lunedì 30 maggio 2016

Recensione: "Fuga dal campo 14" di Blaine Harden

Titolo: Fuga dal Campo 14
Autore: Blaine Harden
Pagine: 290
Prezzo di copertina:16,90 euro
Prezzo ebook: 4,99 euro
Editore: Codice

Sinossi:
Shin Dong-hyuk è l'unico uomo nato in un campo di prigionia della Corea del Nord ad essere riuscito a scappare. La sua fuga e il libro che la racconta sono diventati un caso internazionale, che ha convinto le Nazioni Unite a costituire una commissione d'indagine sui campi di prigionia nordcoreani. Il Campo 14 è grande quanto Los Angeles, ed è visibile su Google Maps: eppure resta invisibile agli occhi del mondo. Il crimine che Shin ha commesso è avere uno zio che negli anni cinquanta fuggì in Corea del Sud; nasce quindi nel 1982 dietro il filo spinato del campo, dove la sua famiglia è stata rinchiusa da decenni. Non sa che esiste il mondo esterno, ed è a tutti gli effetti uno schiavo. Solo a ventitré anni riuscirà a fuggire, grazie all'aiuto di un compagno che tenterà la fuga con lui, e ad arrivare a piedi e con vestiti di fortuna in Cina, e da lì in America. Questa è la sua storia.



Qualche tempo fa mi è capitato di leggere un articolo sulle persecuzioni religiose in vari Paesi del mondo; l'articolo si soffermava maggiormente sulle situazioni drammatiche vissute dai cristiani, evidenziando le scarse tutele di diritti civili e della dignità umana in terre governate da regimi totalitari quale, fra tutti, la Corea del Nord. Al termine della lettura, mi sono fermata a constatare quanto l'Occidente ed il mondo in genere poco sappia di ciò che accade in Corea del Nord, o meglio, di quanto l'opinione pubblica poco sappia della Corea del Nord, poiché intelligence a livello globale monitorano la situazione mediante i propri mezzi, senza però intervenire. I poteri forti sono anche a conoscenza, secondo Harden autore di questo testo, dell'esistenza di veri e propri campi di concentramento nordcoreani, assimilabili per condizioni di vita e struttura a quelli nazisti e ai gulag siberiani. 
Il campo 14 è forse il più duro e Shin è l'unico, in oltre settant'anni, ad essere riuscito ad evaderne. Nato nel campo da un "matrimonio premio", un'unione meramente finalizzata alla riproduzione di manodopera schiavizzata che, tuttavia, ha comportato un "leggero" miglioramento delle condizioni dei due individui costretti a far ciò, Shin aveva come unico obiettivo nella vita la garanzia di sopravvivenza a breve termine; nessun valore, nessun sentimento, niente che non avesse a che fare con la soddisfazione degli istinti primari aveva mai sfiorato la sua mente prima dell'evasione e del trasferimento negli Stati Uniti, dove è arrivato in seguito all'impegno di un' ONG con cui aveva avuto contatti dopo esser riuscito ad attraversare la Cina e fermarsi per un breve periodo in Corea del Sud. 
La dinastia Kim, al potere in Corea del Nord, con una politica di depistaggi e oscurantismo ed isolamento, sbandierando il possesso di un armamento nucleare notevole, cerca da sempre di mantenere il potere su un popolo stremato da carestia e crisi economica. Tutto ciò è riportato proprio in Fuga dal campo 14, ibrido tra reportage, saggio e biografia la cui scheda veniva riportata a margine dell'articolo di cui sopra; segnalato come offerta del giorno dal Kindle, ormai sempre più compagno inseparabile, è stato un interessante spunto di riflessione circa l'assordante, omertoso, spaventoso silenzio sul destino di un popolo, come altri, a cui non viene dato spazio dai mass media. 
Roba degna della migliore tradizione distopica ed ucronica è invece realtà tangibile per migliaia di persone di cui nessuno si occupa, situazione inconcepibile nell'epoca delle comunicazioni di massa, delle battaglie per i diritti civili laddove esistono invece intere popolazioni sprovviste dei diritti fondamentali, in balia di un uomo solo, di dubbia sanità mentale, al comando.
In America gli studenti delle scuole superiori discutono sul perché Franklin D. Rooselvelt non abbia bombardato le linee ferroviarie che portavano ai campi di concentramento dei nazisti.[...] I loro figli potrebbero chiedere, più o meno tra una generazione, perché l'occidente sia rimasto a guardare le ben più esplicite immagini satellitari dei campi di Kim Jong Il. Senza far nulla.
Svegliatevi, svegliamoci.

sabato 28 maggio 2016

Recensione: "Scrivere è un mestiere pericoloso" di Alice Basso

Titolo: Scrivere è un mestiere pericoloso
Autrice: Alice Basso
Pagine: 341
Prezzo di copertina: 16,40 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Garzanti

Sinossi:
La sua nuova sfida è creare un ricettario dalle memorie di un'anziana cuoca. Un'impresa ardua, quasi impossibile. Perché Vani non ha mai preso una padella in mano, e non le è chiarissimo il significato di parole come scalogno o topinambur. Ma inaspettatamente, mentre esegue l'incarico con il conforto morale di un gourmet come il commissario Berganza, una rivelazione cattura il suo interesse: la cuoca confessa un delitto. Un delitto che riguarda una delle famiglie più in vista di Torino, e che per la cronaca ha un altro colpevole. Berganza abbandona i fornelli per indagare, e adesso è lui ad aver bisogno di Vani, del suo dono che le permette di osservare le persone e scoprirne i segreti più nascosti. Eppure la strada che porta alla verità è lunga e tortuosa. A volte la vita assomiglia a un giallo, piena di falsi indizi: solo l'intuito di Vani può smascherarli.




