venerdì 9 dicembre 2016

Recensione: "Un bene al mondo" di Andrea Bajani

Titolo: Un bene al mondo
Autore: Andrea Bajani
Pagine: 134
Prezzo di copertina:16,50 euro
Prezzo ebook: 8,99 euro
Editore: Einaudi

Sinossi:
Un bene al mondo racconta di un paese sotto una montagna, a pochi chilometri da un confine misterioso. Un paese come gli altri: ha poche strade, un passaggio a livello che lo divide, e una ferrovia per pensare di partire. Nel paese c'è una casa. Dentro c'è un bambino che ha un dolore per amico. Lo accompagna a scuola, corre nei boschi insieme a lui, lo scorta fin dove l'infanzia resta indietro. E ci sono una madre e un padre che, come tutti i genitori, sperano che la vita dei figli sia migliore della loro, divisi tra l'istinto a proteggerli e quello opposto, di pretendere da loro una specie di risarcimento.Ma nel paese, soprattutto, c'è una bambina sottile. Vive dall'altra parte della ferrovia, ed è lei che si prende cura del bambino, lei che ne custodisce le parole. È lei che gli fa battere il cuore, che per prima accarezza il suo dolore. Un bene al mondo è una storia d'amore e di crescita di un'intensità e di una poesia travolgenti. È una storia universale, perché racconta quanto può essere preziosa la fragilità se non la rifiutiamo. Basta cercarsi su una mappa, disseminare parole per trovarsi, provare altre strade e magari perdersi di nuovo.Viviamo tutti, sempre, nel momento in cui l'infanzia finisce. E non c'è punto piú intenso da cui possa nascere un romanzo. Dentro questa storia ci sono un bambino come tanti, un dolore che l'accompagna come il piú fedele degli amici e una bambina sottile che si prende cura di loro. Ci sono le ferite degli adulti, stretti tra richieste di risarcimento e protezione. C'è soprattutto la scoperta che la fragilità è una ricchezza.


L'ultimo libro di Andrea Bajani è uno di quei volumi sottili, di poche pagine che i più, all'apparenza, considererebbero una lettura facile e veloce da incastrare nell'intervallo tra tomi maggiormente corposi ma io, che qualche esperienza in fatto di libri sottili, densi e pungenti come spine ce l'ho, non ero della stessa opinione. Non conoscevo l'autore, pure prolifico in diversi campi letterari tra cui quello poetico, e probabilmente la conoscenza, letteraria e non, non sarebbe avvenuta in tempi brevi se, non mi fossi trovata ad una delle presentazioni che Bajani ha tenuto dalle mie parti e un'amica che conosce bene i miei gusti letterari non mi avesse vivamente consigliato Un bene al mondo.
Io, scettica, ché non mi sono mai ritenuta tipo da poesia né avevo molta voglia di esplorare ancora più a fondo il Dolore e le sue varie sembianze, mi sono ricreduta a fine lettura, mettendoci un po' a ordinare nuovamente le idee, a trovare le parole che non volevano saperne di arrivare, tanto da avermi fatto gettare la spugna - ed alcuni fogli di carta - nel proposito di scriverne qui.
Perché Un bene al mondo è piccolo, fragile come il proprio protagonista, poetico, malinconico e universale come i versi di Leopardi presi in prestito per il titolo.
Bianco e nero, il tempo apparentemente cristallizzato in un paesino tra i monti di quelli dove non accade nulla, provvisto di case e chiesa, una piazza, una scuola, il cimitero a segnare i confini con il bosco, il passaggio a livello a delimitare l'area oltre la ferrovia, un altro mondo proibito da attraversare per trovare conforto, sollievo, una cura al dolore grande che azzanna a tradimento e, forse, l'amore.
Uno zainetto rosso unica nota di colore da portarsi dietro nelle scorribande tra i boschi, nei picnic vicini alle rotaie ad osservare i treni pieni di gente che se ne va, che ce l'ha fatta a trovare il coraggio di andare a vivere, sognando, un giorno non troppo lontano, di essere tra loro. La felicità era chiudere a chiave le cose belle che erano successe. Diventare grande con le cose che aveva vissuto e poi non vivere più. [...]E, tra tutte le cose,quella era la cosa più triste.
Una favola nostalgica che spiazza, svuota e fa male, toccando le corde nascoste in ognuno di noi perché tutti, prima o poi, veniamo a contatto con il male di vivere di cui parla Montale; e anche se non ricordava quasi niente di quei giorni, sapeva che c'erano dei dolori che non facevano male a nessuno e che ce n'erano altri [...] che avrebbero potuto ammazzare. Qualcuno rimane vittima, altri imparano a (soprav)vivere nonostante. Ciò che non uccide fortifica, dicono; forse ci rende solo più fragili.

