venerdì 29 aprile 2016

Recensione: "Room - Stanza,letto, specchio armadio" di Emma Donoghue

Titolo: Room - Stanza, letto, armadio, specchio
Autrice: Emma Donoghue
Pagine: 341
Prezzo di copertina: 14 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Mondadori

Sinossi:
Jack ha cinque anni e la Stanza è l'unico mondo che conosce. È il posto dove è nato, cresciuto, e dove vive con Ma': con lei impara, legge, mangia, dorme e gioca. Di notte Ma' chiude al sicuro nel Guardaroba, e spera che lui dorma quando il Vecchio Nick va a fare loro visita. La Stanza è la casa di Jack, ma per Ma' è la prigione dove il Vecchio Nick li tiene rinchiusi da sette anni. Grazie alla determinazione, all'ingegnosità, e al suo intenso amore, Ma' ha creato per Jack una possibilità di vita. Però sa che questo non è abbastanza, né per lei né per lui. Escogita un piano per fuggire, contando sul coraggio di Jack e su una buona dose di fortuna, ma non sa quanto potrà essere difficile il passaggio da quell'universo chiuso al mondo là fuori... Il romanzo che ha ispirato il film "Room".




Jack ha cinque anni, è un lettore in erba e sembriamo condividere gli stessi gusti in tema di berretti di lana dalla foggia discutibile ma non solo perché, nonostante la simpatia disarmante, l'occhietto vispo ed il feeling con la mamma cinematografica di Jacob Tremblay, Jack appartiene a quella categoria di persone che, spesso taciturne, hanno più cose da dire di quanto si potrebbe pensare; la prova dei fatti ai primi sospetti è arrivata mediante la scrittura intensa e coinvolgente di Emma Donoghue. Irlandese, con un ricco curriculum multitasking alle spalle, l'autrice tenta il delicatissimo azzardo d'affidare alle parole di un bambino la narrazione di una vicenda difficile come se ne sono, purtroppo, sentite tante al TG, basti pensare a Natascha Kampusc, ad esempio; mossa vincente però, perché Jack, con la propria ingenuità, riesce a toccare le corde giuste laddove il racconto della cruda realtà da parte di un adulto avrebbe inevitabilmente comportato pena e conferito maggiore seppur giusta cupezza all'intera vicenda. In questo modo invece, chi legge vede tutto dalla prospettiva di un bambino, alleggerendo il disagio del periodo dentro la Stanza, per poi concentrarsi quasi naturalmente sulla meravigliosa scoperta del Fuori; un paragone viene spontaneo con la visione dei campi di concentramento data da Benigni in La vita è bella, tramite gli occhi giocosi del piccolo Giosuè. E' tuttavia d'obbligo sottolineare il realismo permeante il romanzo circa le conseguenze della segregazione ed il periodo di riabilitazione, dopo, molto presenti nel libro, più sfocate nella trasposizione che ha valso l'Oscar a Brie Larson, dunque ritengo doveroso riconoscere l'onore delle armi a Joy e al suo bimbo, fatto non così scontato per una che si è sempre tenuta alla larga da storie del genere nell'inconscio timore infantile di poterne essere vittima; madre e figlio meritano la possibilità di una vita bella, per quanto ordinarie possano essere le esistente condotte in maniera cosiddetta normale, in un mondo descritto più accogliente e libero di quanto realmente non sia.

5 commenti:

  1. Per me, un romanzo che è tra quelli irripetibili.
    Un'idea bellissima e sfruttuta a regola d'arte.
    Oltretutto, nel libro e nel film, mi sono commosso a più riprese. Magnifico Jack, altrettanto il prodigio Tremblay che era dad Oscar, più di un DiCaprio.

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  2. a me un po' di cupezza a volte è un po' mancata, ma ho adorato Jack e il suo punto di vista!

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    Risposte
    1. Concordo però capisco anche la scelta dell'autrice: se ci fosse stata più cupezza, più Ma', l'intento principale ne avrebbe risentito. E' il romanzo di Jack, fino alla fine.

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