Scrivere è un mestiere pericoloso. Anche leggere, se visto in un'ottica professionale potrebbe esserlo ma, in fondo, lo è e basta, comunque vada. L'evidenza dell'assunto è talmente incontestabile che sarebbe un gran peccato sostenere il contrario. Come lo è il dover metter giù la seconda avventura di Vani Sarca perché non si è riusciti a rispettare il proposito di centellinarla il più a lungo possibile, per mantenere un'aurea di ottimismo circa la possibilità di un mondo quantomeno decente come luogo di residenza. Per fare ciò, quindi, bisogna, magari, rileggere i brani più significativi del testo appena messo via controvoglia perché no, non sono d'accordo nel pensare che non valga la pena rileggere un libro di cui si conosce - con un eufemismo - l'insoddisfacente conclusione; ci si può soffermare, ci si deve - se proprio si vuole, a prescindere dalla gradevolezza della fine - su ciò che l'ha reso, se non indimenticabile, importante in un dato momento.
Io, ad esempio, ho deciso di focalizzare l'attenzione sui passaggi per me condivisibili in maniera talmente totalizzante da farmi vincere la timidezza e cercare un contatto con una sconosciuta che quasi un anno fa, con la propria penna affilata, mi aveva distolta dall'ansia pre esami - la Storia si  è ripetuta - pur con il timore che qualcosa potesse andar storto e le  impressioni avute ed espresse potessero farmi ritrovare nel pieno di un qui pro quo - perifrasi elegante con la quale una volta mi è stato fatto notare un fraintendimento conducente ad una non altrettanto elegante cattiva figura -, con la ben magra consolazione di averci perlomeno provato. 
Invece, come per l'esordio pieno di arguzia, il gioco è valso la candela, dando una svolta imprevista e piacevolissima alla mia vita da lettrice, da blogger, da svampita, tardo adolescente, lunatica me di sempre.
Dopo questa divagazione disgustosamente, sdolcinatamente sentimentale di cui, probabilmente, non si è capito nulla, passiamo alla parte divertente della vicenda che poi sarebbe la vicenda stessa. Perché il bello di Vani e di Alice è l'assoluta naturalezza, nella vita vera così come nella finzione letteraria, con cui si incastrano tutte le tessere del puzzle, quasi a dare l'impressione di stare easy a Wonderland per tutto il tempo; forse perché la vita è fatta perlopiù da eventi assolutamente banali e nel Mondo delle Meraviglie popolato da tipi provvisti di sense of humour adeguato ed arguta intelligenza, con cui fare conversazione brillante diviene un'eventualità concreta invece di essere una mera possibilità, è tutto talmente fantastico da non comprendere nemmeno più ed importarsene di come ci si sia arrivati.
Vani Sarca, signori e signore, è tornata. La dark asociale sociopatica ex metallara, di professione ghostwriter, fisicamente gemella omozigote di Lisbeth Salander tranne per un ciuffo naturalmente biondo e ribelle , è chiamata, questa volta, ad infiltrarsi nelle memorie del sottosuolo del subconscio di una cuoca vecchia ma non bacucca.
Per destreggiarsi tra i fornelli, Vani avrà bisogno d'aiuto e, se nella mia immaginazione è Riccardo Randi - figo, bello, fotomodello e mascalzoncello, altro eufemismo, - ad assomigliare a chef Cracco, alla fine è Berganza a fare il figo con lo scalogno.
Perché, per quanto si possa essere dotati di una chioma fluente, di notevole proprietà di linguaggio ed un sorriso sghembo alla Edward Cullen, le parole spesso non si trasformano in sostanza commestibile ma il bunèt al cioccolato caldo fondente, per la gioia dei più, sì.
E in questo libro, di caldo, non c'è solo il dolce bensì una mega festa in villona dai risvolti imprevisti, collaborazioni in atto ed in potenza potenzialmente interessanti su larga scala -scusate il giro di parole - e le fiamme dell'Inferno a scontrarsi con le abbaglianti porte del Paradiso; si affilano le lame, dunque may the force be with you
Nel frattempo non resta altro da fare, per me, se non ringraziare Alice Basso ancora una volta perché, Battiato docet, mi fa sempre un immenso piacere sentirmi cretina a confronto di una mente brillante come la sua. E si sa bene, la mente è un meraviglioso catorcio pieno di falle manipolabili.

giovedì 26 maggio 2016

Recensione: "Caffè amaro" di Simonetta Agnello Hornby

Titolo: Caffè amaro
Autrice: Simonetta Agnello Hornby
Pagine: 348
Prezzo di copertina: 18 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Feltrinelli

Sinossi:
Gli occhi grandi e profondi a forma di mandorla, il volto dai tratti regolari, i folti capelli castani: la bellezza di Maria è di quelle che gettano una malìa su chi vi posi lo sguardo, proprio come accade a Pietro Sala - che se ne innamora a prima vista e chiede la sua mano senza curarsi della dote - e, in maniera meno evidente, all'amico Giosuè, che è stato cresciuto dal padre di lei e che Maria considera una sorta di fratello maggiore. Maria ha solo quindici anni, Pietro trentaquattro; lui è un facoltoso bonvivant che ama i viaggi, il gioco d'azzardo e le donne; lei proviene da una famiglia socialista di grandi ideali ma di mezzi limitati. Eppure, il matrimonio con Pietro si rivela una scelta felice: fuori dalle mura familiari, Maria scopre un senso più ampio dell'esistenza, una libertà di vivere che coincide con una profonda percezione del diritto al piacere e a piacere. Attraverso l'eros, a cui Pietro la inizia con sapida naturalezza, arriva per lei la conoscenza di sé e dei propri desideri, nonché l'apertura al bello e a un personalissimo sentimento della giustizia. Durante una vacanza a Tripoli, complice il deserto, Maria scopre anche di cosa è fatto il rapporto che, fino ad allora oscuramente, l'ha legata a Giosuè. Comincia una rovente storia d'amore che copre più di vent'anni di incontri, di separazioni, di convegni clandestini in attesa di una nuova pace.