giovedì 24 novembre 2016

Di quando sono andata a prendere un Caffé Amaro con Simonetta Agnello Hornby - Incontro con l'autrice

Buongiorno a tutti!
Non so come iniziare questo post se non con delle scuse per la frequente latitanza dalla blogosfera. Tutta colpa della vita da pendolare universitaria che mi costringe a fare la spola, mediante ogni tipo di mezzo pubblico e non, tra la città dello Stretto e la mia provincia sonnacchiosa.
Oggi però sono qui a scrivere perché, per una volta, la letargia è stata messa da parte e Simonetta Agnello Hornby è venuta a prendere un Caffé amaro, addolcendo di molto, in verità, il pomeriggio dei presenti alla Libreria Capitolo 18 di Patti (Me), grazie al savouir faire tipico di una siciliana DOC.




Del romanzo vi avevo parlato QUI in tempi non sospetti e, pur essendo stata diverse volte dalle mie parti, non avevo ancora avuto modo di incontrare nuovamente l'autrice; scrivo "incontrare nuovamente" perché, in realtà, avevo già avuto in precedenza l'onore di incrociare Simonetta Agnello Hornby in occasione di un firmacopie dedicato a Il pranzo di Mosé, opera ibrida tra ricettario di cucina e memoir familiare, di cui è stato realizzato anche un omonimo format televisivo per Real Time. 





Mercoledì 23 Novembre 2016, dunque, quasi due anni dopo, ho avuto modo di rivedere di persona una donna che ha saputo guadagnarsi la mia stima di lettrice ma, più profondamente, di essere umano: non poteva essere altrimenti dopo aver approfondito i cenni biografici leggendo Via XX Settembre,  aver constatato la sua forza di madre seguendo il lungo viaggio che dalle rive del Tamigi ha portato Simonetta e suo figlio George nella loro tenuta di famiglia ad Agrigento, affrontando diversi tipi di barriere poste davanti a persone diversamente abili, documentato dal programma di Rai Tre Io e George ma soprattutto, non dopo aver appreso della vita che con tanta tenacia ha saputo costruire in un Paese straniero, per certi versi ostile, portando avanti una professione per nulla facile da ogni punto di vista; perciò a Simonetta Agnello Hornby, che vedo come un esempio da seguire in vari ambiti, va tutta la mia ammirazione.


Grazie alla Libreria Capitolo 18 per l'organizzazione dell'evento e, ancora una volta, all'autrice per essere intervenuta con la cordialità e disponibilità che sempre ha dimostrato.


Grazie a tutti voi, inoltre e soprattutto, che seguite La Sala dei Lettori Inquieti; portate pazienza se potete, mi auguro di tornare presto a pieno regime.



Buona lettura a tutti!
xxx

Cecilia

giovedì 17 novembre 2016

Recensione: La mia vita è un Paese straniero" di Brian Turner

Titolo: La mia vita è un paese straniero
Autore: Brian Turner
Pagine: 196
Prezzo di copertina: 18 euro
Prezzo ebook: 8.99 euro
Editore: NN

Sinossi:
Nel 2003 il sergente Brian Turner è a capo di un convoglio di soldati nel deserto iracheno. Dieci anni dopo, a casa, accanto alla moglie addormentata ha una visione: come un drone sulla mappa del mondo, sorvola Bosnia e Vietnam, Iraq, Europa e Cambogia. Figlio e nipote di soldati, le sue esperienze si fondono con quelle del padre e del nonno, con i giochi da bambino e le vite degli amici caduti in battaglia. Così, tutti i conflitti si dispiegano sotto di lui in un unico, immenso, territorio di guerra e violenza. Nel 2003 il sergente Brian Turner diventa un poeta e quando, dieci anni dopo, la visione torna nella sue notti insonni, grazie alla poesia riesce a raccontarla così da accettarne la memoria - una memoria tanto grande che l'America non basterebbe a contenerla, e che sfrega l'anima fino a scorticarla. Liberata la nostalgia, la compassione e il desiderio di verità, "La mia vita è un paese straniero" racconta in diretta le azioni, le esercitazioni, i vuoti e i rumori, la paura e il coraggio, la tragedia e la gioia dei ritorni. E riconnettendo vita e poesia, orrore e morte, riesce a dire della guerra le parole che mancano, quelle capaci di riallacciare il filo del senso a quello del silenzio.



