mercoledì 22 febbraio 2017

"Qualcosa" di Chiara Gamberale, con le illustrazioni di Tuono Pettinato

Titolo: Qualcosa
Autrice: Chiara Gamberale
Pagine: 192
Prezzo di copertina: 17 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Longanesi

Sinossi:
La Principessa Qualcosa di Troppo, fin dalla nascita, rivela di possedere una meravigliosa ma pericolosa caratteristica: non ha limiti, è esagerata in tutto quello che fa. Si muove troppo, piange troppo, ride troppo e, soprattutto, vuole troppo. Ma quando, per la prima volta, un vero dolore la sorprende, la Principessa si ritrova «un buco al posto del cuore». Com’è possibile che proprio lei, abituata a emozioni tanto forti, improvvisamente non ne provi più nessuna? Smarrita, Qualcosa di Troppo prende a vagare per il regno e incontra così il Cavalier Niente che vive da solo in cima a una collina e passa tutto il giorno a «non-fare qualcosa di importante». Grazie a lui, anche la Principessa scopre il valore del «non-fare», del silenzio, perfino della noia: tutto quello da cui è abituata a fuggire. Tanto che, presto, Qualcosa di Troppo si ribella. E si tuffa in Smorfialibro, il nuovo modo di comunicare per cui tutti nel regno sembrano essere impazziti, s’innamora di un Principe sempre allegro, di un Conte sempre triste, di un Duca sempre indignato e, pur di non fermarsi e di non sentire l’insopportabile «nostalgia di Niente» che la perseguita, vive tante, troppe avventure… Fino ad arrivare in un misterioso luogo color pistacchio e capire perché «è il puro fatto di stare al mondo la vera avventura». Chiara Gamberale, abituata a dare voce alla nostra complessità, questa volta si concentra sul rischio che corriamo a volere riempire ossessivamente le nostre vite, anziché fare i conti con chi siamo e che cosa vogliamo. Grazie a un tono sognante e divertito, e al tocco surreale delle illustrazioni di Tuono Pettinato, Qualcosa ci aiuta così a difenderci dal Troppo. Ma, soprattutto, ci invita a fare pace col Niente.



Non c'è due senza tre parte seconda.
La Gamberale è finita nella lista di autrici di cui credevo non avrei letto altro dopo un libro non particolarmente entusiasmante, Le luci nelle case degli altri, ed un altro, Arrivano i pagliacci, mollato alle prime pagine. Durante il recente giro in libreria però, sfogliando questo libriccino dalla copertina rossa con le buffissime illustrazioni di Tuono Pettinato, ne sono rimasta colpita, decidendo di ripiegare sul formato digitale dati i precedenti non esaltanti.
Invece questa volta sono stata smentita da Qualcosa che mi è piaciuta davvero tanto. 
Sotto forma di favola, genere narrativo alla portata di tutti, Chiara Gamberale analizza la situazione contemporanea, tratteggiando una fedele descrizione della nostra società, lunatica, incostante, alla frequente ricerca di Qualcosa che, in realtà, non si sa bene cosa sia.
Della noia produttiva avevo già sentito parlare nel corso di edificanti dibattiti filosofici e letterari ai tempi del liceo; tutti troppo presi dal Fare bulimico, abbiamo dimenticato l'arte del Non Fare per lasciar spazio all'Essere. Le domande esistenziali non ce le poniamo più, definiamo noi stessi in relazione agli altri, perdendo di vista il punto: capirsi è il solo modo per capire, accogliere e non soltanto riempire l'esistenza di sciocchezze.
"L'amore, se proprio dobbiamo usare questa parolona, non è qualcosa che deve risolvere i nostri guai. Anzi, di solito, per quello che non so, è qualcosa che i guai li aumenta.
[...]Tutti gli esserucci umani lo cercano, è vero, ma quasi sempre per il motivo sbagliato.
Cercano l'amore per non rimanere soli. Per farsi riempire lo spazio vuoto. E soprattutto perché non accettano che il puro fatto di stare al mondo la vera avventura."
Alla fine della favola, la morale è sempre tosta eppure, come tutte le lezioni di vita, mira a insegnare ad amarsi davvero, un po' di più perché, quando succedono cose troppo brutte, ci mettiamo un po' ad accettarle, tanto che all'inizio non ci sembrano nemmeno vere.
E mentre la testa prende tempo per capirle, il cuore ci diventa un pezzo di groviera. È così che succede.
[...] Sopporta il buco. Non lo odiare, accarezzalo ogni tanto, ma non ti affezionare troppo. Altrimenti non passerà mai.