Simonetta Agnello Hornby è tornata in libreria a fine aprile, quasi in sordina, ma per la straordinaria capacità di alcuni libri di palesarsi al momento opportuno, il Caffè amaro mi è giunto particolarmente gradito dopo il lauto Pranzo di Mosè dello scorso anni. 
Siciliana naturalizzata britannica, donna di legge tra le prime a battersi per diritti di minori e musulmani a contatto con il quartiere multiculturale di Brixton, nella periferia londinese, l'autrice non ha dimenticato l'essenza delle proprie radici e non manca mai di trasmetterla attraverso le proprie opere di cui la terra natìa è ambientazione privilegiata. Maria, figlia della Sicilia di tempi tristi ed incerti, ancora inquieti, racconta l'isola Gattopardesca ed utopica più che mai. Camagni, archetipo del paese d'entroterra siculo, fa da laboratorio per un'analisi impietosamente lucida di società, usi e costumi ma Maria, sposa e madre in tenera età secondo una tradizione comune di sottomissione ed inferiorità, riesce a cambiare le carte in tavola, rompendo gli schemi tramite l'acquisizione di una nuova consapevolezza di sé, dei propri mezzi, che la proietta verso la modernità. 
Il caffè servito amaro, cattivo auspicio laddove, più che altrove, quello della bevanda americana è un vero e proprio rito, si  rivela invece un buon segno perché Maria, nella sventura, ha saputo trarne il meglio: la forza, l'intensità con cui vivere la propria vita, sfidando a viso aperto le avversità ed una bellissima, profonda, storia d'amore sopravvissuta al tempo, alle convenzioni, agli ostacoli lungo il cammino.
Un accurato quadro storico, che va dall'Italia post unitaria fino al secondo Dopoguerra, viene affrescato con occhio critico e lingua tagliente dotata della spontanea schiettezza propria di Simonetta Agnello Hornby, affiancato da uno stile scorrevole e coinvolgente che saprà fare breccia nel cuore dei lettori più burberi. 

lunedì 23 maggio 2016

Recensione "Ross Poldark" di Winston Graham

Titolo: Ross Poldark
Autore: Winston Graham
Pagine: 431
Prezzo di copertina: 18,50 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Sonzogno

Sinossi:
Cornovaglia, 1783. Ross Poldark, figlio di un piccolo possidente morto da poco, torna a casa, esausto e provato, dopo aver combattuto per l'esercito inglese nella Rivoluzione americana. Ora è un uomo maturo, non più l'avventato ed estroverso ragazzo che aveva dovuto abbandonare l'Inghilterra per problemi con la legge. Desidera soltanto lasciarsi il passato alle spalle e riabbracciare la sua promessa sposa, la bella Elizabeth. La sera stessa del suo arrivo, però, scopre che, anche a causa di voci che lo davano per morto, la donna sta per convolare a nozze con un altro uomo. Non solo: Nampara, la casa avita, si trova in uno stato di abbandono, cui ha contribuito anche una coppia di vecchi servi, fedeli ma ubriaconi. Devastato dalla perdita del suo grande amore, Ross decide di rimettere in sesto Nampara e di concentrarsi sugli affari che il padre ha lasciato andare a rotoli, tornando a coltivare le terre e lanciandosi nell'apertura di una nuova miniera. Viene aiutato dalla cugina Verity, dai due servi e da Demelza, una rozza ma vivace ragazzina che ha salvato da un pestaggio e che, impietosito, ha preso a lavorare con sé come sguattera. Nella terra ventosa di Cornovaglia si intrecciano i destini dei membri della famiglia Poldark, primo fra tutti il forte e affascinante Ross, ma anche della gentile Verity, di Elizabeth, tormentata da segrete preoccupazioni, e di Demelza che, diventata una bellissima donna, è determinata a conquistare il cuore dell'uomo che le ha cambiato la vita.



Dicembre è da sempre un mese pieno di scadenze; non ultime quelle di alcune serie TV seguite, in pausa oppure in chiusura di stagione. Da qui, la consapevolezza di una necessità di rinnovamento e così, consigliata da amiche telefilm addicted DOC, ho deciso di dare una chance all' adattamento televisivo di Poldark, saga storica britannica di grande successo durante gli anni '70, recentemente mandata in onda in una nuova versione BBC. Avevo delle riserve, in primis la recente ostilità sviluppatasi tra me e i format di un'ora ad episodio, che mi rendevano inquieta e, spesso, lasciavo al loro destino, in secondo luogo la regola del prima il libro, poi la trasposizione a cui, questa volta, ho fatto un'eccezione; a mia discolpa posso asserire di non aver saputo della pubblicazione italiana di Ross Poldark, primo volume della saga, fino all'anno nuovo, quando il danno era già fatto ed io irrimediabilmente appassionata alle vicende delle famiglie di Nampara e Trenwith con annessi e connessi, in quel di Cornovaglia sul finire del XVIII secolo.
La trama, degna dei migliori feuilleton della nostra rete ammiraglia, potete leggerla nella sinossi; in realtà, grazie al romanzo, risaltano maggiormente i mali dell'epoca storica della sua ambientazione: lo sfruttamento in miniera di decine di uomini, donne e bambini in condizioni inumane, l'inefficienza della giustizia che, purtroppo, non è mai stata uguale per tutti. In aggiunta alla grande accuratezza storica, elemento non da poco considerando che la saga di Poldark è opera di un quasi contemporaneo, Winston Graham, spentosi di recente ad una veneranda età, uno stile scorrevole ed una buona caratterizzazione dei personaggi, permettono di calarsi nella vicenda ed entrare in empatia con i personaggi quasi quanto accade grazie alla trasposizione sul piccolo schermo.
Infatti l'eccezione alla regola di cui sopra per cui la serie TV ha avuto la precedenza sul romanzo, ha fatto da incentivo all'impazienza nutrita al riguardo perché, essendo basata sui primi due libri della saga, ha permesso il disvelamento di una parte di eventi che, letterariamente parlando, accadranno nel secondo libro della saga, Demelza, di cui auspico una pubblicazione in tempi rapidi. Il resto lo hanno fatto il fascino di Aidan Turner, la dolcezza di Eleanor Tomlinson che rossa ha una marcia in più, le meravigliose ambientazioni della Cornovaglia, già set per l'altrettanto meraviglioso e straziante Espiazione di Wright, ed uno spoiler beccato inavvertitamente su Wikipedia circa la seconda stagione della serie, probabilmente in onda da Settembre in UK.
Durante l'attesa, dunque, non posso che consigliarvi caldamente entrambi, libri e serie, per scaldare gli animi, raffreddandoli poi nella brezza marina di una Scozia algida e magnifica che vale sempre la pena.