Le parole, le emozioni contrastanti scorrevano a fiumi, dopo. 
Il punto è l'empatia, troppa, che mi frega quasi sempre. L'emozione non ha voce, cantano, come fare, dunque, quando necessita d'esser espressa? Tramite la poesia, forse, mediante quel qualcosa di astratto ed insieme personalissimo che, spesso, è unico mezzo per raggiungere la linea di confine tra realtà ed inconscio. E' sul confine che Brian Turner sta quando scrive questo memoir per raccontare sé stesso tra USA ed Iraq, narrare della casa che ha lasciato senza nessuna certezza di farvi concretamente ritorno e quella che ha trovato tra le dune di sabbia, le strade sterrate, i bazar del deserto pieni di cianfrusaglie occidentali gestiti da uomini con la pelle bruciata dal sole e di una lotta che non hanno mai voluto ma soltanto subìto; il soldato ha perso una parte di anima nel drone immaginario che guida chi legge attraverso i paragrafi frammentari di un simil diario intimo e poetico come pochi.
Aneddoti di vita, militare e non, di ieri e di oggi, si mescolano a considerazioni disarmanti, amare, sull'arte della guerra brutale, ingiusta.
Come fa uno a lasciarsi alle spalle una guerra, quale che sia, e a riprendere il cammino della vita che resta? L'esistenza che cambia le carte in tavola, le priorità, la vita che stravolge la prospettiva, segna e non perdona. La mia vita è un paese straniero, titolo autentico, perché non può essere altrimenti a queste condizioni. 
Nell'epoca della connessione costante, del progresso scientifico e tecnologico, la conoscenza è, adesso più che mai, un'illusione: the winner takes it all, the looser standing small, sempre.
I Paesi toccano altri Paesi e io li attraverso uno dopo l'altro, e provo a scuotere il passato per trovare un mondo in cui vivere.

venerdì 11 novembre 2016

Recensione: "La spia del mare" di Virginia De Winter

Titolo: La spia del mare
Autrice: Virginia De Winter
Pagine: 408
Prezzo di copertina: 19 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Mondadori

Sinossi:
È il 1741. Mentre la scintillante e cosmopolita Repubblica di Venezia si prepara per le celebrazioni del Carnevale, una spia inglese di nome Cordelia Backson si mette sulle tracce di un feroce gruppo di assassini che celano la loro identità dietro le maschere della Commedia dell'Arte. Cordelia è bella e pericolosa, in grado di maneggiare ogni tipo di arma, esperta di combattimento e di intrighi politici, ma ancora ignora che qualcuno progetta la distruzione della Serenissima. E che l'uomo a capo di questo efferato complotto è profondamente legato alla sua vita e a quella di ogni singolo componente della sua famiglia - i Giustinian. Sarà proprio ricostruendo ciò che è accaduto in passato che Cordelia si troverà a sciogliere gli enigmi che coinvolgono i suoi genitori e la sua gemella Cassandra. Ma a tormentarla c'è anche altro: Cassian D'Armer, un giovane uomo alto e bruno di sconvolgente bellezza, il cui sguardo fiero e cupo intimidisce chiunque tenti di avvicinarlo e che il caso ha messo sulla sua strada. Sarà Cassian ad accompagnarla nella sua missione insieme a tre amici: Alain de Mortemart, un aristocratico francese fuggito dalla corte di Versailles, il giovane abate Giacomo Casanova, libertino impenitente, e un nobile spagnolo in esilio volontario. Nessuno di loro è un cittadino gradito alla Repubblica, ognuno nasconde terribili segreti, ma, quando il pericolo incomberà su Venezia, il Doge non esiterà a reclutarli come spie...