lunedì 20 febbraio 2017

"Le nostre anime di notte" di Kent Haruf

Titolo: Le nostre anime di notte
Autore: Kent Haruf
Pagine: 172
Prezzo di copertina: 17 euro
Prezzo ebook: 8,99 euro
Editore: NN

Sinossi:
La storia dolce e coraggiosa di un uomo e una donna che, in età avanzata, si innamorano e riescono a condividere vita, sogni e speranze. Nella cornice familiare di Holt, Colorado, dove sono ambientati tutti i romanzi di Haruf, Addie Moore rende una visita inaspettata a un vicino di casa, Louis Waters. Suo marito è morto anni prima, come la moglie di Louis, e i due si conoscono a vicenda da decenni. La sua proposta è scandalosa ma diretta: vuoi passare le notti da me? I due vivono ormai soli, spesso senza parlare con nessuno. I figli sono lontani e gli amici molto distanti. Inizia così questa storia di amore, coraggio e orgoglio.



Tic tac.
Il tempo scorre e ciascuno, nonostante meridiani, paralleli e altri metodi convenzionali, lo avverte con una percezione propria. 
Lascerò ad altri, ben più qualificati di una ragazza il cui unico titolo, per quel che vale, è l'avere, a volte, qualcosa da dire, un'analisi meticolosa della vita e delle opere di Kent Haruf. Perché quando si parla di questo autore, io cesso di essere obiettiva, semmai lo sono stata nello scrivere su questo blog.
Avrei amato Le nostre anime di notte in ogni caso, come atto di fiducia verso uno scrittore le cui opere hanno saputo starmi accanto ed indicarmi la via quando ne avevo bisogno. 
Con Haruf, infatti, ho imparato la lentezza, la presenza della bellezza poetica nell'ordinarietà in persone, luoghi e tempi dove, prima, non l'avrei mai scorta. 
La caratteristica sobrietà, assenza di polemica se non contro chi ha gusto nel montarla, poesia perfino, ha fatto delle vite alternativamente intrecciate di Addie Moore e Louis Waters, presto impersonati da Jane Fonda e Robert Redford in una produzione Netflix, un inno alla libertà dell'autodeterminazione, soprattutto durante la vecchiaia, che risuonerà per molto tempo. 
Lo scandalo è nell'occhio di chi osserva malignamente che un uomo ed una donna ormai soli, con un'esistenza costellata da lutti e scelte sbagliate, non possano attraversare la notte insieme, starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire.
Comincia così, il capolavoro postumo dell'autore della Trilogia della Pianura, snodandosi come una corsa contro il tempo e i pregiudizi della provincia pettegola e sonnacchiosa, tra semplici dichiarazioni d'amore, pagine autoreferenziali in modo ironico che strapperanno qualche sorriso di tenerezza ai nostalgici della Trilogia slegata di Holt e la vita vera, incurante, imprevedibile, spesso ingenerosa verso uomini come Gene, figlio di Addie, alle prese con il fallimento della sua impresa commerciale e matrimoniale, verso bambini come Jamie, seienne pauroso e piagnucoloso che riuscirà tuttavia a trarre beneficio da un'estate trascorsa nel piccolo borgo sito nella mappa ridisegnata del Colorado Harufiano, verso gli animali come i topi o la cagnetta Bonny, verso gli spiriti liberi nell'animo ma confinati in un corpo fragile e caduco dalle lancette che non smettono di girare, dal pensiero tipicamente provinciale irrinunciabilmente limitato nelle proprie convinzioni affatto progressiste.
Eppure la speranza non smette di brillare, all'unisono con le stelle nel cielo ed il sentimento nei cuori mentre, sconosciute ai più, anime attraversano insieme la notte e tutti i giorni che restano.
Amo questo mondo fisico. Amo questa vita insieme a te. E il vento e la campagna. Il cortile, la ghiaia sul vialetto. L'erba. Le notti fresche. Stare al letto al buio a parlare con te.
 [...] Non puoi aggiustare tutto, non ti pare? disse Louis. Ci proviamo sempre. Ma non ci riusciamo.
[..]
Ci divertiremo un sacco a parlare, eh? disse lei
[...]Non abbiamo fretta, disse lui.
No, prendiamoci tutto il tempo che ci serve.