venerdì 20 maggio 2016

Dona un Libro, Accendi la Cultura: Recensione: "World of Dreamers" di Alessia Puleo

Titolo: World of Dreamers
Autrice: Alessia Puleo
Pagine: 352
Prezzo di copertina: 21 euro
Prezzo ebook: 8,40 euro
Editore: Kimerik

Sinossi:
Sparsi nel mondo vi sono i cosiddetti Sognatori: persone che non accettano la monotonia della loro vita. Essi sono speciali, hanno il privilegio di attraversare il confine tra il nostro mondo e quello dei sogni, chiamato Olthir, senza poter più tornare indietro. Ma perché tornare? Perché rinunciare a una vita a colori per una in bianco e nero? Eppure non tutto è sempre così come lo si vede: ci sono sempre delle ombre dove vi è luce. Ha così inizio la storia della Sognatrice Alida e di un gruppo di ragazzi, i quali, capeggiati dal coraggioso Andy, si lanceranno in un’avventura piena di insidie. Un viaggio che li condurrà lentamente alla verità tanto ambita, alla giustizia e alla libertà.



Non saprei dire con certezza da quanto tempo io abbia smesso d'interessarmi al fantasy puro, fatto di draghi, elfi e simili; è successo gradualmente tanto da non prestarci attenzione, realizzando il distacco solo quando mi è stata proposta la lettura di World of Dreamers . Ho iniziato a leggerlo con interesse, notando degli spunti non troppo utilizzati nel settore almeno fino a quando lo bazzicavo; come chi mastica un po' d'inglese avrà intuito, si tratta infatti di un mondo abitato da Sognatori, gente che è andata a dormire non risvegliandosi più. Alida, la protagonista, è una di loro eppure, come quasi tutte le eroine del genere, non è chi crede di essere e questo la condurrà ad affrontare un lungo cammino alla ricerca della strada di casa, insieme ad un gruppo di amici Sognatori che la accompagnano lungo il sentiero della tenebrosa dimensione di Olthir.
L'autrice, una quasi coetanea, è agli esordi e ciò appare evidente da diversi elementi stilistici e non che, se migliorati, avrebbero potuto consentire maggiore scorrevolezza; tuttavia è degno di nota un certo potenziale che, se sfruttato a dovere, potrà portare Alessia Puleo a raggiungere risultati altrettanto notevoli.

mercoledì 18 maggio 2016

Dona un Libro, Accendi la Cultura: Recensione "Il mondo dell'altrove" di Sabrina Biancu

Buongiorno a tutti! 
Tornano sul blog le recensioni dei titoli del progetto Dona un libro, Accendi la Cultura di cui La Sala dei Lettori Inquieti è promotrice insieme all'Associazione Agorà
Per tutte le info e i link utili potete cliccare QUI
Ringrazio inoltre l'autrice Sabrina Biancu per aver voluto aderire al progetto con la propria opera, Il mondo dell'altrove, di cui vi parlerò fra un momento, in cambio di un parere onesto.
Buona lettura inquieta!
Cecilia

Titolo: Il mondo dell'altrove
Autrice: Sabrina Biancu
Pagine: 116
Prezzo di copertina: 12 euro
Editore: Marco Del Bucchia Editore

Sinossi:
Cinque racconti - in cui fantasia e realtà si mescolano - capaci di trasportare il lettore in un altro mondo, in un luogo magico. Capaci di farlo sognare. Ogni cosa è viva e insegna qualcosa d'importante. E ciascuna storia si trasforma nella tappa di un viaggio in cui si cresce e si matura a fianco di Elia, Rosy, Tea, Pietro, Desideria, André e della stellina Irina.



Il mondo dell'altrove è un libriccino di quelli che dimostrano quanto sia la profondità di contenuto a fare la differenza in un testo, a dispetto del numero di pagine; i cinque racconti che compongono la raccolta, infatti, appartengono letteralmente al genere della favola, dotati di un messaggio finale da trasmettere a chi legge. Ciò che colpisce maggiormente è la speranza che trapela da tutte le situazioni, per quanto infauste vengano dipinte; i protagonisti infatti, vivendo talvolta eventi incredibili, imparano ad osservare la vita nella sua pienezza, da prospettive differenti rispetto a quelle iniziali, mettendosi in discussione e trovando il coraggio di intraprendere un cammino che, seppur faticoso, potrà dare buoni frutti.
Può essere abitato da tutti, il mondo dell'altrove, eppure soltanto possedendo la giusta disposizione d'animo sarà possibile imparare davvero ad ascoltare, a leggere tra le righe secondo il livello più comprensibile dato dalle diverse chiavi di lettura possedute da ciascuno, comprendere ciò che l'autrice ha voluto trasmettere tramite le proprie, servendosi di metafore ed espedienti stilistici utili ai fini della narrazione, fino a far divenire realtà la fede in ciò che è considerato impossibile.

lunedì 16 maggio 2016

Recensione: "Se chiudo gli occhi" di Simona Sparaco

Titolo: Se chiudo gli occhi
Autrice: Simona Sparaco
Pagine: 272
Prezzo di copertina: 16 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Giunti

Sinossi:
Viola nella vita ha imparato molto bene una cosa: a nascondersi. Abiti di una taglia sempre troppo grande, un lavoro che non le dà alcuna soddisfazione e ben lontano dalle sue passioni di bambina, un bravo ragazzo come marito, con cui però, forse, l'amore non c'è mai stato. Poi un giorno, mentre sta sviluppando rullini di gente infelice al centro commerciale, si fa largo tra la folla un uomo alto e dinoccolato, ancora bello nonostante l'età: è suo padre, l'artista famoso, l'irregolare, l'eterno bambino. È tornato, è venuto a cercarla per proporle un viaggio nelle Marche, la loro terra d'origine, e per dirle una cosa molto importante. Ma come fidarsi un'altra volta dell'uomo che l'ha abbandonata? Come credere di nuovo a una delle sue funamboliche storie? La tentazione è troppo forte e Viola accetta. Un segreto custodito per anni condurrà padre e figlia alle pendici dei Sibillini dove Viola sarà travolta da una nuova forza e una nuova luce, proprio come il cielo di quei posti. È un viaggio magico se il prezzo della felicità è abbandonarsi con gli occhi chiusi al potere della vita e all'amore che è pronto ad accoglierci.



