giovedì 17 marzo 2016

Recensione: "Il peso" di Liz Moore

Titolo: Il peso
Autrice: Liz Moore
Pagine: 336
Prezzo di copertina: 17 euro
Prezzo ebook: 6,99 euro
Editore: Neri Pozza

Sinossi:
Arthur Opp è enormemente grasso. Mangia quello che vuole e tutte le volte che vuole. Come un violoncello imprigionato dentro una custodia, non esce più di casa. L'ultima volta che l'ha fatto è stato nel settembre del 2001, quando davanti alla TV si è sentito così solo che ha aperto la porta. Una volta in strada, ha visto una giovane donna che piangeva stringendo tra le braccia un bambino dall'aria confusa, e allora è stato travolto dal dolore e dalla nostalgia, dalla pietà per sé e per gli altri. A passi pesanti, fermandosi sette volte per riprendere fiato, è rientrato giurando di non mettere più piede fuori, perché Arthur non ha nessuno da chiamare, nessuno da vedere, nessuno per cui valga la pena uscire. Da diciotto anni non fa più il professore, da una decina d'anni non sale ai piani superiori della sua casa. La camera da letto e tutto quello di cui ha bisogno sono al piano terra, nel suo piccolo mondo, e fuori dalla finestra c'è l'unico panorama che gli serve. Per liberarsi dei rifiuti lancia i sacchi della spazzatura sul marciapiede dal primo gradino, a notte fonda, quando fuori è buio. Per mangiare ordina tutto su internet. Anche se pesa più di duecentoventi chili e gli manca il fiato quando fa più di sei o sette gradini, Arthur si sente al sicuro tra le mura del suo rifugio, lontano dalle illusioni e dalle disillusioni del mondo, lontano dalla crudeltà e dalle vane speranze della vita di fuori, a occuparsi soltanto dell'unica cosa che gli sta a cuore.



La tua casa è dove si trova il tuo cuore. Più che con  l'amore, penso abbia a che fare con il senso d'appartenenza; quando qualcosa ci appartiene lo sentiamo come un segno della nostra presenza nel mondo, qualcosa da cui andare via o, talvolta, fare ritorno; se questo qualcosa non esiste, ci troviamo incompleti, pezzi mancanti, vaganti, alla ricerca. Ciascuno sopperisce come può: droghe, alcol, gioco d'azzardo ma anche fenomeni alla portata di tutti come disturbi alimentari, depressione, manie di vario tipo. Arthur Opp è stato un insegnante e adesso non lo è più, abita in una grande casa signorile della Brooklyn bene ma lì dentro non si trova il suo cuore, solo lui, perché Arthur teme d'aver lasciato il proprio cuore da qualche altra parte ma non ha più il coraggio, da anni ormai, di uscire per andare a cercarlo ed, eventualmente, a riprenderselo. Pensando a quel suo cuore perduto, Arthur cade nel circolo vizioso dell'ubriacone del Piccolo Principe - bevo. E perché bevi? Per dimenticare? Che cosa? Che mi vergogno. Di cosa? Di bere - tentando di colmare il vuoto che sente.
Anche Charlene pensa spesso alla propria vita e se ne duole; grandi ambizioni, università serale, l'incontro con Arthur e poi più nulla, tutto annebbiato dall'alcol che ha preso il controllo, nonostante tutto, nonostante tutti i buoni propositi  d'essere una buona madre per quel figlio non cercato ma venuto su bene.
Kel, 18enne ben piantato, promessa del baseball non sa quale sia davvero il proprio posto: Yonkers, periferia suburbana che ha dato i natali alla madre, Pells Landing, quartiere elegante dove frequenta il liceo, oppure la lontana Arizona dov'è andato suo padre, mai più tornato. Non ha molto  tempo per porsi la questione, Kel, che si trova improvvisamente precipitato in una situazione da incubo, con solo una lettera d'addio come via di fuga per una vita forse migliore della farsa che si trova a recitare con gli amici, i professori, Lyndsey. E' sottile il filo, passante per Charlene, fino a casa Opp dove, nel frattempo, Arthur si è deciso ad andare oltre, ha iniziato a pulire casa e fatto nuove conoscenze. Sono connessi, Arthur e Kel, ma non lo sanno ancora, insieme a Charlene formano una flebile congiunzione che segnerà ciascuno.
Storie di solitudini quelle che Liz Moore vorrebbe narrare guardando a temi attuali  ma non riuscendo ad amalgamarli bene insieme perché, di fatto, mancanti di un filo conduttore. Un po' di delusione a far presente che non tutte le ciambelle riescono col buco e questa, benché abbia le potenzialità, è una di quelle.

2 commenti:

  1. Lo avevo adocchiato in edizione Beat e, nonostante il mancato filo conduttore, continua ad ispirarmi, anche se ci sono altri romanzi della collana che hanno alt(r)a priorità ;)

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    1. Sì, questo lo farei scendere e dare spazio ad altri, decisamente. Inoltre la cover in edizione Beat è più graziosa :)

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