteratura, proposto da donne, scrittrici anche loro, che intendevano omaggiarla nel bicentenario della nascita.
Un viaggio intricato su sentieri tortuosi ma non troppo lunghi, con unica guida - fil rouge della situazione - l'explicit di un capolavoro osservato da prospettiva differente: protofemminista, post-apocalittica, quotidiana, misteriosa, dai risvolti inaspettati sotto le sembianze di confessioni drammatiche di altri abitanti della Thornfield Hall più oscura.
Tutto si paga, specialmente l'amore, che sia puro o non corrisposto, segreto, proibito, finito, il sentimento trova sempre il modo d'insinuarsi; è nell'aria, lo si percepisce credendo d'udire tramite l'etere il richiamo nostalgico di un amore perduto oppure incrociando per la prima volta il viso di una persona cara. Un gesto, una carezza, un mancamento perfino, possono far germogliare un'emozione irrazionale ed incontrastabile che, come acero infestante, autoseminante, minaccia di piantare radici salde nel cuore e nell'anima di chi è caduto vittima delle frecce ardenti di un Cupido dispettoso.
Prosa breve a spezzare il ritmo incalzante, nonostante tutto, di prolisse, accidiose, giornate estive; lo fanno bene i racconti di autrici più e meno note, sotto l'egida di Tracy Chevalier, purosangue DOC di una scuderia, quella Neri Pozza, rivelatasi raramente perdente. 
Una scommessa vinta, quindi, quest'antologia variegata e intensa, densa d'atmosfere ed argomenti lontani tra loro resi tuttavia vicini, bene amalgamati, da un caposaldo appassionato quale le affilate parole di una mente evidentemente brillante ancora, duecento anni dopo.
L'errore che commettiamo tutti è credere che l'amore debba implicare possesso. [...] Fu felice lui? Lo fui io? Ricavammo il meglio dalla nostra vita? Sì. No. [...] Non posso fare a meno di sospettare che mentre spreco il mio tempo qui, la mia vera vita attenda altrove.

lunedì 19 settembre 2016

Di pause e grandi ritorni: Antonio Manzini a Taobuk e la Lettrice Inquieta nella Sala

Buongiorno a tutti! Oggi termina ufficialmente la pausa del blog; a proposito, l'unica giustificazione che mi sento d'addurre è che non era in programma, però ne ho avuto bisogno.
Alcune cose cambieranno o sono già cambiate - vedi grafica, di nuovo, sì -, altre no: come dice la Lettrice quasi perfetta Lea, recensire un libro è un investimento emotivo e , appunto, talvolta mi capita d'incappare in testi che non ne valgono la pena, quindi ho deciso che non ne parlerò; d'altronde come si può parlare di qualcosa su cui non si ha, in definitiva, nulla da dire? 

Si avrebbero soltanto conseguenze negative e voglio evitarlo.
Essere blogger non è un dovere bensì un piacere, per me, e cercherò, d'ora in avanti, di ricordarmelo più spesso.

Faccio un ritorno in grande stile, perché oggi vi parlo della presentazione taorminese di 7-7-2007 di Antonio Manzini. In verità, la mia partecipazione all'evento è stata in forse sino all'ultimo ma il 15 Settembre alle 18 sono riuscita ad essere presente all'Archivio Storico di Taormina dove, nel corso della manifestazione TAOBUK - Taormina International Book Festival, Antonio Manzini è intervenuto e, durante un incontro moderato da Francesco Musolino, ha disquisito con brio e molto naturalezza su Rocco Schiavone, sul proprio rapporto con Roma ed il suo maestro, Andrea Camilleri.



Potrei dilungarmi molto, perché è stata un'ora decisamente piacevole, tuttavia preferisco,
per semplicità e chiarezza, fissare i punti salienti emersi durante l'evento:


  • La nascita del personaggio di Rocco è stata frutto di un caso eppure la gestazione si è protratta per oltre nove mesi. Un vero parto secondo Manzini, che non pensava nemmeno ad una figura seriale come invece, è divenuta in seguito. La scelta del nome, tuttavia, ha richiesto meno impegno: Rocco infatti, è il nome che il padre dell'autore aveva caldeggiato inizialmente per il figlio, cedendo successivamente alla contrarietà della moglie, per fortuna, a detta di Manzini stesso.

  • La stesura di 7-7- 2007, ovvero di un prequel che raccontasse degli eventi precedenti al trasferimento ad Aosta, non era in programma. L'idea è venuta successivamente quando, parlando con un fan della serie al Festival di Mantova, Manzini ha capito che era importante ai fini della storia stessa nonché un segno di rispetto verso i lettori. "Non c'è azione peggiore del tradimento del lettore da parte di uno scrittore", ha affermato l'autore. Tradimento inteso come incoerenza narrativa con il personaggio o la situazione rappresentata all'interno di un romanzo. "A quel punto, il lettore ha ben ragione di chiudere il libro e smettere di seguire la serie e l'autore", ha proseguito. Inoltre  non ama le descrizioni di ricette nei testi di narrativa.

  • La data di inizio stesura di un nuovo capitolo della serie è sconosciuta. Al momento, Manzini è impegnato in altro: il 20 Ottobre uscirà per Chiarelettere Orfani Bianchi, un romanzo con protagonista una donna rumena che lascia il proprio Paese per venire a lavorare in Italia.  (QUI)

  • Per quanto riguarda la trasposizione sul piccolo schermo,  Novembre è una data approssimativa. Manzini si è dichiarato molto contento della scelta di Marco Giallini nei panni del protagonista e del prodotto venuto fuori; ha infatti visto in anteprima due puntate. "Sembra un prodotto estero, non la classica fiction Rai" , ha continuato.  100 minuti a puntata, cast con nomi di rilievo, Michele Soavi alla regia e Rai 2 come canale di messa in onda, la serie non comprenderà gli eventi narrati nel capitolo della serie pubblicato a Luglio. "Marina se n'è andata. Non tornerà".
Al termine dell'incontro, Manzini si è soffermato brevemente a chiacchierare con i presenti durante un  firmacopie. E' stato davvero simpatico e disponibile.
Per quanto mi riguarda, incrocio le dita per lo sbarco in TV di Rocco, impegnandomi a recuperare la bibliografia pregressa e futura dell'autore che, oltre ad essere uno scrittore versatile, si è dimostrato essere una persona umile ed in gamba, qualità rare di questi tempi.
QUI  , QUIQUI le mie  impressioni su i primi quattro volumi della serie di Rocco Schiavone, alcuni letti in coppia ché il vicequestore più burbero d'Italia crea dipendenza al pari di una droga.


Buone letture inquiete, a presto!

Cecilia