Mai dire mai. Più lo ripeto, meno mi sembra vero, nonostante tutto. E' il proverbio di chi riesce a mettersi in discussione, al di là di ogni cosa. Viola credeva di non doverlo più fare dopo la vita che si era scelta: un marito rispondente al modello del tipico padre di famiglia, pacato, rassicurante, una bambina piccola, un lavoro precario in uno studio fotografico. Il destino, invece, nelle vesti di un padre fattosi vivo improvvisamente dopo anni, ha deciso diversamente. Quell'uomo ingrigito e trasandato le propone un viaggio, un ritorno alle radici per farsi perdonare una lunga assenza, un matrimonio finito forse mai iniziato davvero, il disfacimento di un legame, quello tra un padre ed una figlia, tra i più forti e duraturi che esistano; probabilmente proprio per cercare di comprendere come tutto questo sia stato possibile, Viola trova il coraggio di incamminarsi verso Montemonaco, di andare tra i Monti Sibillini culla delle legende che hanno popolato le fiabe della buonanotte di un'infanzia terminata precocemente.
Parafrasando D'Annunzio, la strada per raggiungere la meta è essa stessa la meta e le ore in auto prestano il fianco all'inevitabile riaffiorare di rancori mai sopiti e alla narrazione di una versione inedita della storia di Oliviero De Angeli, un mito, un padre, mai ascoltata prima; le Marche, terra florida ma, talvolta, restìa ad aprirsi, fanno da scenario misterioso e sonnacchioso quanto basta ad un ritrovamento insperato, che capovolge la prospettiva e permette il completamento del puzzle con ogni tassello al posto giusto.
Simona Sparaco è recentemente tornata in libreria tuttavia, sebbene avessi espresso propositi di segno differente, il destino burlone di cui sopra ha voluto che la scoprissi così, tramite una statua di sale bisognosa di qualche rifinitura ulteriore per far emergere in superficie il potenziale grezzo, rimasto parzialmente inespresso; due mani vicine a toccarsi, occhi chiusi che non vedono ed una tiepida comunanza tra loro, tra noi, tra noi e loro che non è abbastanza ma, al tempo stesso, invita ad essere di più. E' ancora possibile aprirli, gli occhi.

giovedì 12 maggio 2016

Recensione: "Lo strano viaggio di un oggetto smarrito" di Salvatore Basile

Titolo: Lo strano viaggio di un oggetto smarrito
Autore: Salvatore Basile
Pagine: 302
Prezzo di copertina: 16,90 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Garzanti

Sinossi:
Il mare è agitato e le bandiere rosse sventolano sulla spiaggia. Il piccolo Michele ha corso a perdifiato per tornare presto a casa dopo la scuola, ma quando apre la porta della sua casa nella piccola stazione di Miniera di Mare, trova sua madre di fronte a una valigia aperta. Fra le mani tiene il diario segreto di Michele, un quaderno rosso con la copertina un po’ ammaccata. Con gli occhi pieni di tristezza la donna chiede a suo figlio di poter tenere quel diario. Lo ripone nella valigia, promettendo di restituirlo. Poi, sale sul treno in partenza dalla banchina. Sono passati vent’anni da allora. Michele vive ancora nella piccola casa dentro la stazione ferroviaria. Addosso, la divisa di capostazione di suo padre. Negli occhi, una tristezza assoluta, profonda e lontana. Perché sua madre non è mai più tornata. Michele vuole stare solo, con l’unica compagnia degli oggetti smarriti che vengono trovati ogni giorno nell’ unico treno che passa da Miniera di Mare. Perché gli oggetti non se ne vanno, mantengono le promesse, non ti abbandonano. Finché un giorno, sullo stesso treno che aveva portato via sua madre, incastrato tra due sedili, Michele ritrova il suo diario. Non sa come sia possibile, ma Michele sente che è sua madre che l’ha lasciato lì. Per lui. E c’è solo una persona che può aiutarlo: Elena, una ragazza folle e imprevedibile come la vita, che lo spinge a salire su quel treno e ad andare a cercare la verità. E, forse, anche una cura per il suo cuore smarrito. Salvatore Basile ci regala una favola piena di magia, emozione e speranza. Una nuova voce italiana indimenticabile, che disegna un sorriso sul nostro cuore.