Libro che non sapevi di voler leggere finché non lo hai sbirciato in libreria. A questa categoria appartiene il nuovo romanzo di Virginia De Winter, autrice già nota per la saga di Black Friars che conoscevo, tuttavia, solo di fama, prima d'ora. Aspettative contenute dunque, nell'approcciarmi alla scena intricata di misteri, maschere e misfatti all'ombra delle calle veneziane, courtesy of Annamaria.
Cordelia Backson Giustinian è una creatura astuta e seducente, figlia in egual maniera della Repubblica di San Marco e del Regno Unito ma, soprattutto è una spia; si destreggia abilmente tra le sale da ballo e le stanze private della buona società della Serenissima, portando avanti missioni riservate, a protezione del nome e del cuore della propria famiglia. E' inoltre, non necessariamente in ordine, una sorella (gemella), un'amica, una confidente, una giovane donna preda di grandi fragilità nonostante l'apparente tempra d'acciaio, fiancheggiata però da personaggi di rilievo della finzione letteraria e non che le saranno di grande aiuto: un giovane e adorabile, in tutti i sensi, Giacomo Casanova, il tormentato Alain De Mortemartre, un misterioso signore spagnolo dai molti titoli e, per finire, il tenebroso Cassian D'Armer occhi di ghiaccio. Insieme, la variegata compagnia si troverà ad indagare su un'organizzazione occulta che, nascondendo i propri adepti sotto le sembianze delle Maschere della celebre Commedia dell'Arte cercherà, muovendosi impunemente tra la vita e la morte, di manipolare i sottili giochi di potere dietro ad una delle più grandi potenze mondiali al tempo dei Lumi.
Lenta, eccessiva nei dettagli delle descrizioni d'epoca - dai costumi agli ambienti - eppure piena di pathos, di personaggi eccezionalmente caratterizzati ed elementi originali che mescolano romanzo storico e paranormale con innumerevoli riferimenti alla letteratura d'ogni temperie, La spia del mare  è una piacevole sorpresa, un veleno interessante: provoca batticuore,allucinazioni, rossore e vertigini, dilata le pupille e accorcia il respiro. E' simile ai sintomi dell'amore. [...]Uccide in maniera lenta e dolorosa. Una tosta, insomma, Milady. 

sabato 5 novembre 2016

Recensione: "E' solo una storia d'amore" di Anna Premoli

Titolo: E' solo una storia d'amore
Autrice: Anna Premoli
Pagine: 314
Prezzo di copertina: 9,90 euro
Prezzo ebook: 4,99 euro
Editore: Newton Compton

Sinossi:
Cinque anni fa Aidan Tyler ha lasciato New York sul carro dei vincitori, diretto nella solare e assai più divertente California. Fresco di Premio Pulitzer grazie al suo primo libro, coccolato dalla critica e forte di un notevole numero di copie vendute, era certo di essere diventato a tutti gli effetti un vero scrittore. Peccato che al momento le cose siano molto diverse: il primo libro è rimasto l’unico, l’agente e l’editore gli stanno con il fiato sul collo perché ha firmato un contratto e incassato un lauto anticipo per un romanzo che proprio non riesce a scrivere. Disperato e a corto di idee, prova a rientrare nella sua città natale, dove tutto è iniziato. E sarà proprio a New York che conoscerà Laurel, autrice molto prolifica di romanzi rosa. Già, “rosa”: un genere che Aidan disprezza. Perché secondo lui quella è robaccia e non letteratura. Senza contare che chiunque al giorno d’oggi è capace di scrivere una banale storia d’amore. O no?



Mi capita spesso, ultimamente, di iniziare libri, andare avanti con entusiasmo per qualche capitolo e poi metterli giù, in standby, per vari motivi che oscillano dalla noia alla poca concentrazione. Non ho voglia, la testa è altrove e per scacciare ansia, stanchezza e malumore preferisco altri passatempi: una passeggiata, un'uscita con amici, una manicure; roba poco impegnativa, insomma. Una ragione in più, dunque, per attendere una nuova storia nata dalla penna di Anna Premoli, di cui tutto si può dire ma non che sia impegnativa come scrittrice. Almeno fino ad ora. Perché, se pensavo mi attendesse il solito chick lit con due protagonisti borghesi che non si piacciono, si attraggono, si lasciano andare, se ne pentono per poi finire insieme appassionatamente sul finale, qui mi sono dovuta ricredere parzialmente. Infatti se molti elementi di forza restano - le schermaglie, il sarcasmo, - altri cambiano, a partire dalla struttura. Questa volta a narrare non è soltanto la protagonista femminile, bensì entrambi i personaggi principali - Laurel Miller/Delilah Dee insieme ad Aidan Tyler, semi omonimo del famoso attore di cui sembra essere, inoltre, fisicamente sosia -  e quella che appariva essere solo una storia d'amore, in realtà nasconde una doppia anima: da una parte solito romance, dall'altra una critica nemmeno troppo velata ai lettori radical chic, detrattori del genere, che snobbano i cosiddetti romanzi rosa, sminuendo tutta la categoria dietro di essi, autrici e lettrici in primis.
Anna Premoli, forse stanca di un'etichetta che le sta stretta, si lascia prendere un po' la mano, ponendo più volte in evidenza, con uno stile non proprio impeccabile eppure diretto e pungente, il peso che la letteratura femminile di stampo maggiormente commerciale ha in campo editoriale ma anche sociale, con l'intento di sfatare diversi luoghi comuni, ammettendo pure, d'altronde, numerose pecche stilistiche del genere.
Il mix contraddittorio fa sì che, pur apprezzando il messaggio che essa vuole far passare, la nuova fatica letteraria di una tra le più note esponenti del chick lit italiano si collochi - a mio avviso, almeno - tra i suoi lavori meno riusciti. Tuttavia, date la scarse aspettative fiaccate già dai precedenti romanzi nonché dalla ricerca di una lettura puramente evasiva, sono disposta a lasciar correre, preferendo rimarcare gli spunti di riflessioni lanciati dall'autrice che, parecchie volte, ha dimostrato disponibilità ed autoironia; del resto nessuno sa bene che diavolo ha dentro finché non riesce a metterlo per iscritto.