venerdì 17 febbraio 2017

Recensione: "Hai cambiato la mia vita" di Amy Harmon

Titolo: Hai cambiato la mia vita
Autrice: Amy Harmon
Pagine: 384
Prezzo di copertina: 9,90 euro
Prezzo ebook: 4,99 euro
Editore: Newton Compton

Sinossi:
Lo trovarono nel cesto della biancheria di una lavanderia a gettoni: aveva solo un paio di ore di vita. Lo chiamarono Moses. Quando dettero la notizia al telegiornale dissero che era il figlio di una tossicodipendente e che avrebbe avuto problemi di salute. Ho sempre immaginato quel “figlio del crack” con una gigantesca crepa che gli correva lungo il corpicino, come se si fosse rotto mentre nasceva. Sapevo che il crack si riferiva a ben altro, ma quell’immagine si cristallizzò nella mia mente. Forse fu questo ad attrarmi fin dall’inizio. È successo tutto prima che io nascessi, e quando incontrai Moses e mia madre mi raccontò la sua storia, era diventata una notizia vecchia e nessuno voleva avere a che fare con lui. La gente ama i bambini, anche i bambini malati. Anche i figli del crack. Ma i bambini poi crescono e diventano ragazzini e poi adolescenti. Nessuno vuole intorno a sé un adolescente incasinato. E Moses era molto incasinato. Ma era anche affascinante, e molto, molto bello. Stare con lui avrebbe cambiato la mia vita in un modo che non potevo immaginare. Forse sarei dovuta rimanere a distanza di sicurezza. Ma non ci sono riuscita. Così è cominciata una storia fatta di dolore e belle promesse, angoscia e guarigione, vita e morte. La nostra storia, una vera storia d’amore. 



Negli ultimi tempi una costante grafica editoriale sono i volti: facce scontente, smunte, imbronciate, multicolor, in primo piano, di profilo, ruotate nelle angolazioni più improbabili; il tutto è accompagnato da titoli ancora più fuorvianti o impronunciabili oppure standard. Ecco, solitamente la categoria mi repelle, ma ci sono state eccezioni di cui fa parte anche la statunitense Amy Harmon.  
Non ricordo nemmeno più chi o cosa mi abbia spinto a leggere il primo dei suoi romanzi editi qui in Italia, I cento colori del blu - era tempo di Sfumature, circostanza che, combinata ad un gioco di parole con il nome della protagonista di allora, ha prodotto tale resa linguistica -, tuttavia non dimentico la piacevole impressione rimasta a fine lettura nel constatare la presenza di un messaggio significativamente importante riguardante l'adozione, caratteristica elemento distintivo dell'autrice nell'ampia fioritura di un genere che, tra adolescenti in fin di vita e romance mascherati, sembra esser diventato un contenitore multiuso.
Amy Harmon, infatti, non si è mai smentita, mantenendo sempre la barra dritta, nonostante qualche calo narrativo. Non in questo caso, però.
In Hai cambiato la mia vita, pubblicato sul finire di Gennaio, va addirittura oltre il semplice e ben collaudato YA, sfociando nella descrizione di situazioni paranormali.
Dopo una prima parte topica data dall'introduzione e conoscenza dei personaggi, principali e non, - tra loro e con chi legge - leggermente stereotipata, tanto da farmi temere un cambiamento di prospettiva, la vicenda prende una piega interessante ed imprevista: Moses, protagonista maschile bello e dannato, da "figlio del crack", orfano di una tossicodipendente, abbandonato in un fasce in una lavanderia a gettoni, dimostra di essere un genio dell'arte ma questa incredibile dote artistica è prodromo, in realtà, di capacità sensitive, da medium, che lo mettono in contatto con l'Aldilà.
Non erano i morti a ribellarsi alla propria sorte, erano i loro cari. I morti non erano arrabbiati, né smarriti. I vivi, invece, non sapevano dove sbattere la testa.
Dalle crepe di una mente "spezzata" esce il talento, riversandosi sui muri, sotto i ponti, sulle tele; quella che si credeva essere una maledizione si rivela invece un dono che, usato nel migliore dei modi, potrebbe costituire la svolta decisiva necessaria alla scoperta del proprio posto nel mondo.
The Law of Moses, conferma ancora una volta la straordinaria bravura di Amy Harmon come narratrice di situazioni e temi delicati senza scadere in nessun caso nella banalità dei cliché di genere.