Sai di che colore è Michele? E' rosso [...] Rosso,sì. 
Come la copertina del diario che teneva da bambino, olio lubrificante dei meccanismi inceppati di una vita rimasta sospesa, rosso come i fiori dell'azalea acquistata di slancio, forse perché inconsciamente influenzata dalla teoria dei colori di Basile, una pianta che, vicina mentre scrivo, quasi mi acceca a causa dell'intensa vividezza del carminio a spezzare la monotonia di un periodo grigio cupo. 
Anche per Michele è andata così, un oggetto smarrito a spezzare l'incantesimo che aveva privato il suo mondo d'ogni tono di colore e l'aveva ristretto a quattro mura affacciate su una stazione ferroviaria, situazione paradossale in un mondo basato,tuttavia, su ossimori. Elena è la prova vivente della contraddizione: timida ma chiacchierona, potenzialmente nera ma naturalmente vocata a splendere con tutte le tonalità dell'arcobaleno, spezzata eppure destinata a ricomporre chi lo è quanto lei. 
Perfino le statue invecchiano, le statue, gli oggetti, le pietre. Invecchiano i ricordi, i sogni, le parole scritte e pronunciate. Invecchiano gli amori. Invecchia la riva del mare, che si ritrae con i contorni della costa; invecchia il greto del fiume, il profilo delle montagne, che cambia di stagione in stagione. E invecchia il cielo, perché perde le sue stelle. Perché questo è il potere del tempo: cambiare i volti, trasformare l'amore in abitudine, sfumare i ricordi, distruggere i sogni, scolpire la pietra, inghiottire il mare e far morire le stelle. Invecchiano anche e soprattutto le persone, uomini e donne, ma le ferite che hanno ricevuto, seppur talvolta trasformate in cicatrici, rimangono aperte e non si rimarginano se non si trova, prima, una cura; una cura che molto spesso, come il veleno dei serpenti, può essere procurata solo da ciò che ha prodotto il male. Perciò Michele, l'uomo ed il bambino insieme, si mette in viaggio, realizzando un sogno d'infanzia nell'assumere le vesti di un novello Cristoforo Colombo ed andare a cercare la propria personale America. Durante il tragitto compirà numerose scoperte, fino a quella più inaspettata una volta raggiunta le meta. Imparerà, Michele, che non è necessario andare al Polo per vedere gli orsi polari, che non bisogna  essere daltonici per osservare la vita colorata che altri non vedono: basta scendere dal treno alla fermata giusta, quella dove cuore coincide con casa e la paura di vincere, d'essere felice, va via per sempre.
Un esordio variopinto, eterogeneo, vero è quello di Salvatore Basile che, famoso sceneggiatore di numerose produzioni, avrà sicuramente altrettanto successo come scrittore seguendo in questo modo la strada che costeggia il cuore dei lettori.

martedì 10 maggio 2016

Di grandi capolavori grafici per piccoli e non: Orgoglio e Pregiudizio per ragazzi, Nimona di Noelle Stevenson

E' una verità universalmente riconosciuta che io detesti prefazioni ed edizioni per ragazzi. Perché mai, allora, scrivere circa la nuova di Orgoglio e Pregiudizio, in libreria per Mondadori nella collana Oscar Junior?


Ad una domanda legittima segue una risposta legittima: perché essa rappresenta l'eccezione alla regola. Di norma, infatti, le edizioni per ragazzi sono rivedute e "corrette" appositamente per non turbare i giovin fanciulli ed il gentil sesso che lo è altrettanto, ragione, questa, per cui snobbo altamente la categoria; il motivo e le modalità alla base della licenza di censura di un testo da parte di un soggetto che non ne è l'autore, l'editor, o il distributore - giustificabile sul filo del rasoio per finalità commerciali -, mi sfuggono e credo sempre lo faranno, poiché non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire ed io, da questo orecchio per rispetto dell'intelligenza di chiunque - grande o piccino che sia - non sento affatto. 
Dicevo comunque che questa nuova edizione per ragazzi del romanzo più conosciuto di Jane Austen rappresenta un'eccezione ed adesso ve ne spiego i motivi:
  • è integrale: nessuna cesura ha tagliato via i deliziosi siparietti offerti da Bennet & company; l'ironia, il sarcasmo e le schermaglie verbali varie che costituiscono i contenuti essenziali del romanzo sono salvi, urrà!
  • è illustrata magnificamente grazie al talento di Flavia Sorrentino, sfogliare per credere. Qualora non foste d'accordo, credo che il famoso De gustibus insieme alla possibilità d'esercitare il diritto di recesso possano metterci tutti d'accordo.
  • è prefata da Nadia Terranova, autrice a 360° che, da Janeite veterana e buona lettrice, in una prefazione somigliante più ad un ricordo condiviso, non si lascia scappare spoiler potenzialmente dannosi per chi non conoscesse gli esiti di uno dei pilastri della letteratura inglese.
Dunque che siate, come me, Janeites nostalgiche del magico primo ingresso ad Austenland, o fan di zia Jane con pargoli neofiti oppure che vogliate semplicemente farvi un regalo per una ragione qualsiasi, questa edizione potrebbe fare al caso vostro.

A proposito di grandi opere per giovani e meno, vorrei segnalarvi Nimona di Noelle Stevenson.


Dopo un'infanzia da divoratrice di fumetti, mi sono riavvicinata al mondo delle graphic novels la scorsa estate, grazie alle versioni illustrate di Northanger Abbey e Pride and Prejudice - sì, la Austen c'entra sempre - edite in Italia da Panini Comics.

Di Nimona ho sentito parlare molto e bene in rete, la sinossi accattivante ed una rilegatura ben rifinita del volumetto edito Bao Publishing hanno fatto il resto. 
Un cattivo è una vittima la cui storia non è mai stata raccontata, scrive Chris Colfer nella saga de La Terra delle Storie; lo stesso concetto è stato ripreso da Noelle Stevenson nel costruire l'intreccio che vede protagonista Nimona, aspirante aiutante di Sir Ballister Cuorenero, il più cattivo del regno; ma, se tenessimo a mente le parole di Colfer, capiremmo bene che, spesso, nulla è come sembra. Ciò è ribadito efficacemente e sapientemente dalla Stevenson che, dotata di grande talento, si lascia ricordare anche dal più smemorato dei lettori, creando un piacevole effetto grafico grazie a china e pennelli insieme all'attesa per i prossimi lavori, incrociando comunque le dita nella speranza di leggere ancora, prima o poi, di Lombidoro e tutta l'allegra brigata.