giovedì 27 ottobre 2016

Recensione: "Tutti gli uomini di mia madre" di Kerry Hudson

Titolo: Tutti gli uomini di mia madre
Autrice: Kerry Hudson
Pagine: 327
Prezzo di copertina: 17,50 euro
Prezzo ebook: 7,99 euro
Editore: Minimum Fax

Sinossi:
Quella di Janie Ryan è un'infanzia irrequieta, trascorsa tra appartamenti sordidi e case popolari fatiscenti, tra alcol, droghe e code per il sussidio di disoccupazione al traino di una madre immatura e molto, molto instabile. Janie si rifugia nella sua collezione cenciosa di giocattoli, in dosi massicce di patatine fritte e gelati, accettando come normale routine la turbolenta vita sentimentale di una donna sempre in bilico tra depressione ed eccitazione, scontri violenti e inaspettati moti di tenerezza. Janie sembra destinata a seguirne le orme ma, nata e cresciuta per combattere, forse è pronta a riscrivere la propria storia. In "Tutti gli uomini di mia madre", il suo coinvolgente romanzo d'esordio, Kerry Hudson disegna in modo vivido un racconto agrodolce, di sopravvivenza e di apprendimento, in cui il fascino del passato e la voglia di disegnare un futuro diverso si intrecciano in una continua lotta per la vita.



Non conoscevo Kerry Hudson finché, questa estate, il suo nome non mi è balzato agli occhi tra quelli in lizza per il Premio Strega Europeo; pur essendo nota la mia insofferenza, in massima parte, per i romanzi da Premio, le sinossi accennanti a periferie esistenziali e vite turbolente mi intrigavano così, appena possibile, ho dato un'occhiata. Pur volendo iniziare da Sete, titolo in concorso per l'ambito riconoscimento comunitario, per motivi vari ho avuto per primo tra le mani Tutti gli uomini di mia madre.
Io smisi di piangere, le regalai un altro sorriso stordito e scorreggioso e capii per la prima volta che lei era mia mamma e che da quella sera in poi saremmo state io e lei contro il resto del mondo.
La voce narrante è Janie Ryan che, sin dal primo vagito, racconta con schiettezza la vita turbolenta di una ragazza madre che lotta disperatamente per la sopravvivenza. Case occupate in quartieri malfamati, uomini sbagliati - menefreghisti, spacciatori, spiantati - alcol, droga segneranno inevitabilmente la vita delle donne Ryan fino ad un finale aperto alla speranza di cambiamento eppure disincantato.
Kerry Hudson, nel proprio romanzo d'esordio, non ha peli sulla lingua nel descrivere le sfaccettature oscure, il male di vivere, i Vinti che, però, non sembrano arrendersi; il risultato non convince appieno, tuttavia segnala un talento considerevole e probabilmente, stando alla rosa dei nomi ritenuti meritevoli di vittoria, accresciuto nel tempo.
Esiste il mondo là fuori ed esiste qui dentro, capisci, Janie? E qui dentro, Janie, tu puoi essere te stessa senza alcun pericolo. Invece fuori devi avere il pugno di ferro. Il pugno di ferro in un guanto di velluto.

venerdì 21 ottobre 2016

Recensione: "Il mondo di Belle" di Kathleen Grissom

Titolo: Il mondo di Belle
Autrice: Kathleen Grissom
Pagine: 413
Prezzo di copertina: 18 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Neri Pozza