sabato 11 febbraio 2017

Recensione: "Sono cose da grandi" di Simona Sparaco

Titolo: Sono cose da grandi
Autrice: Simona Sparaco
Pagine: 98
Prezzo di copertina: 12 euro
Prezzo ebook: 7,99 euro
Editore: Einaudi

Sinossi:
Un giorno, davanti alla televisione, per la prima volta Simona riconosce negli occhi del figlio la paura. E non è la paura catartica delle fiabe, è quella suscitata dalla violenza del mondo. La frase usata fino ad allora per proteggerlo «sono cose da grandi» non funziona piú. Cosí decide di rivolgersi a lui, con semplicità, per dirgli ciò che sulla paura ha imparato. Ma anche per raccontargli la dolcezza di una vita quotidiana a due, tra barattoli pieni di insetti e scatole magiche dove custodire i propri desideri. Scrivendogli scopre la propria fragilità, e in questa fragilità, paradossalmente, una forza. In questo tempo incerto e minaccioso, una madre prova a decifrare il mondo per suo figlio, reinventandolo attraverso i giochi e le storie che crea ogni giorno per lui.



Non c'è due senza tre, i proverbi hanno (quasi) sempre ragione. 
Se me l'avessero fatto notare in relazione ai libri di Simona Sparaco giusto dopo aver terminato, qualche settimana fa, il suo Equazione di un amore, probabilmente lo scetticismo avrebbe prevalso mentre, presuntuosamente, avrei affermato di non voler leggere nessun altra opera dell'autrice in questione. 
Mai dire mai, mi avrebbe redarguita la saggezza del proverbio, a ragione, perché la necessità di letture mordi e fuggi o il periodo che mi rende più lunatica e scostante del solito, mi avrebbero fatta tornare sui miei passi.
Sono cose da grandi la sicurezza, la parvenza d'indistruttibilità, il cipiglio serioso, il compito gravoso di protezione da un mondo liquido, perso, che fa palesare l'Uomo Nero sotto forma di un grande tir bianco durante una festa trasformata in tragedia di peluche sfigurati e scarpette insanguinate.
Una scintilla di paura, proiezione di ciò che di brutto accade o potrebbe accadere, negli occhi di un figlio basta a scatenare l'inquietudine di madre. Che fare, dunque? 
Parlarne, con un linguaggio a misura di bambino oppure trasformare l'opportunità e scriverne, permettendo all'occasione di incontrare il mestiere, vergare parole per mettere a nudo le fragilità di madre, raccoglierle in un libro, una lettera aperta ad un bambino, attendendo il momento in cui sia pronto per leggerla.
Nel frattempo, altri la leggono, immedesimandosi, per quanto possibile, nella madre, intenerendosi alle parole dell'infante che dimostra, ancora una volta, quanto sia inutile diventare grandi se si smette di ascoltare i piccoli.
È nelle cose inaspettate che ci ritroviamo a misurare le nostre capacità di adattamento, a scoprire nuove risorse che non sapevamo di avere. Siamo strumenti musicali anche noi, e nelle mani giuste possiamo rendere molto di più.
Messe da parte le frasi fatte, i principi fisici e le storie di mitologia ed arte che avevano contribuito, in massima parte, alle precedenti freddure da parte mia, Simona Sparaco si rivela capacissima di coniugare profondità, ricchezza di contenuto e d'espressione nel raccontare la vita nelle proprie, numerose, sfaccettature con gli occhi di una madre che la spiega al proprio figlio.
Dicono che l'universo sia cominciato in un punto. Dentro quel punto c'era già tutto, e c'eri anche tu.