Per il momento è tutto.
A presto!
Cecilia

venerdì 6 maggio 2016

Recensione: "La meraviglia degli anni imperfetti" di Clara Sanchez

Titolo: La meraviglia degli anni imperfetti
Autrice: Clara Sanchez
Pagine: 218
Prezzo di copertina: 17,60 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Garzanti

Sinossi:
La luna illumina d'argento la stanza. Fran ha sedici anni e vuole fuggire da quelle mura, da sua madre che non si è mai occupata di lui. Nel piccolo sobborgo di Madrid in cui è cresciuto passa le sue giornate con l'amico Eduardo e sua sorella Tania, di cui è perdutamente innamorato. I due ragazzi non potrebbero essere più diversi da lui. Figli di una famiglia benestante, frequentano le scuole e gli ambienti più esclusivi. Eppure Fran sente che dietro quell'apparenza dorata si nasconde qualcosa. Quando Tania sposa all'improvviso un uomo dal passato oscuro, i dubbi si trasformano in certezze. Eduardo comincia a lavorare per il cognato e tutto cambia. È sempre più solitario e nulla sembra interessargli. Fran ha bisogno di sapere come stanno veramente le cose. Ma la risposta non è mai stata così lontana. Perché Eduardo gli consegna una chiave misteriosa da custodire chiedendogli di non parlarne con nessuno. E pochi giorni dopo scompare. Da quel momento Fran ha un solo obiettivo: deve sapere cosa è successo. Deve scoprire cosa apre quella chiave. Il suo amico si è fidato di lui. La ricerca lo porta a svelare segreti inaspettati. Lo porta su una strada in cui è sempre più difficile trovare tracce di Eduardo. Perché ci sono indizi che devono rimanere celati e a volte il silenzio dice molto di più di tante parole.



Il mio rapporto con la letteratura spagnola è sempre stato tutt'altro che idilliaco; colpa, forse, di un Don Chisciotte mai stato simpatico perché letto probabilmente in un'edizione illustrata a fumetti che non metteva granché in luce il tema dell'alienazione, almeno mi è parso di capire fosse questo il filone d'interpretazione più gettonato, che l'ha reso il presunto capolavoro che sembra essere. Ci ho riprovato, più tardi, con Zafon e la sua Ombra del vento, uscendo poco entusiasta dal suo Cimitero dei Libri Dimenticati in compagnia di Daniel Sempere, dimenticato anche lui nel giro di poco; ancora, dopo qualche tempo, assecondando la mania di sbirciare gli scaffali di amici e parenti, portai a casa Marina, incrociando di nuovo Zafon che, buon per lui, quella riuscì a far breccia lasciandomi un bellissimo ricordo. Tregua dunque, senonché continuavo ad inciampare ovunque, anche letteralmente purtroppo, nelle Foglie di limone della Sanchez e poi in tutti gli altri faccioni sulle copertine dei successivi; così, alla notizia della pubblicazione de La meraviglia degli anni imperfetti, data la mancanza di faccioni in copertina, un'ambientazione storica contemporanea ed un numero di pagine esiguo, perfetto per il momento, ho pensato di dare una chance all'autrice spagnola vincitrice di tutti e tre i premi letterari più importanti del Paese. Pessima idea, a quanto pare, perché sostanzialmente in questo nuovo romanzo non accade nulla. 
Fran è un adolescente, racconta la propria vita quotidiana assolutamente ordinaria e anche un po' piatta: le passeggiate col cane dell'amico Eduardo, le conferenze di Alien, scienziato e filosofo da strapazzo la cui dottrina viene richiamata spesso nello scorrere delle pagine, la cotta per Tania, sorella di Eduardo, la vita dopo la maturità e l'incontro con il primo amore, il tutto con uno stile filosofeggiante tra il fastidioso e lo stucchevole che non rende degno di nota assolutamente nulla senonché la sinossi è uno specchietto per le allodole che crea aspettative fuorvianti rispetto alla vicenda vera e propria; personaggi abbozzati, situazioni fuori luogo lasciate perdipiù in sospeso lasciano qualche perplessità.
La Spagna mi dà una nuova cocente delusione ma io continuo a sperare: magari ci incroceremo ancora.

mercoledì 4 maggio 2016

Recensione: "Aspettando Bojangles" di Olivier Bourdeaut

Ringrazio l'Ufficio stampa Neri Pozza per l'inatteso ma gradito omaggio.
Buona lettura.
Cecilia

Titolo: Aspettando Bojangles
Autore: Olivier Bourdeaut
Pagine; 141
Prezzo di copertina: 15 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Neri Pozza

Sinossi:
Immaginate di essere un bambino e di avere un padre che non chiama mai vostra madre con lo stesso nome. Immaginate poi che a vostra madre quest’abitudine non dispiaccia affatto, poiché tutte le mattine, in cucina, tiene lo sguardo fisso e allegro su vostro padre, col naso dentro la tazza di latte oppure col mento tra le mani, in attesa del verdetto; e poi, felice, si volta verso lo specchio salutando la nuova Renée, o la nuova Joséphine, o la nuova Marylou... Se immaginate tutto questo, potete mettere piede nel fantastico universo familiare descritto dal bambino in queste pagine. Un universo in cui a reggere le sorti di tutto e tutti è Renée, Joséphine, Marylou… la madre. Di lei, suo marito dice che dà del tu alle stelle, ma in realtà dà del voi a tutti, a suo marito, al bambino e alla damigella di Numidia che vive nel loro appartamento, un grosso uccello strambo ed elegante che passeggia oscillando il lungo collo nero, le piume bianche e gli occhi di un rosso violento. Renée, Joséphine, Marylou, o anche, ogni 15 febbraio, Georgette, ama ballare con suo marito sempre e ovunque, di giorno e di notte, da soli e in compagnia degli amici, al suono soprattutto di Mister Bojangles di Nina Simone, una canzone gaia e triste allo stesso tempo. Per il resto del tempo si entusiasma e si estasia per ogni cosa, trovando incredibilmente divertente l’andare avanti del mondo. E non tratta il suo piccolo né da adulto né da bambino, ma come un personaggio da romanzo. Un romanzo che lei ama molto e nel quale s’immerge in ogni momento. Di una sola cosa non vuole sentire parlare: delle tristezze e degli inganni della vita; perciò ripete come un mantra ai suoi: «Quando la realtà è banale e triste, inventatemi una bella storia, voi che sapete mentire così bene». La realtà, però, è a volte molto banale e triste, così scioccamente triste che occorre più di una prodigiosa arte del mentire per continuare a gioire del mondo.