Sinossi:
Un'enorme dimora avvolta da glicini in fiore: così la casa del capitano James Pyke appare allo sguardo infantile di Lavinia McCarten, la mattina d'aprile del 1791 in cui la piccola irlandese mette per la prima volta piede in Virginia. Pyke ha raccolto la bambina dalla sua nave, appena approdata in America dopo la lunga traversata oceanica, e l'ha portata con sé per destinarla alle cucine della sua piantagione. Un modo come un altro per passare all'incasso del debito per la traversata, che i genitori di Lavinia, morti durante la navigazione, non hanno avuto la buona sorte di saldare. Stremata e debilitata, la bambina viene accolta nelle cucine della piantagione dalla famiglia di schiavi neri che vi lavorano: una piccola, operosa comunità composta da Mamma Mae; Papà George, un gigantesco orso bruno; Dory, Fanny e Beattie, le figlie; Ben, il figlio maschio. Un mondo guidato da una responsabile delle cucine dai grandi occhi verdi e dai capelli neri e lucidi: Belle, un'attraente ragazza di diciotto anni. Frutto di un capriccio clandestino del capitano con una delle sue schiave nere, Belle è stata allontanata dalla casa padronale il giorno in cui il capitano si è presentato nella piantagione con Martha, una moglie più giovane di lui di venti anni. Adottata dalla famiglia di Mamma Mae e maternamente accudita da Belle, Lavinia cresce come una servetta bianca ignara dell'abisso che separa la casa padronale dall'universo delle cucine...



Echi nostalgici riaffiorati tra le pagine di un libro mi hanno portata via col vento, precisamente a Tall Oaks, Virginia; anni turbolenti, quelli tra il 1791 e il 1810, tempo del racconto, segnati da lotte per la libertà dall'assolutismo nel Vecchio Continente, tirannico nemico, questo stesso assetto di potere, che spadroneggia invece nel Nuovo Mondo, al di là delle rivoluzionarie premesse.
Il capitano James Pyke, d'origine britannica, ha fatto fortuna,qui: ha infatti sviluppato una piantagione ben avviata, sposato una ragazza di vent'anni più giovane e si è unito, in un momento di sconsideratezza, ad una schiava che gli ha dato una figlia illegittima, Belle, allevata dalla servitù perché mulatta ma cresciuta come figlia di un gentiluomo sotto l'egida di una nonna paterna dalla mentalità progressista. Dedito da sempre ai propri affari che lo allontanano spesso dalla dimora di famiglia, proprio per questioni economiche il capitano reca un giorno con sé uno scricciolo emaciato, bianco come il latte, rosso come il sangue; Lavinia McCracken è una bambina senza memoria presa a servizio per ripagare il debito di un viaggio senza ritorno quando varca per la prima volta la soglia del mondo di Belle. Voce narrante insieme a quest'ultima, Lavinia racconterà la propria infanzia insieme a Mamma Mae, Papà George, Fanny, Beattie, Ben e gli altri schiavi della casa; ingenua come poche, da bambina timorosa - un uccellino implume, la definisce Ben - diverrà una giovane donna ben consapevole, portandone le cicatrici in prima persona, delle insidie che si nascondono dietro le porte della grande cucina, dalla follia che regna sovrana nella casa padronale alle atrocità nascoste sotto la parvenza perbenista dei visi candidi. I due punti di vista si alterneranno nel gettare piena luce sulle drammatiche condizioni di persone la cui unica colpa è d'esser nati con la pelle di tonalità differente da quella dominante, svantaggiati ulteriormente se appartenenti al "sesso debole".
Compresi che esisteva una linea a tratti bianchi e neri, di cui però mi sfuggiva ancora la profondità.
Uno stile scorrevole per una vicenda avvincente come poche, nata dalla penna dell'esordiente Kathleen Grissom che si dimostra già maestra del genere storico, costruendo intorno ad una leggenda locale intrecciata con fatti, persone ed avvenimenti realmente accaduti un'epopea appassionante che rientra di diritto tra le migliori opere lette nel corso dell'anno. Bianchi e neri, padroni e servi, efferata malvagità con nobiltà di cuore e bontà d'animo, tutto insieme appassionatamente a dimostrare, checché se ne dica, che l'amore non fa distinzione.
Colore di bambino, padre, madre, niente importa. Noi siamo famiglia, ciascuno di noi bada agli altri. Famiglia ci rende più forti in momenti difficili. Siamo uniti, aiutiamo. Questo è significato di famiglia. Quando tu cresci, porti questo dentro di te.