Il post: "Il diavolo veste Prada 2" di David Frankel, al cinema
Quando si tratta di sequel di film iconici in uscita a distanza di anni dall’originale la regola è una sola: zero aspettative.
Con questo mood sono andata a vedere Il diavolo veste Prada 2, seguito della trasposizione cinematografica tratta dall'omonimo romanzo di Lauren Weisberger.
Stessi volti, stesse maestranze, spirito completamente differente.
Se il primo capitolo, andato in scena vent’anni fa, raccontava le (dis)avventure di Andy Sachs, aspirante giornalista in carriera in un mondo abbastanza patinato da giustificare l’ingresso de Non essere ridicola Andrea, tutti vogliono questa vita, tutti vorrebbero essere noi tra le battute più citate del cinema moderno, il secondo perde tutta l’allure da sogno che aveva caratterizzato il precedente e, due decadi dopo, si concentra sui meccanismi che regolano di fatto l’industria della moda e ciò che gira intorno, pescando a piene mani dall’attualità.
Tra social engagement, crisi editoriali (ed esistenziali), miliardari tech e filantropi improvvisati in uno schiocco di dita, la doratura resta sulle dita e gli idoli soccombono ai tempi moderni, mostrando in piena luce il volto feroce del capitalismo, in cui si sopravvive solo se si hanno santi in paradiso.
Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi, ce lo aveva già detto il celebre Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, e Il diavolo veste Prada 2 ne è un’altra rappresentazione plastica impossibile da ignorare, anche per i nostalgici della narrativa tossica per la quale si stava meglio quando si stava peggio.

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