Le cose belle arrivano quando meno te le aspetti. Una volta su due il proverbio ha ragione, perché mica lo stavo aspettando, Bojangles; è arrivato a sorpresa durante un giorno freddo affatto primaverile ed io, seppur presa alla sprovvista, ho trovato del tempo da dedicargli. Davanti ad una tazza di tè caldo ed una fetta di tiramisù alle fragole, ho lasciato che Olivier Bourdeat mi raccontasse la sua storia vera con alcune menzogne a dritto e a rovescio perché, dicono, quando la realtà è banale e triste sarebbe un peccato se i bugiardi credibili non inventassero una bella storia per vivacizzarla un po'. Di vivace, nell'esordio letterario più acclamato della stagione letteraria francese, c'è molto: lo sguardo vispo del bambino in copertina insieme ad una variopinta gru somigliante a Damigella di Numidia, i primi capitoli astrusi e chiassosi, ad alto tasso alcolico come le spumeggianti feste di Gatsby, ed un uomo e una donna folli innamorati o innamorati folli raccontati tramite gli occhi dell'unico frutto di quell'amore, ma non solo; ci sono i primi guizzi sentimentali narrati con tenerezza in romanzi senza capo né coda, dove uno sbruffone ed una sognatrice si incontrano ad un ballo dando inizio ad una fiaba. Un cenerentolo divenuto principe azzurro, presunto discendente del conte Dracula ed amante di Josephine Baker, corona il proprio sogno d'amore con una principessa svampita dal nome ogni giorno differente tranne che per Santa Georgette, il 15 Febbraio, la festa dei non innamorati che si amano da pazzi.
I toni fiabeschi, tuttavia. sono destinati a stemperarsi presto nella melanconia di ricordi andati in fumo insieme ad ogni parvenza di normalità. Il conto da pagare infine arriva, salato, cogliendo impreparati coloro che hanno gustato solo il nettare della vita. Un coup de theatre, dunque, sembra l'unica soluzione per chi non può più decidere dei propri sentimenti, si parte portando con sé i residui di gin tonic e la voce calda, profonda, di Nina Simone a far da colonna sonora a giorni e notti cristallizzati, nell'incanto di un ballo senza fine dentro un castello spagnolo all'ombra dei mandorli in fiore. Si chiude così una vicenda dolceamara, toccante, così clamorosamente incredibile da poter essere autentica; in fondo, sono le grandi gesta quelle che si fanno ricordare più a lungo.

lunedì 2 maggio 2016

Recensione: "Marina Bellezza" di Silvia Avallone

Titolo: Marina Bellezza
Autrice: Silvia Avallone
Pagine: 501
Prezzo di copertina: 18,50
Prezzo ebook: 7,99 euro
Editore: Rizzoli

Sinossi:
Marina ha vent'anni e una bellezza assoluta. È cresciuta inseguendo l'affetto di suo padre, perduto sulla strada dei casinò e delle belle donne, e di una madre troppo fragile. Per questo dalla vita pretende un risarcimento, che significa lasciare la Valle Cervo, andare in città e prendersi la fama, il denaro, avere il mondo ai suoi piedi. Un sogno da raggiungere subito e con ostinazione. La stessa di Andrea, che lavora part time in una biblioteca e vive all'ombra del fratello emigrato in America, ma ha un progetto folle e coraggioso in cui nessuno vuole credere, neppure suo padre, il granitico ex sindaco di Biella. Per lui la sfida è tornare dove ha cominciato il nonno tanti anni prima, risalire la montagna, ripartire dalle origini. Marina e Andrea si attraggono e respingono come magneti, bruciano di un amore che vuole essere per sempre. Marina ha la voce di una dea, canta e balla nei centri commerciali trasformandoli in discoteche, si muove davanti alle telecamere con destrezza animale. Andrea sceglie invece di lavorare con le mani, di vivere secondo i ritmi antichi delle stagioni. Loro due, insieme, sono la scintilla.



Dopo Acciaio, complici recensioni tiepide ed un senso d'indefinito rimastomi addosso come unico ricordo di un romanzo d'esordio osannato a gran voce, credevo non avrei più dato credito alle parole di Silvia Avallone, non tanto presto almeno; infatti ci ho messo poco più di un anno a procurarmi il secondo scritto della scrittrice da Premio, acclamato con meno calore eppure sulla cresta dell'onda per diverso tempo ai giorni dell'uscita in libreria. 
Marina Bellezza, la protagonista, mi ha ricordato Francesca, primadonna di Acciaio insieme ad Anna, una versione più adulta, almeno in termini anagrafici, dell'aspirante velina dei casermoni di via Stalingrado; molti chilometri e pochi anni le separano, tempo e distanza però le fanno appartenere a realtà differenti: Francesca sogna il successo all'indomani dell'11 Settembre, l'inizio della fine di un'epoca, Marina è certa di riuscire alla scalata ai piani alti dello show business nonostante il declino dovuto ad un crisi economica e generazionale senza precedenti. Agli antipodi da lei, Andrea pianifica un ritorno alle origini, tra le montagne insieme ai pascoli in transumanza, lontano da quella civiltà sfregiata dagli eccessi consumistici di chi brama sempre più potere. Non potrebbero essere più distanti sul piano ideologico, Marina ed Andrea, eppure nessuno dei due può ignorare la vicinanza che c'è stata tra loro durante adolescenze turbolente segnate da diversi drammi e non lo fanno, non sono capaci di resistere all'attrazione fra opposti sebbene, probabilmente, sarebbe la soluzione più saggia da adottare. 
Litigate furiose, scazzottate tra amici ed un conto aperto da sempre con la vita non bastano ad impedire un legame indissolubile ed antico, ben oltre la firma di semplici scartoffie burocratiche, finché boschi, montagne, un disco d'oro o la morte non li separino.
Silvia Avallone si mostra più matura della propria protagonista e degli esordi, più accattivante, forse, ma il limite tra incertezza e noia da palpebra calante rimane sottile. 
Con un altro libro in arrivo e delle perplessità di fondo, mi accingo a lasciare il carrozzone tuttavia non c'è due senza tre, dicono, quindi mi riservo la facoltà di non rispondere ad un richiamo che sembra celare, nuovamente, un'incognita, come quella generazione tagliata fuori da tutto, nata nel posto sbagliato al momento sbagliato. E allora tanto valeva ritirarsi sul confine. Tornare indietro, disobbedire.